V CONGRESSO INTERNAZIONALE di
MARIA
AUSILIATRICE
MEXICO / 16 - 20 Agosto
2007
RELAZIONI: 17 agosto 2007
MARIA, LA CREDENTE, MADRE E MAESTRA
DEI DISCEPOLI
Cammino
mariano per imparare ad essere discepoli di Cristo

"Gesù
allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo
che egli amava,
disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!".
Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!".
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa".
(Gv. 19,26-27)
1. Verso
una devozione matura alla Santissima Vergine Maria
E' indiscutibile il posto centrale
che occupa la figura di Maria nella vita del cristiano. E' parte
della sua manifestazione di fede nel suo divin Figlio, Gesù.
Sorprende incontrare in tutte le parti dove si rende presente
la chiesa santuari grandiosi o semplici eremi che celebrano qualcuno
dei privilegi di Maria, (forse il più diffuso, almeno
in America Latina, è quello dell'Assunzione) o un determinato
titolo, legato più o meno a qualche fatto di apparizione.
Nel caso dell'America Latina
questa devozione mariana, essendo di carattere popolare, può
rivestire alcune forme sentimentali e sincretiste, però
c'è nel fondo un'intuizione fondamentale: Maria è
viva (mistero dell'Assunzione), incarna la bontà e la
tenerezza di una madre, la sua capacità di educare i suoi
figli e intercede per noi.
Come tutte le espressioni di
religiosità popolare, la devozione alla Santissima Vergine
possiede una forza positiva, però suscettibile ad essere
evangelizzata e maturata.
A tale proposito, resta sempre
valido il programma che ci tracciò magistralmente Paolo
VI nell'Esortazione Apostolica "Marialis Cultus", nella
quale ci indicava i quattro lineamenti che deve avere
ogni autentica devozione mariana: conoscenza,
amore, imitazione e propagazione.
In primo
luogo,
bisogna conoscere Maria. Secondo
una tradizione popolare, Luca avrebbe fatto il ritratto di Maria.
Diciamo che non vi è alcuna fonte storica per tale affermazione
se con essa si vuole dire che l'evangelista l'avesse dipinta.
Ma quand'anche, oltre la curiosità che potrebbe risvegliare
questo quadro, nel caso che fosse esistito, per sapere come fosse,
poco servirebbe.
Lo dice san Paolo a proposito
di Gesù: "e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo
la carne, ora non lo conosciamo più così"
(2Cor. 5,16) e si potrebbe applicare con maggior ragione alla
Vergine. Luca fu il "pittore" di Maria, non perché
l'abbia disegnata, bensì perché nel suo vangelo
ci lasciò il suo ritratto spirituale, i lineamenti che
tracciano la sua figura. Conoscere Maria significa pertanto avvicinarsi
ai vangeli, specialmente quello di Luca e di Giovanni, e leggere
in essi la testimonianza che di lei ci lasciarono i discepoli
di Gesù.
In secondo
luogo,
bisogna amare Maria. Risulta
così vero il detto "non si ama ciò che non
si conosce", come l'altro che "non si consoce ciò
che non si ama". Basta pensare alle relazioni interpersonali
per sapere come più conosciamo una persona che amiamo
e più la conosciamo, e più la amiamo più
la conosciamo. Il caso di Maria non è un'eccezione.
Va amata con un affetto più
che romantico o nostalgico, con quello che si possiede al ricordo
della propria madre. Maria va amata perché ci ha dato
"il frutto benedetto del suo ventre, Gesù",
come preghiamo nell'Ave Maria. Restiamo senz'altro con lei. Dobbiamo
alla sua collaborazione, al suo "sì" l'aver
ricevuto la salvezza di Dio nella persona di Gesù. Dobbiamo
poi amarla perché viva, perché ha raggiunto la
sua pienezza in Cristo, in virtù della sua assunzione
al cielo.
In terzo
luogo,
bisogna imitare Maria. La conoscenza
della Santissima Vergine ci porterà necessariamente ad
amarla di più e conseguentemente ad imitarla maggiormente
in quegli atteggiamenti e valori evangelici che visse così
eccelsamente e che seppe inculcare al suo figlio così
come lo fa ogni madre.
I vangeli segnalano tre grandi
elementi da imitare: l'accettazione e la ricerca della volontà
di Dio nella sua vita (come lo illustra il racconto dell'Annunciazione),
l'attenzione alle necessità degli altri e la sua capacità
di servizio (come lo esemplificano la narrazione della Visitazione
e quella delle nozze di Cana) e la sua fede come fonte e vertice
di tutto, secondo quanto dichiara proprio Gesù quando
relativizza la maternità fisica di Maria e pone in rilievo
la sua vera grandezza: "Beati piuttosto coloro che ascoltano
la parola di Dio e la osservano!"(Lc. 11,28).
In quarto
luogo
bisogna propagare la devozione
a Maria. Questo è il risultato del conoscerla, amarla
e imitarla. C'è una frase che riassume la saggezza popolare
e la esprime molto bene: "Dell'abbondanza del cuore parla
la bocca". Vuol dire semplicemente che le persone parlano
con convinzione di ciò a cui maggiormente tengono. E parliamo
così affinché gli altri ugualmente conoscano e
amino coloro che ci stanno a cuore.
Avviene lo stesso con Maria.
E' la madre e la maestra della quale non si può non parlare
se davvero facciamo ciò che fece il discepolo amato: "la
prese nella sua casa" (Gv.19,27), secondo la consegna ricevuta
da Gesù.
Teniamo poi davanti a noi un programma che ci può aiutare
a crescere nella nostra devozione alla Santissima Vergine, in
modo che superiamo la mera religiosità popolare alla quale
a volte ci riduciamo.
2.
Da una devozione mariana fatta di ammirazione a una devozione
mariana fatta di imitazione
Maria fu una donna eccezionale,
che Dio colmò di privilegi che la fanno essere più
unica che rara. Si tratta di grazie legate alla sua missione:
il dono dell'immacolata concezione, il dono della maternità
divina, il dono dell'assunzione al cielo.
La concezione di Maria senza peccato è un privilegio che
lascia vedere, da una parte quello che fu il piano originale
di Dio sopra ciascuno di noi, ciò che eravamo chiamati
ad essere: vivere in piena armonia con Dio, con gli altri, con
noi stessi e con la natura; e dall'altra l'amore preventivo di
Dio che riesce a far sì che la persona si senta amata,
gradita, e possa rispondere con i migliori mezzi che ci sono
nel suo cuore.
Non è solo il fatto
che Maria non conobbe le esperienze negative sul piano morale
dell'esistenza umana (non peccò), bensì che fu
orientata pienamente verso Dio e verso gli altri (amò).
Parlare dell'Immacolata concezione è riconoscere che Dio,
per sua pura liberalità, dispensò Maria da questo
conflitto tra il volere il bene e il non poter farlo e la colmò
della sua grazia, del suo amore, in modo che potesse orientarsi
al bene, prendere decisioni a suo riguardo, e realizzarle.
La maternità di Maria
è, naturalmente, il titolo più grande che le si
possa dare. Nessuno, all'infuori di Lei, potrà essere
madre fisica del Figlio di Dio, che per salvarci volle farsi
creatura umana e condividere la nostra condizione in tutto, tranne
che nel peccato. Che Maria fosse Madre di Gesù è
fuori da ogni discussione storica.
Chiarire, invece, che significato
avesse tale maternità è stato un lungo processo
di approfondimento del mistero cristiano, fino a riconoscere
che Maria fu Madre del Figlio di Dio. Tuttavia si dovrebbe aggiungere
di più: fu vera Madre di Dio non solo per il fatto di
averlo concepito per la potenza dello Spirito e averlo dato alla
luce, bensì perché, come autentica Madre, assunse
il compito di collaborare alla crescita umana del suo Figlio,
in tutte le sue dimensioni inclusa quella religiosa e spirituale.
Luca illustra la splendida opera di Maria come Madre e come Madre
di Dio.
