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 V CONGRESSO INTERNAZIONALE di
MARIA AUSILIATRICE
MEXICO / 16 - 20 Agosto 2007



 RELAZIONI: 17 agosto 2007
 MARIA, LA CREDENTE, MADRE E MAESTRA DEI DISCEPOLI
 
Cammino mariano per imparare ad essere discepoli di Cristo

"Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava,
disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!".
Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!".
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa". (Gv. 19,26-27)


1. Verso una devozione matura alla Santissima Vergine Maria

E' indiscutibile il posto centrale che occupa la figura di Maria nella vita del cristiano. E' parte della sua manifestazione di fede nel suo divin Figlio, Gesù. Sorprende incontrare in tutte le parti dove si rende presente la chiesa santuari grandiosi o semplici eremi che celebrano qualcuno dei privilegi di Maria, (forse il più diffuso, almeno in America Latina, è quello dell'Assunzione) o un determinato titolo, legato più o meno a qualche fatto di apparizione.

Nel caso dell'America Latina questa devozione mariana, essendo di carattere popolare, può rivestire alcune forme sentimentali e sincretiste, però c'è nel fondo un'intuizione fondamentale: Maria è viva (mistero dell'Assunzione), incarna la bontà e la tenerezza di una madre, la sua capacità di educare i suoi figli e intercede per noi.

Come tutte le espressioni di religiosità popolare, la devozione alla Santissima Vergine possiede una forza positiva, però suscettibile ad essere evangelizzata e maturata.

A tale proposito, resta sempre valido il programma che ci tracciò magistralmente Paolo VI nell'Esortazione Apostolica "Marialis Cultus", nella quale ci indicava i quattro lineamenti che deve avere ogni autentica devozione mariana: conoscenza, amore, imitazione e propagazione.

In primo luogo,

bisogna conoscere Maria. Secondo una tradizione popolare, Luca avrebbe fatto il ritratto di Maria. Diciamo che non vi è alcuna fonte storica per tale affermazione se con essa si vuole dire che l'evangelista l'avesse dipinta. Ma quand'anche, oltre la curiosità che potrebbe risvegliare questo quadro, nel caso che fosse esistito, per sapere come fosse, poco servirebbe.

Lo dice san Paolo a proposito di Gesù: "e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così" (2Cor. 5,16) e si potrebbe applicare con maggior ragione alla Vergine. Luca fu il "pittore" di Maria, non perché l'abbia disegnata, bensì perché nel suo vangelo ci lasciò il suo ritratto spirituale, i lineamenti che tracciano la sua figura. Conoscere Maria significa pertanto avvicinarsi ai vangeli, specialmente quello di Luca e di Giovanni, e leggere in essi la testimonianza che di lei ci lasciarono i discepoli di Gesù.

In secondo luogo,

bisogna amare Maria. Risulta così vero il detto "non si ama ciò che non si conosce", come l'altro che "non si consoce ciò che non si ama". Basta pensare alle relazioni interpersonali per sapere come più conosciamo una persona che amiamo e più la conosciamo, e più la amiamo più la conosciamo. Il caso di Maria non è un'eccezione.

Va amata con un affetto più che romantico o nostalgico, con quello che si possiede al ricordo della propria madre. Maria va amata perché ci ha dato "il frutto benedetto del suo ventre, Gesù", come preghiamo nell'Ave Maria. Restiamo senz'altro con lei. Dobbiamo alla sua collaborazione, al suo "sì" l'aver ricevuto la salvezza di Dio nella persona di Gesù. Dobbiamo poi amarla perché viva, perché ha raggiunto la sua pienezza in Cristo, in virtù della sua assunzione al cielo.

In terzo luogo,

bisogna imitare Maria. La conoscenza della Santissima Vergine ci porterà necessariamente ad amarla di più e conseguentemente ad imitarla maggiormente in quegli atteggiamenti e valori evangelici che visse così eccelsamente e che seppe inculcare al suo figlio così come lo fa ogni madre.

I vangeli segnalano tre grandi elementi da imitare: l'accettazione e la ricerca della volontà di Dio nella sua vita (come lo illustra il racconto dell'Annunciazione), l'attenzione alle necessità degli altri e la sua capacità di servizio (come lo esemplificano la narrazione della Visitazione e quella delle nozze di Cana) e la sua fede come fonte e vertice di tutto, secondo quanto dichiara proprio Gesù quando relativizza la maternità fisica di Maria e pone in rilievo la sua vera grandezza: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"(Lc. 11,28).

In quarto luogo

bisogna propagare la devozione a Maria. Questo è il risultato del conoscerla, amarla e imitarla. C'è una frase che riassume la saggezza popolare e la esprime molto bene: "Dell'abbondanza del cuore parla la bocca". Vuol dire semplicemente che le persone parlano con convinzione di ciò a cui maggiormente tengono. E parliamo così affinché gli altri ugualmente conoscano e amino coloro che ci stanno a cuore.

Avviene lo stesso con Maria. E' la madre e la maestra della quale non si può non parlare se davvero facciamo ciò che fece il discepolo amato: "la prese nella sua casa" (Gv.19,27), secondo la consegna ricevuta da Gesù.
Teniamo poi davanti a noi un programma che ci può aiutare a crescere nella nostra devozione alla Santissima Vergine, in modo che superiamo la mera religiosità popolare alla quale a volte ci riduciamo.


2. Da una devozione mariana fatta di ammirazione a una devozione mariana fatta di imitazione

Maria fu una donna eccezionale, che Dio colmò di privilegi che la fanno essere più unica che rara. Si tratta di grazie legate alla sua missione: il dono dell'immacolata concezione, il dono della maternità divina, il dono dell'assunzione al cielo.
La concezione di Maria senza peccato è un privilegio che lascia vedere, da una parte quello che fu il piano originale di Dio sopra ciascuno di noi, ciò che eravamo chiamati ad essere: vivere in piena armonia con Dio, con gli altri, con noi stessi e con la natura; e dall'altra l'amore preventivo di Dio che riesce a far sì che la persona si senta amata, gradita, e possa rispondere con i migliori mezzi che ci sono nel suo cuore.

Non è solo il fatto che Maria non conobbe le esperienze negative sul piano morale dell'esistenza umana (non peccò), bensì che fu orientata pienamente verso Dio e verso gli altri (amò). Parlare dell'Immacolata concezione è riconoscere che Dio, per sua pura liberalità, dispensò Maria da questo conflitto tra il volere il bene e il non poter farlo e la colmò della sua grazia, del suo amore, in modo che potesse orientarsi al bene, prendere decisioni a suo riguardo, e realizzarle.

La maternità di Maria è, naturalmente, il titolo più grande che le si possa dare. Nessuno, all'infuori di Lei, potrà essere madre fisica del Figlio di Dio, che per salvarci volle farsi creatura umana e condividere la nostra condizione in tutto, tranne che nel peccato. Che Maria fosse Madre di Gesù è fuori da ogni discussione storica.