E' un piccolo sommario con
il quale l'evangelista conclude i cosiddetti "racconti dell'infanzia
di Gesù" (capitoli 1 e 2). "Partì dunque
con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua
madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù
cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli
uomini". Come vero uomo, Gesù andò sviluppando
tutte le potenzialità del suo essere umano, e in questo
processo di "educazione" Maria realizzò il ruolo
che svolge ogni madre con i suoi figli.
L'assunzione di Maria al cielo
rappresenta la conclusione logica, all'interno del piano di Dio,
per ogni uomo e donna, chiamato a vivere per sempre con Lui.
Questo lo ha realizzato Cristo Gesù in virtù della
sua risurrezione, il nuovo Adamo, il primogenito di coloro che
vincono la morte e hanno accesso alla vita.
Ciò che San Paolo concludeva
da questo era che "come tutti muoiono in Adamo, così
tutti riceveranno la vita in Cristo". E aggiungeva: "Ciascuno
però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia;
poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo" (1Cor.
15,21-23). Quest'affermazione dell'Apostolo è stata intesa
molto bene dalla tradizione della Chiesa che sempre ha creduto
che Maria, che "è di Cristo" in modo singolare,
partecipa già della sua vittoria sopra la morte. E' interessante
vedere l'iconografia che interpreta la morte di Maria come "dormizione"
o come "transito" per indicare che la morte non ebbe
potere sopra di lei, per non aver peccato, e che si è
svegliata nella casa del Padre, dove già l'aspettava suo
Figlio. La Chiesa ha dichiarato con la sua autorità che
Maria è stata ascesa al cielo, e crede pertanto che ella
è viva e continua intercedere per quelli che le affidò
suo figlio: "Donna, ecco tuo figlio".
Questi sono i privilegi di
Maria che, più che renderla unica, ci fanno lodare Dio
per le meraviglie che ha compiuto in lei, come dice lo stesso
cantico del "Magnificat": "L'anima mia magnifica
il Signore
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente".
Per molto tempo si è
diffusa una devozione che la contempla più come "un
essere meraviglioso" che come "una madre e un modello
di fede". Più come qualcuno da ammirare che qualcuno
da imitare. Già abbiamo ricordato che Gesù stesso
ci indica quale fu la grandezza di sua madre.
Ugualmente abbiamo visto che
il documento "Marialis Cultus" invita a purificare
l'immagine che abbiamo di Maria conoscendo maggiormente ciò
che di lei ci dicono i vangeli e imitiamo maggiormente quelle
che furono le sue virtù. Questo significa che bisogna
passare, sempre più a una devozione a Maria fatta di imitazione.
3. Il
ritratto spirituale di Maria secondo i Vangeli
Il primo passo per maturare
la nostra devozione a Maria è necessariamente avvicinarci
al Nuovo Testamento per leggere in esso la testimonianza che
ci lasciarono della madre di Gesù.
Si deve immediatamente dire
che dello stesso Gesù storico sappiamo ben poco, poiché
i vangeli non pretendono essere una biografia bensì una
narrazione che testimonia che Gesù è il Cristo,
il Figlio di Dio, scritta da coloro che lo amarono, cedettero
in lui e lo seguirono. Scrissero inoltre perché coloro
che già credevano in lui lo conoscessero meglio, lo amassero
di più e lo seguissero con maggiore radicalità,
e affinché coloro che non lo conoscevano giungessero a
credere che Gesù è il Figlio di Dio e credendo
in lui avessero la vita nel suo nome (Cf. Mc.1,1; Gv. 20,31).
Nulla di strano, di conseguenza, che di Maria sappiamo ancor
meno. Basta pensare che la Madre di Gesù è citata
solo 19 volte nei 27 libri che formano il Nuovo Testamento. Potremmo
riunire i passaggi che a lei si riferiscono in tre gruppi:
1. Vangeli dell'infanzia:
" Matteo 1-2, che ci presenta
la concezione verginale di Gesù, la visita dei magi, la
fuga in Egitto, il ritorno e la residenza a Nazaret.
" Luca 1-2, che ci racconta l'annunciazione dell'angelo
a Maria, la visitazione ad Elisabetta, la nascita di Gesù,
la presentazione di Gesù al tempio, e la scena di Gesù
tra i dottori del tempio.
2. Il vangelo di Giovanni
" Le nozze di Cana (Gv.
2,1-12)
" Maria presso la croce (Gv. 19,25-27).
3. Altri testi:
" Galati 4,4: Gesù
nato da donna
" Mc. 3,20-21.31-35: i parenti di Gesù e la sua vera
famiglia
" Lc. 11,27-28: la vera beatitudine di Maria
" Atti degli Apostoli: 1,12-14: il gruppo degli apostoli
Questo quadro sintetico dei
pochi testi nei quali appare Maria ci permette alcune prime osservazioni
che mi sembra importante e interessante porre in rilievo.
a) Sorprende che Paolo, il primo scrittore
del Nuovo Testamento, non menzioni mai Maria con il suo nome
e l'unica volta che si riferisce a lei, nel testo ai Galati,
lo faccia indirettamente solo per parlare della profonda solidarietà
di Gesù con l'umanità.
b) Richiama ugualmente l'attenzione il
fatto che Marco, il primo vangelo scritto, quando parla di Maria,
la presenta in un contesto che non cessa di risultare scandaloso
perché rivela la difficoltà di comprendere Gesù
da parte dei suoi stessi parenti, che ritenevano fosse diventato
pazzo, e il conseguente tentativo di riportarlo a casa.
c) Risulta ugualmente poco comprensibile
che Matteo e Luca, gli unici che hanno preceduto il racconto
evangelico con i "racconti dell'infanzia", non solo
non concordano con i dati che scrivono, nei passaggi che narrano,
bensì che sembrano rappresentare due tradizioni diverse:
Matteo più centrato sulla figura di Giuseppe, e Luca più
focalizzato su quella di Maria.
d) Più significativo risulta il fatto che siano gli ultimi
due evangelisti (Luca e Giovanni) quelli che presentano più
positivamente Maria, che entrambi considerano come Madre di Gesù
e Madre della Chiesa.
Dietro questi rilievi, apparentemente
insignificanti, si dovrebbero scoprire elementi che sono più
determinanti.
In primo
luogo
non deve stupire che Maria
appaia così poche volte e che in nessuno dei passaggi
sia ella la protagonista dell'episodio, poiché in tutti
Maria è in funzione di Gesù. Questo significa che
senza Gesù Maria non si comprende e che , nello stesso
tempo, Maria conduce a Gesù: "Fate quello che vi
dirà". Questa è una legge cristiana che non
possiamo dimenticare nella devozione a Maria.
In secondo
luogo,
nemmeno ci si dovrebbe meravigliare
che siano gli ultimi autori dei vangeli (Luca e Giovanni) quelli
che meglio ci descrivono Maria. Questo è il segno del
processo di approfondimento del mistero cristiano fatto dalla
Chiesa. Fa parte naturale del processo che nella misura che si
andava comprendendo con maggior chiarezza il mistero di Gesù
si scopriva e si valorizzava sempre più anche quello di
Maria. Questa è l'altra legge cristiana che di deve tener
presente: la maturità della nostra fede in Cristo conduce
alla scoperta di Maria.
In terzo
luogo
è esemplare il modo
con il quale ci presentano Maria coloro che maggiormente hanno
compreso la sua missione dentro la storia della salvezza. Luca
e Giovanni ingrandiscono Maria non tanto esaltando le grazie
con le quali Dio l'ha privilegiata, quanto ponendo in rilievo
le virtù che seppe vivere: la sua fede, la ricerca e l'accettazione
della volontà di Dio nella sua vita in favore degli altri,
la sua attenzione ai bisognosi. Questa è tuttavia una
legge cristiana: l'autenticità della nostra devozione
a Maria passa più per l'imitazione che per l'ammirazione.