Chiarire, invece, che significato avesse tale maternità è stato un lungo processo di approfondimento del mistero cristiano, fino a riconoscere che Maria fu Madre del Figlio di Dio. Tuttavia si dovrebbe aggiungere di più: fu vera Madre di Dio non solo per il fatto di averlo concepito per la potenza dello Spirito e averlo dato alla luce, bensì perché, come autentica Madre, assunse il compito di collaborare alla crescita umana del suo Figlio, in tutte le sue dimensioni inclusa quella religiosa e spirituale. Luca illustra la splendida opera di Maria come Madre e come Madre di Dio.

E' un piccolo sommario con il quale l'evangelista conclude i cosiddetti "racconti dell'infanzia di Gesù" (capitoli 1 e 2). "Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini". Come vero uomo, Gesù andò sviluppando tutte le potenzialità del suo essere umano, e in questo processo di "educazione" Maria realizzò il ruolo che svolge ogni madre con i suoi figli.

L'assunzione di Maria al cielo rappresenta la conclusione logica, all'interno del piano di Dio, per ogni uomo e donna, chiamato a vivere per sempre con Lui. Questo lo ha realizzato Cristo Gesù in virtù della sua risurrezione, il nuovo Adamo, il primogenito di coloro che vincono la morte e hanno accesso alla vita.

Ciò che San Paolo concludeva da questo era che "come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo". E aggiungeva: "Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo" (1Cor. 15,21-23). Quest'affermazione dell'Apostolo è stata intesa molto bene dalla tradizione della Chiesa che sempre ha creduto che Maria, che "è di Cristo" in modo singolare, partecipa già della sua vittoria sopra la morte. E' interessante vedere l'iconografia che interpreta la morte di Maria come "dormizione" o come "transito" per indicare che la morte non ebbe potere sopra di lei, per non aver peccato, e che si è svegliata nella casa del Padre, dove già l'aspettava suo Figlio. La Chiesa ha dichiarato con la sua autorità che Maria è stata ascesa al cielo, e crede pertanto che ella è viva e continua intercedere per quelli che le affidò suo figlio: "Donna, ecco tuo figlio".

Questi sono i privilegi di Maria che, più che renderla unica, ci fanno lodare Dio per le meraviglie che ha compiuto in lei, come dice lo stesso cantico del "Magnificat": "L'anima mia magnifica il Signore… Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente".

Per molto tempo si è diffusa una devozione che la contempla più come "un essere meraviglioso" che come "una madre e un modello di fede". Più come qualcuno da ammirare che qualcuno da imitare. Già abbiamo ricordato che Gesù stesso ci indica quale fu la grandezza di sua madre.

Ugualmente abbiamo visto che il documento "Marialis Cultus" invita a purificare l'immagine che abbiamo di Maria conoscendo maggiormente ciò che di lei ci dicono i vangeli e imitiamo maggiormente quelle che furono le sue virtù. Questo significa che bisogna passare, sempre più a una devozione a Maria fatta di imitazione.

3. Il ritratto spirituale di Maria secondo i Vangeli

Il primo passo per maturare la nostra devozione a Maria è necessariamente avvicinarci al Nuovo Testamento per leggere in esso la testimonianza che ci lasciarono della madre di Gesù.

Si deve immediatamente dire che dello stesso Gesù storico sappiamo ben poco, poiché i vangeli non pretendono essere una biografia bensì una narrazione che testimonia che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, scritta da coloro che lo amarono, cedettero in lui e lo seguirono. Scrissero inoltre perché coloro che già credevano in lui lo conoscessero meglio, lo amassero di più e lo seguissero con maggiore radicalità, e affinché coloro che non lo conoscevano giungessero a credere che Gesù è il Figlio di Dio e credendo in lui avessero la vita nel suo nome (Cf. Mc.1,1; Gv. 20,31). Nulla di strano, di conseguenza, che di Maria sappiamo ancor meno. Basta pensare che la Madre di Gesù è citata solo 19 volte nei 27 libri che formano il Nuovo Testamento. Potremmo riunire i passaggi che a lei si riferiscono in tre gruppi:

1. Vangeli dell'infanzia:

" Matteo 1-2, che ci presenta la concezione verginale di Gesù, la visita dei magi, la fuga in Egitto, il ritorno e la residenza a Nazaret.
" Luca 1-2, che ci racconta l'annunciazione dell'angelo a Maria, la visitazione ad Elisabetta, la nascita di Gesù, la presentazione di Gesù al tempio, e la scena di Gesù tra i dottori del tempio.

2. Il vangelo di Giovanni

" Le nozze di Cana (Gv. 2,1-12)
" Maria presso la croce (Gv. 19,25-27).

3. Altri testi:

" Galati 4,4: Gesù nato da donna
" Mc. 3,20-21.31-35: i parenti di Gesù e la sua vera famiglia
" Lc. 11,27-28: la vera beatitudine di Maria
" Atti degli Apostoli: 1,12-14: il gruppo degli apostoli

Questo quadro sintetico dei pochi testi nei quali appare Maria ci permette alcune prime osservazioni che mi sembra importante e interessante porre in rilievo.

a) Sorprende che Paolo, il primo scrittore del Nuovo Testamento, non menzioni mai Maria con il suo nome e l'unica volta che si riferisce a lei, nel testo ai Galati, lo faccia indirettamente solo per parlare della profonda solidarietà di Gesù con l'umanità.
b) Richiama ugualmente l'attenzione il fatto che Marco, il primo vangelo scritto, quando parla di Maria, la presenta in un contesto che non cessa di risultare scandaloso perché rivela la difficoltà di comprendere Gesù da parte dei suoi stessi parenti, che ritenevano fosse diventato pazzo, e il conseguente tentativo di riportarlo a casa.
c) Risulta ugualmente poco comprensibile che Matteo e Luca, gli unici che hanno preceduto il racconto evangelico con i "racconti dell'infanzia", non solo non concordano con i dati che scrivono, nei passaggi che narrano, bensì che sembrano rappresentare due tradizioni diverse: Matteo più centrato sulla figura di Giuseppe, e Luca più focalizzato su quella di Maria.
d) Più significativo risulta il fatto che siano gli ultimi due evangelisti (Luca e Giovanni) quelli che presentano più positivamente Maria, che entrambi considerano come Madre di Gesù e Madre della Chiesa.

Dietro questi rilievi, apparentemente insignificanti, si dovrebbero scoprire elementi che sono più determinanti.

In primo luogo

non deve stupire che Maria appaia così poche volte e che in nessuno dei passaggi sia ella la protagonista dell'episodio, poiché in tutti Maria è in funzione di Gesù. Questo significa che senza Gesù Maria non si comprende e che , nello stesso tempo, Maria conduce a Gesù: "Fate quello che vi dirà". Questa è una legge cristiana che non possiamo dimenticare nella devozione a Maria.

In secondo luogo,

nemmeno ci si dovrebbe meravigliare che siano gli ultimi autori dei vangeli (Luca e Giovanni) quelli che meglio ci descrivono Maria. Questo è il segno del processo di approfondimento del mistero cristiano fatto dalla Chiesa. Fa parte naturale del processo che nella misura che si andava comprendendo con maggior chiarezza il mistero di Gesù si scopriva e si valorizzava sempre più anche quello di Maria. Questa è l'altra legge cristiana che di deve tener presente: la maturità della nostra fede in Cristo conduce alla scoperta di Maria.

In terzo luogo

è esemplare il modo con il quale ci presentano Maria coloro che maggiormente hanno compreso la sua missione dentro la storia della salvezza. Luca e Giovanni ingrandiscono Maria non tanto esaltando le grazie con le quali Dio l'ha privilegiata, quanto ponendo in rilievo le virtù che seppe vivere: la sua fede, la ricerca e l'accettazione della volontà di Dio nella sua vita in favore degli altri, la sua attenzione ai bisognosi. Questa è tuttavia una legge cristiana: l'autenticità della nostra devozione a Maria passa più per l'imitazione che per l'ammirazione.

In quarto luogo

non dovrebbe scandalizzarci la forma con la quale Maria appare nel vangelo di Marco. C'è motivo per supporre che, storicamente, Maria ebbe un'evoluzione, uno sviluppo spirituale. Percorse un lungo cammino di fede e di confidenza nel Dio Salvatore, che l'aveva collocata al centro di un mistero che ella non comprendeva, come esplicita e ripetutamente testimonia Luca, prima nel racconto dell'annunciazione: "ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto" (1,29), poi in quello della nascita di Gesù: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (2,19), successivamente nell'incontro con Gesù nel tempio in mezzo ai dottori: "Ma essi non compresero le sue parole" (2,50) e finalmente nel sommario che sintetizza il processo di maturazione umana e religiosa di Gesù nella casa di Nazaret: "Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore" (2,51).

Qui abbiamo ugualmente un'altra legge cristiana, quella della fede intesa come un processo di maturazione e crescita che ci permette di consegnarci pienamente al progetto di Dio. Evidentemente il cammino di fede Maria si muove tra due poli ben sicuri: la difficoltà ad intendere la missione di suo Figlio (Mc. 3,21) e la sua fede nel Figlio (At. 1,4) che ce la mostra facente parte della comunità cristiana che confessava Gesù Cristo, il Risorto, come Signore e Messia.

4. Il modello di fede in Maria secondo i vangeli di Luca e di Giovanni

"Confermando la fede del nostro popolo vogliamo proclamare che la Vergine Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, è la prima redenta e la prima credente. Maria, donna di fede, è stata pienamente evangelizzata, ed è la più perfetta discepola ed evangelizzatrice (cfr. Gv. 2,1-12). E' il modello di tutti i discepoli ed evangelizzatori per la sua testimonianza di preghiera, di ascolto della parola di Dio, e di pronta e fedele disponibilità al servizio del regno, fino alla croce…

Ci ha preceduto nella peregrinazione della fede e nel cammino verso la gloria… Con gioia e gratitudine accogliamo il dono immenso della sua maternità, della sua protezione, e desideriamo amarla nello stesso modo che Gesù la amò" (SD 15). Questa preziosa e apprezzata sintesi mariana del Documento di Santo Domingo ci serve come introduzione a questa parte nella quale vogliamo avvicinarci con curiosità e amore filiale alle pagine dei vangeli che ci narrano momenti importanti della storia di Maria.

A. L'immagine di Maria nel vangelo di Luca:

1) Maria nell'Annunciazione (Lc. 1,26-38)

La vita umana, ogni vita umana, è una vocazione. E' motivante credere che Dio ha un progetto per ogni uomo e donna, progetto che va rivelando progressivamente. Intendere la vita come vocazione o come missione significa che la chiamata non è un avvenimento isolato, bensì un dialogo d'amore da continuare tutti i giorni del nostro peregrinare in questo mondo. Il racconto dell'annunciazione di Maria ci dice che in tutta la vita c'è, senza dubbio, un'annunciazione per qualcosa di totalmente nuovo al quale siamo invitati. Un giorno felice percepiamo con chiarezza che Dio ha pensato a noi e vuole contare su di noi per realizzare la sua salvezza. L'unica cosa che vuole è la capacità di accoglienza di questa proposta divina, e una risposta amorosa e generosa, sapendo Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia, ci mettiamo in cammino.

E' normale che davanti a un intervento di Dio nella nostra vita avvertiamo timore per ciò che viene a cambiare i nostri progetti personali e, in certo senso, a complicarci un poco l'esistenza. Bisogna avere l'audacia e l'umiltà di cambiare i propri progetti e imparare a lasciarsi condurre dallo Spirito.

Luca traccia l'intervento di Dio nella vita di Maria con maestria letteraria e teologica. L'annunciazione è allo stesso tempo un racconto vocazionale. In quanto vocazione ha come centro la preoccupazione di Dio di salvare e cercare collaboratori al suo piano di salvezza. Maria è la destinataria di questa iniziativa e può rispondere con un "sì" o con un "no". La narrazione afferma con chiarezza che ella ha già piani di fatto per sposarsi con Giuseppe e organizzare la vita in matrimonio con lui, come lo avrebbe ogni donna giudea. In quanto annunciazione il racconto gira attorno all'annuncio dell'angelo della volontà di Dio di intervenire nella storia inviando suo Figlio nel mondo. L'importante è qui l'identità di colui che sta per nascere e la missione che sta per realizzare.

Maria non nasconde la sua sorpresa né la sua incomprensione. Questo da motivo affinchè l'angelo le spieghi quale sia la sua missione: diventare la madre del figlio di Dio, dare "carne" alla Parola affinché possa farsi uomo e porre la sua tenda tra noi (cfr. Gv. 1,14). La vocazione porta sempre con sé una missione. Ma ora, se Dio chiama è perché sta pensando di salvare il suo popolo e sta cercando, pertanto, mediatori della sua salvezza.

Tanto la vocazione, il solo fatto di essere chiamata, quanto la missione che le viene affidata, e per la quale non si sente preparata, porta Maria a esporre la sua obiezione: "Come è possibile, se non conosco uomo?". Questa obiezione è un espediente letterario che appare in tutti i racconti di vocazione, per mettere in luce che chiunque si sente chiamato da Dio non si sente mai all'altezza delle richieste.

E' precisamente questo riconoscimento della nostra insufficienza naturale per le esigenze e le richieste di Dio, questo sentirci superati di molto nelle nostre proprie possibilità davanti alle aspettative divine, ciò che rende possibile che Dio accorra in nostro aiuto attrezzandoci con i doni necessari per realizzare la missione affidata. A Maria promette che lo Spirito Santo scenderà su di lei e la coprirà con la sua ombra: il figlio che nascerà da Maria, sarà Figlio di Dio, la salvezza viene sempre da Dio. Così la nostra vita diventa necessariamente "carismatica", nel senso che non è meramente naturale bensì che è lo Spirito che rende in noi possibile l'impossibile.