In quarto
luogo
non dovrebbe scandalizzarci
la forma con la quale Maria appare nel vangelo di Marco. C'è
motivo per supporre che, storicamente, Maria ebbe un'evoluzione,
uno sviluppo spirituale. Percorse un lungo cammino di fede e
di confidenza nel Dio Salvatore, che l'aveva collocata al centro
di un mistero che ella non comprendeva, come esplicita e ripetutamente
testimonia Luca, prima nel racconto dell'annunciazione: "ella
rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto"
(1,29), poi in quello della nascita di Gesù: "Maria,
da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore"
(2,19), successivamente nell'incontro con Gesù nel tempio
in mezzo ai dottori: "Ma essi non compresero le sue parole"
(2,50) e finalmente nel sommario che sintetizza il processo di
maturazione umana e religiosa di Gesù nella casa di Nazaret:
"Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore"
(2,51).
Qui abbiamo ugualmente un'altra
legge cristiana, quella della fede intesa come un processo di
maturazione e crescita che ci permette di consegnarci pienamente
al progetto di Dio. Evidentemente il cammino di fede Maria si
muove tra due poli ben sicuri: la difficoltà ad intendere
la missione di suo Figlio (Mc. 3,21) e la sua fede nel Figlio
(At. 1,4) che ce la mostra facente parte della comunità
cristiana che confessava Gesù Cristo, il Risorto, come
Signore e Messia.
4. Il
modello di fede in Maria secondo i vangeli di Luca e di Giovanni
"Confermando la fede del
nostro popolo vogliamo proclamare che la Vergine Maria, Madre
di Cristo e della Chiesa, è la prima redenta e la prima
credente. Maria, donna di fede, è stata pienamente evangelizzata,
ed è la più perfetta discepola ed evangelizzatrice
(cfr. Gv. 2,1-12). E' il modello di tutti i discepoli ed evangelizzatori
per la sua testimonianza di preghiera, di ascolto della parola
di Dio, e di pronta e fedele disponibilità al servizio
del regno, fino alla croce
Ci ha preceduto nella peregrinazione
della fede e nel cammino verso la gloria
Con gioia e gratitudine
accogliamo il dono immenso della sua maternità, della
sua protezione, e desideriamo amarla nello stesso modo che Gesù
la amò" (SD 15). Questa preziosa e apprezzata sintesi
mariana del Documento di Santo Domingo ci serve come introduzione
a questa parte nella quale vogliamo avvicinarci con curiosità
e amore filiale alle pagine dei vangeli che ci narrano momenti
importanti della storia di Maria.
A. L'immagine di
Maria nel vangelo di Luca:
1) Maria
nell'Annunciazione (Lc. 1,26-38)
La vita umana, ogni vita umana,
è una vocazione. E' motivante credere che Dio ha un progetto
per ogni uomo e donna, progetto che va rivelando progressivamente.
Intendere la vita come vocazione o come missione significa che
la chiamata non è un avvenimento isolato, bensì
un dialogo d'amore da continuare tutti i giorni del nostro peregrinare
in questo mondo. Il racconto dell'annunciazione di Maria ci dice
che in tutta la vita c'è, senza dubbio, un'annunciazione
per qualcosa di totalmente nuovo al quale siamo invitati. Un
giorno felice percepiamo con chiarezza che Dio ha pensato a noi
e vuole contare su di noi per realizzare la sua salvezza. L'unica
cosa che vuole è la capacità di accoglienza di
questa proposta divina, e una risposta amorosa e generosa, sapendo
Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia, ci mettiamo
in cammino.
E' normale che davanti a un
intervento di Dio nella nostra vita avvertiamo timore per ciò
che viene a cambiare i nostri progetti personali e, in certo
senso, a complicarci un poco l'esistenza. Bisogna avere l'audacia
e l'umiltà di cambiare i propri progetti e imparare a
lasciarsi condurre dallo Spirito.
Luca traccia l'intervento di
Dio nella vita di Maria con maestria letteraria e teologica.
L'annunciazione è allo stesso tempo un racconto vocazionale.
In quanto vocazione ha come centro la preoccupazione di Dio di
salvare e cercare collaboratori al suo piano di salvezza. Maria
è la destinataria di questa iniziativa e può rispondere
con un "sì" o con un "no". La narrazione
afferma con chiarezza che ella ha già piani di fatto per
sposarsi con Giuseppe e organizzare la vita in matrimonio con
lui, come lo avrebbe ogni donna giudea. In quanto annunciazione
il racconto gira attorno all'annuncio dell'angelo della volontà
di Dio di intervenire nella storia inviando suo Figlio nel mondo.
L'importante è qui l'identità di colui che sta
per nascere e la missione che sta per realizzare.
Maria non nasconde la sua sorpresa
né la sua incomprensione. Questo da motivo affinchè
l'angelo le spieghi quale sia la sua missione: diventare la madre
del figlio di Dio, dare "carne" alla Parola affinché
possa farsi uomo e porre la sua tenda tra noi (cfr. Gv. 1,14).
La vocazione porta sempre con sé una missione. Ma ora,
se Dio chiama è perché sta pensando di salvare
il suo popolo e sta cercando, pertanto, mediatori della sua salvezza.
Tanto la vocazione, il solo
fatto di essere chiamata, quanto la missione che le viene affidata,
e per la quale non si sente preparata, porta Maria a esporre
la sua obiezione: "Come è possibile, se non conosco
uomo?". Questa obiezione è un espediente letterario
che appare in tutti i racconti di vocazione, per mettere in luce
che chiunque si sente chiamato da Dio non si sente mai all'altezza
delle richieste.
E' precisamente questo riconoscimento
della nostra insufficienza naturale per le esigenze e le richieste
di Dio, questo sentirci superati di molto nelle nostre proprie
possibilità davanti alle aspettative divine, ciò
che rende possibile che Dio accorra in nostro aiuto attrezzandoci
con i doni necessari per realizzare la missione affidata. A Maria
promette che lo Spirito Santo scenderà su di lei e la
coprirà con la sua ombra: il figlio che nascerà
da Maria, sarà Figlio di Dio, la salvezza viene sempre
da Dio. Così la nostra vita diventa necessariamente "carismatica",
nel senso che non è meramente naturale bensì che
è lo Spirito che rende in noi possibile l'impossibile.
E' - sempre secondo il testo
di Luca - la stessa presenza dello Spirito promesso a Maria che
la apre alla proposta di Dio e Maria l'accoglie con un'apertura
illimitata, ponendosi incondizionatamente e senza riserve nella
volontà di Dio: "Ecco la serva del Signore. Si compia
in me secondo la sua Parola".
L'annunciazione a Maria ci
offre le attitudini da coltivare per saper ascoltare e rispondere
a Dio che non cessa di parlarci e di chiamarci. Si potrebbero
sintetizzare in tre grandi attitudini:
* La ricerca del piano di Dio nella nostra vita,
sapendo che Dio ha un piano per ciascuno di noi e ce lo rivela
nella misura in cui ci chiediamo cos'è che Egli vuole
da noi in favore degli altri. La Parola di Dio, la sua annunciazione,
giungerà attraverso fatti, persone e la Scrittura. Da
ciò la necessità di convertirci in ascoltatori
attenti della Parola e in lettori credenti della storia. Mi sembra
molto eloquente il veder rappresentata Maria in molti quadri
dell'annunciazione con la Sacra Scrittura tra le mani o sopra
le ginocchia, meditandola, quasi come se la volesse accogliere
nelle sue viscere. Maria ci insegna in primo luogo a stare attenti:
"Ella si chiedeva - dice il vangelo - che senso avesse tale
saluto".
* L'accettazione della volontà di Dio come
progetto di vita, riconoscendo che il progetto di Dio sarà
sempre migliore del nostro. Ammettere Dio nella nostra vita implica,
in primo luogo, riconoscere la sua signoria, non dipendere da
nessun altro, non tenere altri primati nella nostra vita, identificarci
in tal modo con la sua volontà fino a farla veramente
nostra. Non si può essere veramente credenti e pretendere
di disporre di Dio, pensare che sia meglio che Egli faccia la
nostra volontà e compia i nostri desideri. Maria ci insegna,
in secondo luogo, a credere in Dio, a fidarci di Lui, a dargli
spazio nella nostra esistenza come Qualcuno che si ama perché
ci ha amato per primo, perché ha pensato a noi. "Eccomi
sono la serva del Signore. Si faccia di me la sua volontà".