E' - sempre secondo il testo di Luca - la stessa presenza dello Spirito promesso a Maria che la apre alla proposta di Dio e Maria l'accoglie con un'apertura illimitata, ponendosi incondizionatamente e senza riserve nella volontà di Dio: "Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la sua Parola".

L'annunciazione a Maria ci offre le attitudini da coltivare per saper ascoltare e rispondere a Dio che non cessa di parlarci e di chiamarci. Si potrebbero sintetizzare in tre grandi attitudini:

* La ricerca del piano di Dio nella nostra vita, sapendo che Dio ha un piano per ciascuno di noi e ce lo rivela nella misura in cui ci chiediamo cos'è che Egli vuole da noi in favore degli altri. La Parola di Dio, la sua annunciazione, giungerà attraverso fatti, persone e la Scrittura. Da ciò la necessità di convertirci in ascoltatori attenti della Parola e in lettori credenti della storia. Mi sembra molto eloquente il veder rappresentata Maria in molti quadri dell'annunciazione con la Sacra Scrittura tra le mani o sopra le ginocchia, meditandola, quasi come se la volesse accogliere nelle sue viscere. Maria ci insegna in primo luogo a stare attenti: "Ella si chiedeva - dice il vangelo - che senso avesse tale saluto".

* L'accettazione della volontà di Dio come progetto di vita, riconoscendo che il progetto di Dio sarà sempre migliore del nostro. Ammettere Dio nella nostra vita implica, in primo luogo, riconoscere la sua signoria, non dipendere da nessun altro, non tenere altri primati nella nostra vita, identificarci in tal modo con la sua volontà fino a farla veramente nostra. Non si può essere veramente credenti e pretendere di disporre di Dio, pensare che sia meglio che Egli faccia la nostra volontà e compia i nostri desideri. Maria ci insegna, in secondo luogo, a credere in Dio, a fidarci di Lui, a dargli spazio nella nostra esistenza come Qualcuno che si ama perché ci ha amato per primo, perché ha pensato a noi. "Eccomi sono la serva del Signore. Si faccia di me la sua volontà".

* La docilità allo Spirito di Dio, che rende possibile in noi l'impossibile. Il racconto ci dice che per la forza di Dio, che è lo stesso Spirito santo, Maria poté essere la Madre di Dio. E' la docilità allo Spirito che rende feconda Maria vergine. La presenza profonda di questa energia divina permette a Maria di sentirsi libera per poter disporre di sé e rendersi schiava del suo Dio. Tale è il senso profondo della "verginità" di Maria, che più che l'affermazione di un fatto fisico è la totale disponibilità al suo Dio. "Nella è impossibile a Dio".

Nel racconto evangelico dell'Annunciazione incontriamo, poi, il modello più perfetto della fede umana davanti a Dio. Con frequenza - un poco influenzati dall'iconografia che ci presenta immagini preziose di Maria, come una principessa, visitata da un angelo - ci immaginiamo che Dio Nostro Signore abbia manifestato a questa giovane di Nazaret tutto il suo piano di salvezza, con l'intenzione che ella comprendendolo, lo accettasse e così collaborasse con Lui. Non fu così, né è questa la struttura della fede cristiana.

La fede in Dio non è la conseguenza di avere inteso ciò che Lui vuole da noi, bensì, al contrario, è accettare Dio nella propria vita, in modo incondizionato. E' questo fidarci di Dio che ci permette di andare a comprendere nel corso di tutta la vita quello che ci succede come espressione della volontà di Dio. Prima di accoglierla nel suo seno, Maria accolse la Parola nel suo cuore e nella sua mente e così diventò Madre di Dio. Tale è la nostra missione e tale è il nostro modello.

2) Maria nella Visitazione (Lc. 1,39-56)

Al racconto dell'annunciazione segue immediatamente la narrazione della visita di Maria ad Elisabetta, che va ad aiutare negli ultimi mesi di gravidanza. Qui scopriamo un criterio per verificare il nostro incontro con Dio, per sapere se è realmente la parola di Dio che abbiamo ascoltato chiamandoci per nome e dandoci una missione: se usciamo da noi stessi e andiamo all'incontro con gli altri, in particolare di coloro che più necessitano di essere da noi aiutati, e li serviamo. L'amore al prossimo è sempre il criterio di autenticità del nostro amore a Dio, secondo ciò che scrive l'autore della Prima lettera di Giovanni: "Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi" (4,12).

Risulta facile illudersi di essere credenti, di avere fede in Dio e stare in relazione con Lui, o perché compiamo esteriormente le nostre pratiche di pietà o perché non facciamo del male, o perché abbiamo vissuto emotivamente esperienze mistiche però in forma ambigua. Nella visitazione Maria ci insegna a porci in cammino verso gli altri come conseguenza del nostro incontro precedente con il Signore, e per continuare ad incontrarci con Lui.

Luca ci offre alcuni elementi letterari con i quali ci permette di intendere meglio il messaggio. In primo luogo anticipa l'incontro di Maria con Elisabetta presentandoci già fin dalla scena dell'annunciazione il "segno" dato dall'angelo a Maria: "Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile" (1,36). Il fatto che il racconto della visitazione termini con la nota: Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua" (1,56) fa capire che Maria la stava servendo durante gli ultimi mesi della sua gravidanza, e così si fece ella stessa madre, aiutando un'anziana ad essere madre.

In secondo luogo, Elisabetta nel salutare Maria come "la Madre del mio Signore" tornò ad unire questo racconto con quello anteriore nel quale Maria ha accettato di essere la Madre del Figlio di Dio e ha lasciato allo Spirito Santo rendere possibile l'impossibile. Effettivamente, se il racconto della visitazione si realizza - secondo il testo - "in quei giorni", non è evidente la gravidanza di Maria né Elisabetta è informata dell'annunciazione. Per Luca, Elisabetta profetizzando fa sapere a Maria stessa che ha già cominciato ad essere la Madre del suo Signore.

Il racconto della visitazione è, inoltre, il momento dell'incontro non solo di Maria ed Elisabetta bensì quello di Gesù e di Giovanni, entrambi nel seno delle loro madri. Lo manifesta Elisabetta: "Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo" (v.44). Luca anticipa così l'incontro della "Voce che grida nel deserto" con la "Parola fatta carne" e li presenta come famigliari, uniti dallo Spirito. Giovanni porta a compimento la profezia dell'Antico Testamento indicando "più forte, colui che battezza con fuoco e con Spirito": Gesù. L'incontro delle madri gioca così un ruolo più simbolico che storico.