* La docilità allo Spirito di Dio, che rende
possibile in noi l'impossibile. Il racconto ci dice che per la
forza di Dio, che è lo stesso Spirito santo, Maria poté
essere la Madre di Dio. E' la docilità allo Spirito che
rende feconda Maria vergine. La presenza profonda di questa energia
divina permette a Maria di sentirsi libera per poter disporre
di sé e rendersi schiava del suo Dio. Tale è il
senso profondo della "verginità" di Maria, che
più che l'affermazione di un fatto fisico è la
totale disponibilità al suo Dio. "Nella è
impossibile a Dio".
Nel racconto evangelico dell'Annunciazione
incontriamo, poi, il modello più perfetto della fede umana
davanti a Dio. Con frequenza - un poco influenzati dall'iconografia
che ci presenta immagini preziose di Maria, come una principessa,
visitata da un angelo - ci immaginiamo che Dio Nostro Signore
abbia manifestato a questa giovane di Nazaret tutto il suo piano
di salvezza, con l'intenzione che ella comprendendolo, lo accettasse
e così collaborasse con Lui. Non fu così, né
è questa la struttura della fede cristiana.
La fede in Dio non è
la conseguenza di avere inteso ciò che Lui vuole da noi,
bensì, al contrario, è accettare Dio nella propria
vita, in modo incondizionato. E' questo fidarci di Dio che ci
permette di andare a comprendere nel corso di tutta la vita quello
che ci succede come espressione della volontà di Dio.
Prima di accoglierla nel suo seno, Maria accolse la Parola nel
suo cuore e nella sua mente e così diventò Madre
di Dio. Tale è la nostra missione e tale è il nostro
modello.
2) Maria
nella Visitazione (Lc. 1,39-56)
Al racconto dell'annunciazione
segue immediatamente la narrazione della visita di Maria ad Elisabetta,
che va ad aiutare negli ultimi mesi di gravidanza. Qui scopriamo
un criterio per verificare il nostro incontro con Dio, per sapere
se è realmente la parola di Dio che abbiamo ascoltato
chiamandoci per nome e dandoci una missione: se usciamo da noi
stessi e andiamo all'incontro con gli altri, in particolare di
coloro che più necessitano di essere da noi aiutati, e
li serviamo. L'amore al prossimo è sempre il criterio
di autenticità del nostro amore a Dio, secondo ciò
che scrive l'autore della Prima lettera di Giovanni: "Nessuno
mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane
in noi e l'amore di lui è perfetto in noi" (4,12).
Risulta facile illudersi di
essere credenti, di avere fede in Dio e stare in relazione con
Lui, o perché compiamo esteriormente le nostre pratiche
di pietà o perché non facciamo del male, o perché
abbiamo vissuto emotivamente esperienze mistiche però
in forma ambigua. Nella visitazione Maria ci insegna a porci
in cammino verso gli altri come conseguenza del nostro incontro
precedente con il Signore, e per continuare ad incontrarci con
Lui.
Luca ci offre alcuni elementi
letterari con i quali ci permette di intendere meglio il messaggio.
In primo luogo anticipa l'incontro di Maria con Elisabetta presentandoci
già fin dalla scena dell'annunciazione il "segno"
dato dall'angelo a Maria: "Vedi: anche Elisabetta, tua parente,
nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è
il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile" (1,36).
Il fatto che il racconto della visitazione termini con la nota:
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa
sua" (1,56) fa capire che Maria la stava servendo durante
gli ultimi mesi della sua gravidanza, e così si fece ella
stessa madre, aiutando un'anziana ad essere madre.
In secondo luogo, Elisabetta
nel salutare Maria come "la Madre del mio Signore"
tornò ad unire questo racconto con quello anteriore nel
quale Maria ha accettato di essere la Madre del Figlio di Dio
e ha lasciato allo Spirito Santo rendere possibile l'impossibile.
Effettivamente, se il racconto della visitazione si realizza
- secondo il testo - "in quei giorni", non è
evidente la gravidanza di Maria né Elisabetta è
informata dell'annunciazione. Per Luca, Elisabetta profetizzando
fa sapere a Maria stessa che ha già cominciato ad essere
la Madre del suo Signore.
Il racconto della visitazione
è, inoltre, il momento dell'incontro non solo di Maria
ed Elisabetta bensì quello di Gesù e di Giovanni,
entrambi nel seno delle loro madri. Lo manifesta Elisabetta:
"Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai
miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo"
(v.44). Luca anticipa così l'incontro della "Voce
che grida nel deserto" con la "Parola fatta carne"
e li presenta come famigliari, uniti dallo Spirito. Giovanni
porta a compimento la profezia dell'Antico Testamento indicando
"più forte, colui che battezza con fuoco e con Spirito":
Gesù. L'incontro delle madri gioca così un ruolo
più simbolico che storico.
E' comune affermare che nel
narrare questa scena Luca abbia avuto in mente il passaggio del
ritorno dell'Arca dell'Alleanza in Gerusalemme, segno della presenza
di Jahvè in mezzo al suo popolo, quando Davide la salutò
esclamando: "Come potrà venire da me l'arca del Signore?"
(2Sam. 6,9). Il significato è chiaro: nello stesso modo
con cui Dio era presente in mezzo al suo popolo nell'Arca che
conteneva la Parola di Dio, i Dieci Comandamenti, Maria è
la Nuova Arca che porta nel suo ventre la Parola. Dio si rende
presente ora al suo popolo attraverso una persona: la Parola
fatta carne nel figlio che Maria porta nelle sue viscere, Gesù,
il "frutto benedetto del suo ventre".
Elisabetta si rallegra con
Maria per essere la Madre del suo Signore, questo è, per
il privilegio infinito cha ha di essere stata scelta per essere
la madre di Dio; però - in linea con quanto lo stesso
Gesù dirà più avanti in questo stesso vangelo
(cfr. Lc. 11, 27-28) - la felicita per la sua maternità
spirituale: "Benedetta tu che hai creduto nell'adempimento
della parola del Signore". Maria è poi, chiamata
beata per la sua fede.
Benché semplice nella
sua elaborazione, la scena della visitazione non è meno
eloquente per la nostra educazione nella fede. In essa Maria
ci indica le virtù da coltivare nella realizzazione della
missione per poter rendere presente Dio a coloro a cui siamo
mandati. Si possono sintetizzare in quattro grandi attitudini:
* La vocazione è apostolica, non ha senso
in se stessa bensì sta sempre al servizio della missione.
Più ancora, la vocazione va accompagnata dalla missione.
Questo esige fare della missione la ragion d'essere della propria
vita, affinché la stessa vocazione possa legittimarsi.
Posto che quando Dio ci chiama sta pensando più che a
noi, come possibili suoi collaboratori, al popolo che vuole salvare
facendosi vicino, visibile ed efficace, è importante che
assumiamo i nostri destinatari come l'altro polo intorno al quale
ruota la nostra vita, a mo' di un'elisse: Dio che ci invia, da
una parte, e dall'altra i destinatari a cui siamo inviati. "Maria
si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una
città di Giuda".
* La missione è manifestare Dio, attraverso
il nostro servizio perché come Maria anche noi siamo chiamati
per vocazione ad "essere segni e portatori dell'amore di
Dio". L'immagine dell'Arca dell'Alleanza che portava i segni
della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, incontra ora la
sua pienezza nel seno di Maria. Luca ha voluto evocare questa
immagine così grafica ed eloquente. Spesso confondiamo
la missione con il servizio, con il fare cose. La missione è
portare Dio quelli a cui ci ha inviato, avvicinarlo, renderlo
visibile e presente. Per questo vocazione e missione alla base
si identificano. Se rendiamo visibile il Dio che ci ha chiamato
e ci ha inviato è normale che i nostri destinatari facciano
propri i sentimenti di Elisabetta che, nella prontezza e nella
gioia con la quale Maria la visita e la serve scopre il suo Dio:
"A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?":
* Farci famigliari di Dio mentre noi ci facciamo
prossimo ai bisognosi. Sarà lo stesso Luca quello che
unirà, attraverso la parabola del Buon Samaritano (10,
29-37), il comandamento dell'amore di Dio, con tutto il cuore,
con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutta la mente, e
il comandamento dell'amore al prossimo, come a se stesso. Non
è la condizione istituzionale di sacerdoti o di religiosi
ciò che ci rende prossimo agli altri, bensì la
compassione per i bisognosi e la capacità di servirli
ciò che ci porta ad avvicinarci a loro e ad essere famigliari
di Dio.