E' comune affermare che nel narrare questa scena Luca abbia avuto in mente il passaggio del ritorno dell'Arca dell'Alleanza in Gerusalemme, segno della presenza di Jahvè in mezzo al suo popolo, quando Davide la salutò esclamando: "Come potrà venire da me l'arca del Signore?" (2Sam. 6,9). Il significato è chiaro: nello stesso modo con cui Dio era presente in mezzo al suo popolo nell'Arca che conteneva la Parola di Dio, i Dieci Comandamenti, Maria è la Nuova Arca che porta nel suo ventre la Parola. Dio si rende presente ora al suo popolo attraverso una persona: la Parola fatta carne nel figlio che Maria porta nelle sue viscere, Gesù, il "frutto benedetto del suo ventre".

Elisabetta si rallegra con Maria per essere la Madre del suo Signore, questo è, per il privilegio infinito cha ha di essere stata scelta per essere la madre di Dio; però - in linea con quanto lo stesso Gesù dirà più avanti in questo stesso vangelo (cfr. Lc. 11, 27-28) - la felicita per la sua maternità spirituale: "Benedetta tu che hai creduto nell'adempimento della parola del Signore". Maria è poi, chiamata beata per la sua fede.

Benché semplice nella sua elaborazione, la scena della visitazione non è meno eloquente per la nostra educazione nella fede. In essa Maria ci indica le virtù da coltivare nella realizzazione della missione per poter rendere presente Dio a coloro a cui siamo mandati. Si possono sintetizzare in quattro grandi attitudini:

* La vocazione è apostolica, non ha senso in se stessa bensì sta sempre al servizio della missione. Più ancora, la vocazione va accompagnata dalla missione. Questo esige fare della missione la ragion d'essere della propria vita, affinché la stessa vocazione possa legittimarsi. Posto che quando Dio ci chiama sta pensando più che a noi, come possibili suoi collaboratori, al popolo che vuole salvare facendosi vicino, visibile ed efficace, è importante che assumiamo i nostri destinatari come l'altro polo intorno al quale ruota la nostra vita, a mo' di un'elisse: Dio che ci invia, da una parte, e dall'altra i destinatari a cui siamo inviati. "Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda".

* La missione è manifestare Dio, attraverso il nostro servizio perché come Maria anche noi siamo chiamati per vocazione ad "essere segni e portatori dell'amore di Dio". L'immagine dell'Arca dell'Alleanza che portava i segni della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, incontra ora la sua pienezza nel seno di Maria. Luca ha voluto evocare questa immagine così grafica ed eloquente. Spesso confondiamo la missione con il servizio, con il fare cose. La missione è portare Dio quelli a cui ci ha inviato, avvicinarlo, renderlo visibile e presente. Per questo vocazione e missione alla base si identificano. Se rendiamo visibile il Dio che ci ha chiamato e ci ha inviato è normale che i nostri destinatari facciano propri i sentimenti di Elisabetta che, nella prontezza e nella gioia con la quale Maria la visita e la serve scopre il suo Dio: "A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?":

* Farci famigliari di Dio mentre noi ci facciamo prossimo ai bisognosi. Sarà lo stesso Luca quello che unirà, attraverso la parabola del Buon Samaritano (10, 29-37), il comandamento dell'amore di Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutta la mente, e il comandamento dell'amore al prossimo, come a se stesso. Non è la condizione istituzionale di sacerdoti o di religiosi ciò che ci rende prossimo agli altri, bensì la compassione per i bisognosi e la capacità di servirli ciò che ci porta ad avvicinarci a loro e ad essere famigliari di Dio.

* La lode come orazione dell'inviato è la cosa più naturale in colui che sa che ciò che sta realizzando sono le meraviglie di Dio. Oltre che a fare della propria storia il luogo della rivelazione di Dio e storia della salvezza, permette di non dimenticare le preferenze di Dio per "i piccoli e i poveri", e la fedeltà di Dio alle sue promesse. Leggendo la propria esperienza di vita Maria non può non cantare: "La mia anima magnifica il Signore".

Nell'incontro di Maria con la sua parente Elisabetta, immediatamente dopo l'annunciazione, la Madre di Giovanni Battista la saluta: "E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore", caratterizzando così l'attitudine fondamentale di Maria davanti a Dio: l'obbedienza della sua fede.

3) La preghiera di Maria: il "Magnificat" (Lc. 1,46-55)

L'evangelista ha rotto la prosa del racconto e ha inserito il Cantico di Maria, il "Magnificat", però non poteva aver scelto miglior collocazione. Ispirato al cantico di Anna, la madre di Samuele (1Sam. 2,1-10) e ad altri numerosi passaggi dell'Antico Testamento, il "Magnificat" raccoglie tutte le aspettative dei "poveri di Israele" e pone sulle labbra di Maria questa lode al suo Dio che ha voluto fare meraviglie in lei e, per mezzo di lei, nel suo popolo. Il Dio di Maria è degno di lode perché non ha defraudato la fede dei suoi credenti, perché ha preso nelle sue mani la causa dei piccoli e dei poveri, e perché ha conservato la promessa ai padri di Israele.

Il testo può sembrare "rivoluzionario", e, bisogna dirlo con tutta chiarezza, dice cose molto "rivoluzionarie", perché - come commenta questa splendida sintesi mariologica il Documento di Puebla (Nos. 282-304) -: "Nel Magnificat (Maria) si manifesta come modello per coloro che non accettano passivamente le circostanze avverse della vita personale e sociale, né sono vittime dell' alienazione, come oggi si dice, bensì proclamano con Lei che Dio "innalza gli umili e abbassa dal trono i superbi, colma di beni gli affamati e disperde i racchi a mani vuote" (DP 297).

Similmente alle Beatitudini, questo testo definisce con chiarezza le preferenze divine e la logica del comportamento di Dio, che non sono certamente le nostre. E, a differenza delle Beatitudini, questa logica è affermata come orazione, e sulle labbra di Maria, questo rappresenta una spiritualità, un modo di vivere la propria fede nel corso della storia. Avviciniamoci, quindi al testo:

Maria che è stata chiamata "Benedetta" dalla sua cugina, risponde magnificando Dio. Il suo inno è un riconoscimento dei doni che il Signore ha voluto concederle (vv. 45-48) e una proclamazione della liberazione che il Signore vuole realizzare (vv. 50-53).

E' una forma esemplare di pregare: lodare Dio perché "ha guardato", perché ha posto i suoi occhi su di lei, perché l'ha guardata con predilezione. E, in seguito, proclamare il piano di Dio di cambiare il modello sociale. Come non cantare a un Dio che guarda ai poveri e ai semplici, agli umili e ai piccoli, a quelli che nulla valgono nella storia, a quelli che non hanno altro difensore che Dio stesso?

E affinché non si pensi che è solo un po' di "oppio" per addormentare la coscienza e offrire consolazione a quelli che soffrono, il cantico di Maria rivela il Dio che vuole cambiare le circostanze del suo popolo. Da una parte, il sentirsi "guardata" e riconosciuta come persona, la fa sentire esaltata. Ella "esalta" Dio ("Magnificat") perché previamente il suo Dio l'ha innalzata. D'altra parte, l'aver sperimentato la liberazione di Dio l'ha cambiata a sua volta in liberatrice e l'ha posta a servizio degli altri, l'ha riempita di dinamismo, l'ha posta in cammino.