* La lode come orazione dell'inviato è la
cosa più naturale in colui che sa che ciò che sta
realizzando sono le meraviglie di Dio. Oltre che a fare della
propria storia il luogo della rivelazione di Dio e storia della
salvezza, permette di non dimenticare le preferenze di Dio per
"i piccoli e i poveri", e la fedeltà di Dio
alle sue promesse. Leggendo la propria esperienza di vita Maria
non può non cantare: "La mia anima magnifica il Signore".
Nell'incontro di Maria con
la sua parente Elisabetta, immediatamente dopo l'annunciazione,
la Madre di Giovanni Battista la saluta: "E beata colei
che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore",
caratterizzando così l'attitudine fondamentale di Maria
davanti a Dio: l'obbedienza della sua fede.
3) La preghiera
di Maria: il "Magnificat" (Lc. 1,46-55)
L'evangelista ha rotto la prosa
del racconto e ha inserito il Cantico di Maria, il "Magnificat",
però non poteva aver scelto miglior collocazione. Ispirato
al cantico di Anna, la madre di Samuele (1Sam. 2,1-10) e ad altri
numerosi passaggi dell'Antico Testamento, il "Magnificat"
raccoglie tutte le aspettative dei "poveri di Israele"
e pone sulle labbra di Maria questa lode al suo Dio che ha voluto
fare meraviglie in lei e, per mezzo di lei, nel suo popolo. Il
Dio di Maria è degno di lode perché non ha defraudato
la fede dei suoi credenti, perché ha preso nelle sue mani
la causa dei piccoli e dei poveri, e perché ha conservato
la promessa ai padri di Israele.
Il testo può sembrare
"rivoluzionario", e, bisogna dirlo con tutta chiarezza,
dice cose molto "rivoluzionarie", perché - come
commenta questa splendida sintesi mariologica il Documento di
Puebla (Nos. 282-304) -: "Nel Magnificat (Maria) si manifesta
come modello per coloro che non accettano passivamente le circostanze
avverse della vita personale e sociale, né sono vittime
dell' alienazione, come oggi si dice, bensì proclamano
con Lei che Dio "innalza gli umili e abbassa dal trono i
superbi, colma di beni gli affamati e disperde i racchi a mani
vuote" (DP 297).
Similmente alle Beatitudini,
questo testo definisce con chiarezza le preferenze divine e la
logica del
comportamento
di Dio, che non sono certamente le nostre. E, a differenza delle
Beatitudini, questa logica è affermata come orazione,
e sulle labbra di Maria, questo rappresenta una spiritualità,
un modo di vivere la propria fede nel corso della storia. Avviciniamoci,
quindi al testo:
Maria che è stata chiamata
"Benedetta" dalla sua cugina, risponde magnificando
Dio. Il suo inno è un riconoscimento dei doni che il Signore
ha voluto concederle (vv. 45-48) e una proclamazione della liberazione
che il Signore vuole realizzare (vv. 50-53).
E' una forma esemplare di pregare:
lodare Dio perché "ha guardato", perché
ha posto i suoi occhi su di lei, perché l'ha guardata
con predilezione. E, in seguito, proclamare il piano di Dio di
cambiare il modello sociale. Come non cantare a un Dio che guarda
ai poveri e ai semplici, agli umili e ai piccoli, a quelli che
nulla valgono nella storia, a quelli che non hanno altro difensore
che Dio stesso?
E affinché non si pensi
che è solo un po' di "oppio" per addormentare
la coscienza e offrire consolazione a quelli che soffrono, il
cantico di Maria rivela il Dio che vuole cambiare le circostanze
del suo popolo. Da una parte, il sentirsi "guardata"
e riconosciuta come persona, la fa sentire esaltata. Ella "esalta"
Dio ("Magnificat") perché previamente il suo
Dio l'ha innalzata. D'altra parte, l'aver sperimentato la liberazione
di Dio l'ha cambiata a sua volta in liberatrice e l'ha posta
a servizio degli altri, l'ha riempita di dinamismo, l'ha posta
in cammino.
L'esperienza del Dio di Maria
si converte così, allo stesso tempo, in programma sociale.
L'amore di Dio non si riduce alla sfera privata bensì
ha una forza liberatrice così grande che è capace
di realizzare un cambiamento sociale a favore degli "oppressi"
e degli "affamati". Il Dio che l'ha "guardata"
e l'ha salutata come "piena di grazia" guarda anche
a tutti i piccoli della terra. Vuole saziare gli affamati, in
modo che possano godere e condividere i beni della terra. Vuole
liberare gli oppressi, in modo che si possa realizzare un'esistenza
pienamente umana.
Alcuni elementi
della "preghiera" di Maria che possono far maturare
la nostra:
* In primo luogo, la spiritualità di Maria,
fondata sull'esperienza di Dio che ha avuto, coniuga armoniosamente
l'intimità, espressa in una frase piena di risonanze personali
("Mi ha guardato"), e l'impegno, espresso nella proclamazione
del modo così singolare di agire di Dio che preferisce
i poveri e i semplici.
* In secondo luogo, la preghiera di Maria si manifesta
prima di tutto come una lode, che canta le meraviglie che realizza
il suo Dio in lei e attraverso lei. Sembra che Maria meditando
la storia del suo popolo e la sua propria non scopre se non le
meraviglie di Dio e finisce per cantarle a questo Dio meraviglioso.
* In terzo luogo, Maria si sente, si comprende
e si vuole solidale con tutte le persone che soffrono "in
questa valle di lagrime", come recita bene la "salve".
La preferenza di Dio - che Gesù riaffermerà - per
gli espropriati e gli emarginati non è in nessun modo
una consacrazione romantica della povertà, posto che la
povertà materiale, in quanto tale, sia una maledizione,
frutto del peccato, e come tale da essere abolita; bensì
che questa preferenza divina è azione efficace e liberatrice
da ogni tipo di ingiustizia, da parte di Dio, ed è esigenza
di una spiritualità e un modello di vita fatto di apertura
confidente in Dio, di sobrietà e di austerità,
e di solidarietà, da parte dell'uomo.
* In quarto luogo, Maria assume l'impegno di compiere
il piano che Dio ha di elevare gli oppressi e saziare gli affamati.
La salvezza che ci è offerta in Gesù, e la cui
nascita è stata annunciata a Maria, inaugura un cambio
definitivo nella vita degli uomini e nelle strutture che formano
l'ordine sociale. Quello che Dio ha fatto per Maria lo continua
a fare per ogni uomo o donna che si apre a ricevere il Regno
di Dio e a lavorare per la sua instaurazione nel nostro mondo.
Forse abbiamo la tentazione
di spiritualizzare troppo queste parole del "Magnificat"
per le ragioni apertamente rivoluzionarie. E' certo che la giustizia
e la liberazione di Dio che ci ha trasmesso in Gesù va
oltre ciò che intendiamo per uguaglianza sociale, o per
giustizia e liberazione in termini umani, però questo
significa solamente che Dio guarisce i nostri mali in profondità.
Vuole la trasformazione del nostro cuore, da dove procede il
male (cfr. Mc. 7,19-23), però vuole anche che questa si
manifesti nella trasformazione delle nostre strutture umane.
La nostra devozione mariana,
se vuole esser autentica, evangelica, deve radicarsi in questa
spiritualità di Maria, che "proclama che la salvezza
di Dio ha da veder con la giustizia verso gli uomini" (DP
1144), e renderci con lei solidali ai nostri fratelli e ai fattori
trasformatori della nostra realtà.
4) Maria
nella nascita di Gesù (Lc. 2, 1-20)
La nascita di Gesù indica
il punto culminante nella storia dell'umanità, come dice
Paolo: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò
il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare
coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione
a figli" (Gal. 4,4-5). E Luca, come buon catechista, preoccupato
"di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli
inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo,
perché ti possa rendere conto della solidità degli
insegnamenti che hai ricevuto" (Lc. 1,3-4), ha voluto incorniciare
dentro il quadro della storia "mondiale" la nascita
del Messia.
La lettura attenta del racconto
della nascita di Gesù, fatto da Luca, ci aiuterà
a purificarne le immagini romantiche che abbiamo e a scoprire
il messaggio che l'evangelista ci ha voluto dare per maturare
la nostra fede.
Mentre S. Giovanni sintetizza
meravigliosamente l'incarnazione con una frase lapidaria: "Il
Verbo si è fatto carne", per indicare che Dio aveva
assunto in Gesù totalmente la condizione umana per salvarla
dal di dentro dell'uomo, Luca ci racconta come avvenne. Sono
due forme per dirci che Dio si è fatto vero uomo come
uno di noi, che ha fatto esperienza di ciò che significa
essere uomo affinché possiamo liberare la nostra energia
più potente, l'amore, e apprendiamo ad essere figli di
Dio.
Il racconto
è accuratamente costruito in tre parti:
* nei versetti da 1 a 7 ci vengono mostrate le
circostanze storiche della nascita di Cristo, che viene descritta
con una impressionante semplicità: "Diede alla luce
il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in
una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo"
(v. 7);
* nei versetti da 8 a 14 la nascita diventa notizia
grazie a ciò che gli angeli comunicano - rivelano - ai
pastori: il grande evento della nascita del salvatore e ciò
che danno loro come segno: "troverete un bambino avvolto
in fasce, che giace in una mangiatoia" (v. 12);
* nei versetti 15-20 i pastori vanno a verificare
quanto è stato annunciato e lì effettivamente,
come avevano detto gli angeli "trovarono Maria e Giuseppe
e il bambino, che giaceva nella mangiatoia" (v. 16), per
cui cominciarono a diffondere la buona novella.
Alcuni elementi
che emergono immediatamente dalla lettura del testo sono:
* In primo luogo, la preoccupazione di Luca di
far rendere conto al lettore che, malgrado la nascita di Gesù
sia avvenuta in piccolo paese, in un luogo senza importanza,
e in una grotta, si tratta di un evento di portata universale,
non tanto perché lo considerino le agenzie di informazione,
bensì per l'importanza di colui che è nato: il
Salvatore.
* In secondo luogo, richiama l'attenzione che nelle
tre parti del racconto l'unico fattore che appare, a mo' di chiave
di lettura, è la circostanza del "bambino che giace
in una mangiatoia", per indicare che non ci fu luogo migliore
per collocare il Bambino che il presepe degli animali, con una
chiara allusione all'opzione per la povertà, che caratterizzerà
la vita di Gesù.
* In terzo luogo, Luca non si assimila ad uno storico
che ricostruisce i fatti, bensì vuole essere, soprattutto,
un catechista che aiuta a scoprire il significato che hanno gli
avvenimenti. Chi potrebbe farlo meglio di Dio stesso? Per questa
ragione, la scena intermedia è d'importanza capitale,
perché lì appare "un angelo del Signore"
che da la grande notizia e svela il mistero facendo conoscere
l'identità profonda di "questo bambino avvolto in
fasce, che giace in una mangiatoia": è "un salvatore,
Cristo Signore" (v.12).
* In quarto luogo, Luca conduce progressivamente
il credente alle attitudini dei personaggi che prendono parte
all'avvenimento: la gente, Maria e i pastori, per farlo pensare
a qual è il modo migliore di reagire e di comportarsi
davanti al mistero.
Il modo con cui vengono scritti
i versetti da 18 a 20 è magistrale. Effettivamente, nel
versetto 18 dice che "la gente si meravigliava"; nel
versetto 20 ci mostra che "i pastori poi se ne tornarono,
glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito
e visto, com'era stato detto loro"; e nel v. 19, al centro
di tutto, appare "Maria, (che) da parte sua, serbava tutte
queste cose meditandole nel suo cuore".
Per Luca, non basta una reazione
di meraviglia che non conduce alla fede, come quella della gente
che ascolta i pastori, e nemmeno è sufficiente l'attitudine
dei pastori che raccontano quanto è stato loro detto e
quanto hanno visto. Per Luca, l'atteggiamento più adeguato
davanti al mistero lo ha Maria, che non comprende tutto però
custodisce gelosamente nel suo cuore fino a quando Dio vuole
rivelarle pienamente il significato di ciò che vede, e
intanto contempla portando di nuovo la Parola nel suo grembo.
Nella nascita di Gesù,
Maria ci insegna ad essere uomini di interiorità, di intensa
spiritualità, frutto del nostro ascolto attento e fedele
della Parola, della meditazione paziente e religiosa, e della
contemplazione devota e rispettosa cercando di sviscerarne i
significati più profondi. Solo così potremo annunciare
agli altri "ciò che abbiamo visto e udito, ciò
che abbiamo toccato con le nostre mani: la Vita".
Solo così giungeremo
ad essere evangelizzatori credibili per avere prima creduto alla
Parola che annunciamo e aver sperimentato in noi la verità
della buona novella. Solo così potremo incarnare la salvezza
per quelli ai quali Dio ci invia, i giovani, assumendo la loro
cultura e rispondendo alle loro profonde attese di felicità,
di vita e di amore.
C'è da superare il sentimento
facile e l'emozione inconsistente della gente che solo si meraviglia
quando ascolta l'annuncio. C'è da superare anche la fretta
dei pastori ai quali sembrava bastare la prima notizia per andare
a divulgarla. C'è da far nostra l'interiorità di
Maria che "conservava tutte queste cose meditandole nel
suo cuore". C'è da rimanere uniti a Dio.
Sintetizzando:
per Luca, Maria è l'ascoltatrice
per eccellenza della Parola. Il racconto dell'annunciazione,
nel quale Maria accoglie la Parola nella sua mente, nel suo cuore
e infine nel suo grembo, anticipa già, fin da questo episodio,
la testimonianza che darà di Maria lo stesso Gesù
durante la vita pubblica. Un giorno mentre predicava, una donna
del popolo, emozionata nell'ascoltarlo, gli gridò: "Beato
il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!".
Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la
parola di Dio e la osservano!" (Lc. 11,27-28).
E' per questo che Luca non
teme di cambiare la scena sopra il discernimento dei veri parenti
di Gesù. In questo modo, quando annunciano a Gesù:
"Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano
vederti"
egli rispose: "Mia madre e miei fratelli
sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica"
(Lc. 8,20-21). Maria è sua madre sì, perché
ha creduto nella parola e l'ha incarnata. Essere parenti di Gesù,
in modo nuovo e distinto, tale è la nostra opportunità
e la nostra grazia.
B. L'immagine
di Maria nel vangelo di Giovanni:
Nel vangelo di Giovanni Maria
non compare che in due momenti che stanno uniti tra loro: alle
nozze di Cana e alla morte di Gesù ai piedi della croce.
Ci sono alcuni elementi letterari che uniscono i racconti: ciò
significa che intenzionalmente Giovanni ha voluto che si leggessero
l'uno alla luce dell'altro.
* In entrambi Maria è chiamata con un nome
pieno di evocazioni, donna. "Che ho da fare con te, o donna?
Non è ancora giunta la mia ora" (2,4). "Donna,
ecco il tuo figlio!" (19,26).
* In entrambi i discepoli appaiono insieme a Gesù
e a Maria. Alle nozze di Cana l'intervento di Maria obbligherà
Gesù a realizzare il primo "segno" e strapperà
ai discepoli la loro prima adesione di fede: "I suoi discepoli
cedettero in lui". Ai piedi della croce, l'ultimo "segno",
la rivelazione suprema dell'amore di Dio, il discepolo amato
riceverà come eredità la madre di Gesù affinché
sia Ella ad educarlo nella fede.