L'esperienza del Dio di Maria si converte così, allo stesso tempo, in programma sociale. L'amore di Dio non si riduce alla sfera privata bensì ha una forza liberatrice così grande che è capace di realizzare un cambiamento sociale a favore degli "oppressi" e degli "affamati". Il Dio che l'ha "guardata" e l'ha salutata come "piena di grazia" guarda anche a tutti i piccoli della terra. Vuole saziare gli affamati, in modo che possano godere e condividere i beni della terra. Vuole liberare gli oppressi, in modo che si possa realizzare un'esistenza pienamente umana.

Alcuni elementi della "preghiera" di Maria che possono far maturare la nostra:

* In primo luogo, la spiritualità di Maria, fondata sull'esperienza di Dio che ha avuto, coniuga armoniosamente l'intimità, espressa in una frase piena di risonanze personali ("Mi ha guardato"), e l'impegno, espresso nella proclamazione del modo così singolare di agire di Dio che preferisce i poveri e i semplici.

* In secondo luogo, la preghiera di Maria si manifesta prima di tutto come una lode, che canta le meraviglie che realizza il suo Dio in lei e attraverso lei. Sembra che Maria meditando la storia del suo popolo e la sua propria non scopre se non le meraviglie di Dio e finisce per cantarle a questo Dio meraviglioso.

* In terzo luogo, Maria si sente, si comprende e si vuole solidale con tutte le persone che soffrono "in questa valle di lagrime", come recita bene la "salve". La preferenza di Dio - che Gesù riaffermerà - per gli espropriati e gli emarginati non è in nessun modo una consacrazione romantica della povertà, posto che la povertà materiale, in quanto tale, sia una maledizione, frutto del peccato, e come tale da essere abolita; bensì che questa preferenza divina è azione efficace e liberatrice da ogni tipo di ingiustizia, da parte di Dio, ed è esigenza di una spiritualità e un modello di vita fatto di apertura confidente in Dio, di sobrietà e di austerità, e di solidarietà, da parte dell'uomo.

* In quarto luogo, Maria assume l'impegno di compiere il piano che Dio ha di elevare gli oppressi e saziare gli affamati. La salvezza che ci è offerta in Gesù, e la cui nascita è stata annunciata a Maria, inaugura un cambio definitivo nella vita degli uomini e nelle strutture che formano l'ordine sociale. Quello che Dio ha fatto per Maria lo continua a fare per ogni uomo o donna che si apre a ricevere il Regno di Dio e a lavorare per la sua instaurazione nel nostro mondo.

Forse abbiamo la tentazione di spiritualizzare troppo queste parole del "Magnificat" per le ragioni apertamente rivoluzionarie. E' certo che la giustizia e la liberazione di Dio che ci ha trasmesso in Gesù va oltre ciò che intendiamo per uguaglianza sociale, o per giustizia e liberazione in termini umani, però questo significa solamente che Dio guarisce i nostri mali in profondità. Vuole la trasformazione del nostro cuore, da dove procede il male (cfr. Mc. 7,19-23), però vuole anche che questa si manifesti nella trasformazione delle nostre strutture umane.

La nostra devozione mariana, se vuole esser autentica, evangelica, deve radicarsi in questa spiritualità di Maria, che "proclama che la salvezza di Dio ha da veder con la giustizia verso gli uomini" (DP 1144), e renderci con lei solidali ai nostri fratelli e ai fattori trasformatori della nostra realtà.

4) Maria nella nascita di Gesù (Lc. 2, 1-20)

La nascita di Gesù indica il punto culminante nella storia dell'umanità, come dice Paolo: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal. 4,4-5). E Luca, come buon catechista, preoccupato "di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto" (Lc. 1,3-4), ha voluto incorniciare dentro il quadro della storia "mondiale" la nascita del Messia.

La lettura attenta del racconto della nascita di Gesù, fatto da Luca, ci aiuterà a purificarne le immagini romantiche che abbiamo e a scoprire il messaggio che l'evangelista ci ha voluto dare per maturare la nostra fede.

Mentre S. Giovanni sintetizza meravigliosamente l'incarnazione con una frase lapidaria: "Il Verbo si è fatto carne", per indicare che Dio aveva assunto in Gesù totalmente la condizione umana per salvarla dal di dentro dell'uomo, Luca ci racconta come avvenne. Sono due forme per dirci che Dio si è fatto vero uomo come uno di noi, che ha fatto esperienza di ciò che significa essere uomo affinché possiamo liberare la nostra energia più potente, l'amore, e apprendiamo ad essere figli di Dio.

Il racconto è accuratamente costruito in tre parti:

* nei versetti da 1 a 7 ci vengono mostrate le circostanze storiche della nascita di Cristo, che viene descritta con una impressionante semplicità: "Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo" (v. 7);

* nei versetti da 8 a 14 la nascita diventa notizia grazie a ciò che gli angeli comunicano - rivelano - ai pastori: il grande evento della nascita del salvatore e ciò che danno loro come segno: "troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (v. 12);

* nei versetti 15-20 i pastori vanno a verificare quanto è stato annunciato e lì effettivamente, come avevano detto gli angeli "trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia" (v. 16), per cui cominciarono a diffondere la buona novella.

Alcuni elementi che emergono immediatamente dalla lettura del testo sono:

* In primo luogo, la preoccupazione di Luca di far rendere conto al lettore che, malgrado la nascita di Gesù sia avvenuta in piccolo paese, in un luogo senza importanza, e in una grotta, si tratta di un evento di portata universale, non tanto perché lo considerino le agenzie di informazione, bensì per l'importanza di colui che è nato: il Salvatore.

* In secondo luogo, richiama l'attenzione che nelle tre parti del racconto l'unico fattore che appare, a mo' di chiave di lettura, è la circostanza del "bambino che giace in una mangiatoia", per indicare che non ci fu luogo migliore per collocare il Bambino che il presepe degli animali, con una chiara allusione all'opzione per la povertà, che caratterizzerà la vita di Gesù.

* In terzo luogo, Luca non si assimila ad uno storico che ricostruisce i fatti, bensì vuole essere, soprattutto, un catechista che aiuta a scoprire il significato che hanno gli avvenimenti. Chi potrebbe farlo meglio di Dio stesso? Per questa ragione, la scena intermedia è d'importanza capitale, perché lì appare "un angelo del Signore" che da la grande notizia e svela il mistero facendo conoscere l'identità profonda di "questo bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia": è "un salvatore, Cristo Signore" (v.12).

* In quarto luogo, Luca conduce progressivamente il credente alle attitudini dei personaggi che prendono parte all'avvenimento: la gente, Maria e i pastori, per farlo pensare a qual è il modo migliore di reagire e di comportarsi davanti al mistero.