5) Maria
alle nozze di Cana (Gv. 2,1-11)
Le nozze di Cana sono parte,
poi, di un tutto che ha come finalità quella di presentare
Gesù come rivelatore del Padre, attraverso dei "segni"
dei quali il primo, l'abbondanza del vino e di un vino buono,
annuncia l'ultimo: la manifestazione suprema dell'amore di Dio
in Gesù. Questa sarà la sua glorificazione e avverrà
quando sarà arrivata la sua "ora". Allora l'acqua
dell'antica alleanza sarà trasformata nel vino della nuova
alleanza.
Maria, che è qui considerata
come "donna" più che come madre, è invitata
ad aspettare questa "ora" di Gesù. In quanto
donna entra come signora dentro l'opera della salvezza e prende
l'iniziativa e da indicazioni (2,5). Precisamente nella sua qualità
di donna, arrivata l' "ora" si convertirà in
madre nostra (19,25-27). E' indubitabile il simbolismo che qui
gioca Maria come donna e come madre. Personifica la Chiesa che,
come nuova Eva presso l'albero della croce, si converte in madre
del discepolo amato e, in lui, della nuova umanità: quella
dei figli conforme a Gesù.
Similmente che Luca, Giovanni
presenta un'immagine di Maria come modello della fede e come
madre dei credenti.
In accordo allo stesso vangelo,
alle nozze di Cana si realizza il primo "segno" di
Gesù, che in certo modo anticipa la sua "ora".
Già sappiamo che Giovanni preferisce utilizzare la parola
"segno" e non "miracolo" per indicare più
il valore significativo del fatto che ciò di meraviglioso
possa avere. Si tratta, poi, di una rivelazione e l'abbondanza
del vino sarà un segno del fatto che il Messia è
presente. Tuttavia non tutto è solo segno.
C'è anche un fatto,
benché questo non sia ricordato né narrato da nessuno
degli altri tre evangelisti. Probabilmente Gesù e i suoi
discepoli partecipano ad un matrimonio a Cana, al quale era stata
invitata anche sua madre. Essendo mancato il vino, Maria lo fa
notare a suo Figlio affinché dia una riposta a questa
carenza: "Non hanno più vino" (v. 3). Segue
un'affermazione del suo ministero in accordo alla volontà
del Padre: "Che c'è tra te e me o donna, non è
ancora giunta la mia ora" (v. 4). Gesù si sarebbe
preoccupato di provvedere il vino necessario affinché
continuasse la festa: "Riempite d'acqua le giare
Ora
attingete e portatene al maestro di tavola".
Il fatto è plausibile
e riflette l'incarnazione reale di Dio in Gesù, che condivide
tutte le nostre esperienze umane, i nostri momenti di gioia e
i nostri momenti di tristezza. Il centro del racconto è
Gesù, il Cristo, e la sua presenza nella nostra vita,
quando lo abbiamo come invitato, può rimediare alle nostre
mancanze e alla perdita di senso della stessa esistenza.
Come donna saggia, Maria è
attenta ai dettagli e avverte la mancanza del vino e sa che la
festa è in pericolo.
Senza dubbio la grandezza di
Maria consiste - per l'evangelista - nella sua capacità
di scoprire insieme alla carenza di quella povera coppia sprovveduta,
la presenza di Gesù che "anche era stato invitato
alle nozze", e orientare verso Lui: "Fate quello che
vi dirà" (v.5).
A sua volta, Gesù -
che dapprima reagisce un poco duramente nei confronti della madre
- interviene e distribuisce effettivamente il "vino migliore"
di quella felicità promessa per gli ultimi tempi (cfr.
Is. 25,6; 55,1-3), come segno di pienezza di vita, della gioia
e della felicità che egli porta al mondo. Il vino della
nuova alleanza è l'amore, però questo dipende dalla
glorificazione finale del Messia, da quella "ora" che,
attraverso la morte, consumerà il mistero della manifestazione
finale di Dio: "Gesù, sapendo che era giunta la sua
ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi
che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv.13,1).
Maria appare a Cana come credente
e come suscitatrice di fede, vale a dire come "ausiliatrice"
della fede dei discepoli in virtù della sua fede che ha
fatto fare a Gesù segni che rivelano la presenza di Dio,
la sua salvezza. Dice, in effetti, il testo di Giovanni che,
che grazie al miracolo realizzato in forza del suo intervento,
i discepoli credettero in lui.
A Cana,
Maria ci insegna quattro attitudini importanti per la nostra
vita di credenti:
* In primo luogo, a condividere le vicissitudini
degli uomini e delle donne. Nella sua semplicità è
eloquente la forma con cui comincia la narrazione: "ci fu
uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù".
Significa farsi solidali con le angustie e le tristezze, con
le speranze e le gioie dei nostri contemporanei.
* In secondo luogo, essere attenti alle
necessità degli altri, vivere non per noi stessi, bensì
per gli altri. E' il vino che manca e di ciò Maria si
preoccupa: "la madre di Gesù gli disse: "Non
hanno più vino" è una prova della sua capacità
di osservazione per rilevare ciò che manca. Significa
conoscere la realtà e le sue implicanze: la mancanza di
vino pone in pericolo la continuazione della festa e significa
la fine della gioia in una famiglia.
* In terzo luogo, a scoprire la presenza
di Gesù e orientare verso Lui, come l'unico che ha nelle
sue mani la possibilità di rispondere alle nostre attese
più profonde e ai problemi esistenziali di fondo. Maria
quasi scompare dopo aver detto ai servi "fate quello che
vi dirà". Significa lasciare a Gesù il posto
che gli aspetta: quello di far abbondare il vino buono, il senso
della vita e la sua pienezza nell'amore.
* In quarto luogo, ad essere credenti
e credibili, in modo che sia la nostra fede quella che rende
possibile quella degli altri. La nota che sembra solo redazionale
ha una forza catechistica: "Così Gesù diede
inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò
la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". Significa
collaborare affinché gli altri possano credere.
6) Maria
ai piedi della croce (Gv. 19,25-27)
Se a Cana Maria agiva più
come collaboratrice della fede dei discepoli, sul Calvario si
accentua maggiormente il suo ruolo di madre dei discepoli del
Cristo. Se a Cana, grazie al miracolo realizzato in forza del
suo intervento, i discepoli cedettero in Gesù, sul Calvario,
per il dono di Gesù che muore, il discepolo prende Maria
con sé come madre sua.
Non sarebbe difficile che alcune
donne di Galilea fossero salite con Gesù a Gerusalemme
per la Pasqua, secondo la testimonianza di tutti gli evangelisti,
e che, pertanto, siano state, a una certa distanza, testimoni
della crocifissione. Tra loro poté esserci sua madre,
come donna, straziata dalla sofferenza e dall'impotenza sentiva
l'angustia e il dolore davanti al sacrificio di suo figlio. Storicamente
risulta, al contrario, più difficile verificare se Gesù
abbia detto tutte le parole come ce le riportano i vangeli.
La narrazione, dal punto di
vista teologico, è molto simile a quella che ci presenta
Luca in At. 1,12-14. Lì Maria è la madre dei credenti
in Gesù, che accompagna nell'attesa dello Spirito.
Sul Calvario, Maria ci insegna
a portare la nostra fede fino al termine, lì dove in apparenza
la fede si interrompe, lì dove gli altri hanno abbandonato:
"Stavano presso la croce di Gesù sua madre
"
Sul Calvario, Maria conosce
finalmente dove ha voluto porre Dio la salvezza che ha voluto
darci in suo Figlio e della quale ci rende ministri: "Presso
la croce".
Sul Calvario, Maria ci insegna
ad aprirci a spazi ogni volta più ampi per vivere questa
stessa fede: la comunità, passando da una maternità
fisica a un'altra spirituale: "Donna, ecco tuo figlio!".
Infine, sul Calvario, il discepolo
amato, quello che fa dell'amore a Gesù la sorgente della
sua fede e della sua conoscenza, riceve come eredità la
madre del suo maestro come madre sua: "E da quel momento
il discepolo la prese nella sua casa".
Per immaginare quello che Maria
può fare come madre nostra, basta pensare a ciò
che fu per suo figlio, Gesù, nel quale seppe infondere
quelle attitudini che ella visse in grado eminente: la fede,
la ricerca e l'accettazione della volontà di Dio, il servizio.
7. Maria,
pellegrina della fede
Cominciammo questa riflessione
mariana ricordando Paolo VI e l'Esortazione Apostolica "Marialis
Cultus". La vogliamo terminare facendo presente alcuni dei
passaggi dell'enciclica "Redemptoris Mater" nella quale
Giovanni Paolo II la presenta come pellegrina della fede.
A partire dall'Annunciazione
, comincia per Maria "l'avventura della fede": ha visto
trasformarsi la sua intera esistenza a causa dell'invito di Dio
a collaborare al piano di salvezza di tutti gli uomini, per mezzo
del Figlio che ha concepito nel suo seno verginale, Gesù,
e risponde "con tutto il suo "io" umano, femminile"
(RM 13). Il vangelo sottolinea la crescita di Maria nella comprensione
di questo piano salvifico di Dio, persino in varie occasioni
si dice che non comprese immediatamente quello che avveniva (Lc.
2,19), o quello che le si diceva (Lc. 2,33; 21,51). Per questo
conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole. Non
è possibile crescere nella fede senza questa attitudine
di profondità spirituale.
Ma più ancora, potremmo
dire che chi aiutò maggiormente Maria a maturare nella
fede è
il suo stesso Figlio Gesù, che la
invitò a percorrere un cammino che va dalla maternità
puramente fisica, alla pienezza di ciò che già
si incontra allo stesso punto di partenza: la maternità
nella fede.
In questa prospettiva, si possono
contemplare i passaggi nei quali appare successivamente la Madre
di Gesù. Giovanni Paolo II sottolinea questo processo.
Rispetto al primo di questi testi evangelici, il ritrovamento
di Gesù di Gesù adolescente nel tempio, scrive
il Papa: "Persino colei, alla quale era stato rivelato più
a fondo il mistero della filiazione divina, la madre, viveva
nell'intimità con questo mistero solo mediante la fede!
Trovandosi a fianco del Figlio, sotto lo stesso tetto e "serbando
fedelmente la sua unione col Figlio", ella "avanzava
nella peregrinazione della fede"
E così fu
anche durante la vita pubblica di Cristo (Mc 3,21) onde di giorno
in giorno si adempiva in lei la benedizione pronunciata da Elisabetta"
(RM 17).
A proposito delle nozze di
Cana (Gv. 2,1-11) il Santo Padre insite: "in quell'evento
si delinea già abbastanza chiaramente la nuova dimensione,
il nuovo senso della maternità di Maria
Gesù
intende soprattutto contrapporre la maternità, risultante
dal fatto stesso della nascita, a ciò che questa "maternità"
(come la "fratellanza") deve essere nella dimensione
del Regno di Dio" (RM 21).
In questo stesso senso, sono
da intendere quei passaggi nei quali sembrerebbe che Gesù
sottovaluti sua Madre, e che piuttosto hanno l'intenzione di
sottolineare questo processo della sua fede. In Lc. 8,19-21,
quando avvisano Gesù: "Tua madre e i tuoi fratelli
sono qui fuori e desiderano vederti". Risponde: "Mia
madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di
Dio e la mettono in pratica". Commenta Giovanni Paolo II:
"Si allontana per questo da colei che è stata la
sua genitrice secondo la carne?
si deve però rilevare
che la nuova e diversa maternità di cui parla Gesù
ai suoi discepoli, concerne proprio Maria in modo specialissimo.
Non è forse Maria la prima tra "coloro che ascoltano
la parola di Dio e la mettono in pratica" (RM 20).
Similmente, quando una donna
del popolo volendo elogiarlo grida: "Beato il grembo che
ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma
egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola
di Dio e la osservano!" (Lc. 11,27). L'enciclica commenta:
"alla benedizione, proclamata da quella donna nei confronti
della sua genitrice secondo la carne, Gesù
vuole
distogliere l'attenzione dalla maternità intesa solo come
un legame della carne, per orientarla verso quei misteriosi legami
dello spirito, che si formano nell'ascolto e nell'osservanza
della parola di Dio" (RM 20).
Però è soprattutto
nella scena della croce, così come la presenta San Giovanni
(Gv. 19,25-27), dove Gesù associa sua Madre Maria al suo
radicale svuotamento ("kenosis"). E' nello spogliarsi
totalmente della sua maternità fisica rispetto a Gesù
che diventa madre del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa: già
ogni cristiano è, in quanto "discepolo amato dal
Signore, "figlio di Maria" (Origene).
Il culmine di questa maternità
messianica nella e per la fede lo incontriamo nell'ultimo passaggio
biblico che parla di Maria: il libro degli Atti, nel presentare
gli Apostoli riuniti nel Cenacolo, nell'attesa dello Spirito
Santo, ci dice che "tutti questi erano assidui e concordi
nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre
di Gesù e con i fratelli di lui" (At. 1,14).
Maria è presente all'origine
della Chiesa, come fu presente nell'incarnazione del Figlio di
Dio, in modo specialissimo, unico. "Nell'economia della
grazia
c'è una singolare corrispondenza tra il momento
dell'incarnazione del Verbo e quello della nascita della Chiesa.
La persona che unisce questi due momenti è Maria: Maria
a Nazareth e Maria nel cenacolo di Gerusalemme. In entrambi i
casi la sua presenza discreta, ma essenziale, indica la via della
"nascita dallo Spirito". Così colei che è
presente nel mistero di Cristo come madre, diventa - per volontà
del Figlio e per opera dello Spirito Santo - presente nel mistero
della Chiesa" (RM 24).
8.
Conclusione
Siamo agli inizi del terzo
millennio. Le sfide che oggi abbiamo per dare testimonianza a
Gesù sono diverse da quelle che incontrarono i suoi discepoli.
Per affrontarle non siamo soli né sguarniti. Oggi come
ieri abbiamo una madre e un modello che ci educa nella fede e
ci insegna ad essere credenti: Maria.
Ce lo conferma il Documento
di Aparecida che, parlando della formazione dell'itinerario formativo
dei discepoli missionari, scrive: "la massima realizzazione
dell'esistenza cristiana come un vivere trinitario di "figli
nel Figlio" ci è data nella Vergine Maria che per
la sua fede (cf. Lc. 1,45) e obbedienza alla volontà di
Dio (cf. Lc. 1,38), così come per la sua costante meditazione
della Parola e delle azioni di Gesù (cf. Lc. 2,19.51),
è la discepola più perfetta del Signore.
Interlocutrice del Padre nel
suo progetto di inviare il suo Verbo nel mondo per la salvezza
umana, Maria per la sua fede porta ad essere membro della comunità
dei credenti in Cristo, e tuttavia si fa collaboratrice nella
rinascita spirituale dei discepoli. Dal vangelo emerge la sua
figura di donna libera e forte, coscientemente orientata alla
vera sequela di Cristo. Ella ha vissuto per intero tutta la peregrinazione
della fede come Madre di Cristo e poi dei discepoli senza che
le fosse risparmiata l'incomprensione e la ricerca costante del
progetto del Padre" (DA 266).
Se quando il Padre inviò
suo Figlio nel mondo lo affidò a Maria, come madre e maestra,
ella ci aiuterà a sviluppare le grandi attitudini che
ella visse e seppe suscitare in Gesù: la ricerca incessante
della volontà di Dio e la sua accettazione piena nella
nostra vita, che ci porta, come a Lei, a impegnarci nel servizio
concreto e umile in favore dei giovani, come espressione del
nostro amore a Lui.
Se il Padre sceglie Maria,
la umile ragazza di Nazaret, perché collabori con Lui
alla salvezza degli uomini, essendo la Madre del suo Figlio Gesù
Cristo, e le concede la pienezza della sua grazia, alla quale
ella rispose liberamente, con l'obbedienza della fede e una consegna
totale, ella ci aiuterà a saper accettare Dio nella nostra
vita, in modo che, guidati dallo Spirito Santo, possiamo procedere
crescendo nella maturità della nostra fede e meritiamo
la beatitudine del Signore: "Beati quelli che ascoltano
la Parola di Dio e la vivono".