Il modo con cui vengono scritti i versetti da 18 a 20 è magistrale. Effettivamente, nel versetto 18 dice che "la gente si meravigliava"; nel versetto 20 ci mostra che "i pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro"; e nel v. 19, al centro di tutto, appare "Maria, (che) da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore".

Per Luca, non basta una reazione di meraviglia che non conduce alla fede, come quella della gente che ascolta i pastori, e nemmeno è sufficiente l'attitudine dei pastori che raccontano quanto è stato loro detto e quanto hanno visto. Per Luca, l'atteggiamento più adeguato davanti al mistero lo ha Maria, che non comprende tutto però custodisce gelosamente nel suo cuore fino a quando Dio vuole rivelarle pienamente il significato di ciò che vede, e intanto contempla portando di nuovo la Parola nel suo grembo.

Nella nascita di Gesù, Maria ci insegna ad essere uomini di interiorità, di intensa spiritualità, frutto del nostro ascolto attento e fedele della Parola, della meditazione paziente e religiosa, e della contemplazione devota e rispettosa cercando di sviscerarne i significati più profondi. Solo così potremo annunciare agli altri "ciò che abbiamo visto e udito, ciò che abbiamo toccato con le nostre mani: la Vita".

Solo così giungeremo ad essere evangelizzatori credibili per avere prima creduto alla Parola che annunciamo e aver sperimentato in noi la verità della buona novella. Solo così potremo incarnare la salvezza per quelli ai quali Dio ci invia, i giovani, assumendo la loro cultura e rispondendo alle loro profonde attese di felicità, di vita e di amore.

C'è da superare il sentimento facile e l'emozione inconsistente della gente che solo si meraviglia quando ascolta l'annuncio. C'è da superare anche la fretta dei pastori ai quali sembrava bastare la prima notizia per andare a divulgarla. C'è da far nostra l'interiorità di Maria che "conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore". C'è da rimanere uniti a Dio.

Sintetizzando:

per Luca, Maria è l'ascoltatrice per eccellenza della Parola. Il racconto dell'annunciazione, nel quale Maria accoglie la Parola nella sua mente, nel suo cuore e infine nel suo grembo, anticipa già, fin da questo episodio, la testimonianza che darà di Maria lo stesso Gesù durante la vita pubblica. Un giorno mentre predicava, una donna del popolo, emozionata nell'ascoltarlo, gli gridò: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc. 11,27-28).

E' per questo che Luca non teme di cambiare la scena sopra il discernimento dei veri parenti di Gesù. In questo modo, quando annunciano a Gesù: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti"… egli rispose: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc. 8,20-21). Maria è sua madre sì, perché ha creduto nella parola e l'ha incarnata. Essere parenti di Gesù, in modo nuovo e distinto, tale è la nostra opportunità e la nostra grazia.

B. L'immagine di Maria nel vangelo di Giovanni:

Nel vangelo di Giovanni Maria non compare che in due momenti che stanno uniti tra loro: alle nozze di Cana e alla morte di Gesù ai piedi della croce. Ci sono alcuni elementi letterari che uniscono i racconti: ciò significa che intenzionalmente Giovanni ha voluto che si leggessero l'uno alla luce dell'altro.

* In entrambi Maria è chiamata con un nome pieno di evocazioni, donna. "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" (2,4). "Donna, ecco il tuo figlio!" (19,26).

* In entrambi i discepoli appaiono insieme a Gesù e a Maria. Alle nozze di Cana l'intervento di Maria obbligherà Gesù a realizzare il primo "segno" e strapperà ai discepoli la loro prima adesione di fede: "I suoi discepoli cedettero in lui". Ai piedi della croce, l'ultimo "segno", la rivelazione suprema dell'amore di Dio, il discepolo amato riceverà come eredità la madre di Gesù affinché sia Ella ad educarlo nella fede.

5) Maria alle nozze di Cana (Gv. 2,1-11)

Le nozze di Cana sono parte, poi, di un tutto che ha come finalità quella di presentare Gesù come rivelatore del Padre, attraverso dei "segni" dei quali il primo, l'abbondanza del vino e di un vino buono, annuncia l'ultimo: la manifestazione suprema dell'amore di Dio in Gesù. Questa sarà la sua glorificazione e avverrà quando sarà arrivata la sua "ora". Allora l'acqua dell'antica alleanza sarà trasformata nel vino della nuova alleanza.

Maria, che è qui considerata come "donna" più che come madre, è invitata ad aspettare questa "ora" di Gesù. In quanto donna entra come signora dentro l'opera della salvezza e prende l'iniziativa e da indicazioni (2,5). Precisamente nella sua qualità di donna, arrivata l' "ora" si convertirà in madre nostra (19,25-27). E' indubitabile il simbolismo che qui gioca Maria come donna e come madre. Personifica la Chiesa che, come nuova Eva presso l'albero della croce, si converte in madre del discepolo amato e, in lui, della nuova umanità: quella dei figli conforme a Gesù.

Similmente che Luca, Giovanni presenta un'immagine di Maria come modello della fede e come madre dei credenti.

In accordo allo stesso vangelo, alle nozze di Cana si realizza il primo "segno" di Gesù, che in certo modo anticipa la sua "ora". Già sappiamo che Giovanni preferisce utilizzare la parola "segno" e non "miracolo" per indicare più il valore significativo del fatto che ciò di meraviglioso possa avere. Si tratta, poi, di una rivelazione e l'abbondanza del vino sarà un segno del fatto che il Messia è presente. Tuttavia non tutto è solo segno.

C'è anche un fatto, benché questo non sia ricordato né narrato da nessuno degli altri tre evangelisti. Probabilmente Gesù e i suoi discepoli partecipano ad un matrimonio a Cana, al quale era stata invitata anche sua madre. Essendo mancato il vino, Maria lo fa notare a suo Figlio affinché dia una riposta a questa carenza: "Non hanno più vino" (v. 3). Segue un'affermazione del suo ministero in accordo alla volontà del Padre: "Che c'è tra te e me o donna, non è ancora giunta la mia ora" (v. 4). Gesù si sarebbe preoccupato di provvedere il vino necessario affinché continuasse la festa: "Riempite d'acqua le giare… Ora attingete e portatene al maestro di tavola".

Il fatto è plausibile e riflette l'incarnazione reale di Dio in Gesù, che condivide tutte le nostre esperienze umane, i nostri momenti di gioia e i nostri momenti di tristezza. Il centro del racconto è Gesù, il Cristo, e la sua presenza nella nostra vita, quando lo abbiamo come invitato, può rimediare alle nostre mancanze e alla perdita di senso della stessa esistenza.

Come donna saggia, Maria è attenta ai dettagli e avverte la mancanza del vino e sa che la festa è in pericolo.

Senza dubbio la grandezza di Maria consiste - per l'evangelista - nella sua capacità di scoprire insieme alla carenza di quella povera coppia sprovveduta, la presenza di Gesù che "anche era stato invitato alle nozze", e orientare verso Lui: "Fate quello che vi dirà" (v.5).

A sua volta, Gesù - che dapprima reagisce un poco duramente nei confronti della madre - interviene e distribuisce effettivamente il "vino migliore" di quella felicità promessa per gli ultimi tempi (cfr. Is. 25,6; 55,1-3), come segno di pienezza di vita, della gioia e della felicità che egli porta al mondo. Il vino della nuova alleanza è l'amore, però questo dipende dalla glorificazione finale del Messia, da quella "ora" che, attraverso la morte, consumerà il mistero della manifestazione finale di Dio: "Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv.13,1).

Maria appare a Cana come credente e come suscitatrice di fede, vale a dire come "ausiliatrice" della fede dei discepoli in virtù della sua fede che ha fatto fare a Gesù segni che rivelano la presenza di Dio, la sua salvezza. Dice, in effetti, il testo di Giovanni che, che grazie al miracolo realizzato in forza del suo intervento, i discepoli credettero in lui.

A Cana, Maria ci insegna quattro attitudini importanti per la nostra vita di credenti:

* In primo luogo, a condividere le vicissitudini degli uomini e delle donne. Nella sua semplicità è eloquente la forma con cui comincia la narrazione: "ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù". Significa farsi solidali con le angustie e le tristezze, con le speranze e le gioie dei nostri contemporanei.

* In secondo luogo, essere attenti alle necessità degli altri, vivere non per noi stessi, bensì per gli altri. E' il vino che manca e di ciò Maria si preoccupa: "la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino" è una prova della sua capacità di osservazione per rilevare ciò che manca. Significa conoscere la realtà e le sue implicanze: la mancanza di vino pone in pericolo la continuazione della festa e significa la fine della gioia in una famiglia.

* In terzo luogo, a scoprire la presenza di Gesù e orientare verso Lui, come l'unico che ha nelle sue mani la possibilità di rispondere alle nostre attese più profonde e ai problemi esistenziali di fondo. Maria quasi scompare dopo aver detto ai servi "fate quello che vi dirà". Significa lasciare a Gesù il posto che gli aspetta: quello di far abbondare il vino buono, il senso della vita e la sua pienezza nell'amore.

* In quarto luogo, ad essere credenti e credibili, in modo che sia la nostra fede quella che rende possibile quella degli altri. La nota che sembra solo redazionale ha una forza catechistica: "Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". Significa collaborare affinché gli altri possano credere.

6) Maria ai piedi della croce (Gv. 19,25-27)

Se a Cana Maria agiva più come collaboratrice della fede dei discepoli, sul Calvario si accentua maggiormente il suo ruolo di madre dei discepoli del Cristo. Se a Cana, grazie al miracolo realizzato in forza del suo intervento, i discepoli cedettero in Gesù, sul Calvario, per il dono di Gesù che muore, il discepolo prende Maria con sé come madre sua.

Non sarebbe difficile che alcune donne di Galilea fossero salite con Gesù a Gerusalemme per la Pasqua, secondo la testimonianza di tutti gli evangelisti, e che, pertanto, siano state, a una certa distanza, testimoni della crocifissione. Tra loro poté esserci sua madre, come donna, straziata dalla sofferenza e dall'impotenza sentiva l'angustia e il dolore davanti al sacrificio di suo figlio. Storicamente risulta, al contrario, più difficile verificare se Gesù abbia detto tutte le parole come ce le riportano i vangeli.

La narrazione, dal punto di vista teologico, è molto simile a quella che ci presenta Luca in At. 1,12-14. Lì Maria è la madre dei credenti in Gesù, che accompagna nell'attesa dello Spirito.

Sul Calvario, Maria ci insegna a portare la nostra fede fino al termine, lì dove in apparenza la fede si interrompe, lì dove gli altri hanno abbandonato: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre…"

Sul Calvario, Maria conosce finalmente dove ha voluto porre Dio la salvezza che ha voluto darci in suo Figlio e della quale ci rende ministri: "Presso la croce".

Sul Calvario, Maria ci insegna ad aprirci a spazi ogni volta più ampi per vivere questa stessa fede: la comunità, passando da una maternità fisica a un'altra spirituale: "Donna, ecco tuo figlio!".

Infine, sul Calvario, il discepolo amato, quello che fa dell'amore a Gesù la sorgente della sua fede e della sua conoscenza, riceve come eredità la madre del suo maestro come madre sua: "E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa".

Per immaginare quello che Maria può fare come madre nostra, basta pensare a ciò che fu per suo figlio, Gesù, nel quale seppe infondere quelle attitudini che ella visse in grado eminente: la fede, la ricerca e l'accettazione della volontà di Dio, il servizio.

7. Maria, pellegrina della fede

Cominciammo questa riflessione mariana ricordando Paolo VI e l'Esortazione Apostolica "Marialis Cultus". La vogliamo terminare facendo presente alcuni dei passaggi dell'enciclica "Redemptoris Mater" nella quale Giovanni Paolo II la presenta come pellegrina della fede.

A partire dall'Annunciazione , comincia per Maria "l'avventura della fede": ha visto trasformarsi la sua intera esistenza a causa dell'invito di Dio a collaborare al piano di salvezza di tutti gli uomini, per mezzo del Figlio che ha concepito nel suo seno verginale, Gesù, e risponde "con tutto il suo "io" umano, femminile" (RM 13). Il vangelo sottolinea la crescita di Maria nella comprensione di questo piano salvifico di Dio, persino in varie occasioni si dice che non comprese immediatamente quello che avveniva (Lc. 2,19), o quello che le si diceva (Lc. 2,33; 21,51). Per questo conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole. Non è possibile crescere nella fede senza questa attitudine di profondità spirituale.

Ma più ancora, potremmo dire che chi aiutò maggiormente Maria a maturare nella fede è… il suo stesso Figlio Gesù, che la invitò a percorrere un cammino che va dalla maternità puramente fisica, alla pienezza di ciò che già si incontra allo stesso punto di partenza: la maternità nella fede.

In questa prospettiva, si possono contemplare i passaggi nei quali appare successivamente la Madre di Gesù. Giovanni Paolo II sottolinea questo processo. Rispetto al primo di questi testi evangelici, il ritrovamento di Gesù di Gesù adolescente nel tempio, scrive il Papa: "Persino colei, alla quale era stato rivelato più a fondo il mistero della filiazione divina, la madre, viveva nell'intimità con questo mistero solo mediante la fede! Trovandosi a fianco del Figlio, sotto lo stesso tetto e "serbando fedelmente la sua unione col Figlio", ella "avanzava nella peregrinazione della fede"… E così fu anche durante la vita pubblica di Cristo (Mc 3,21) onde di giorno in giorno si adempiva in lei la benedizione pronunciata da Elisabetta" (RM 17).

A proposito delle nozze di Cana (Gv. 2,1-11) il Santo Padre insite: "in quell'evento si delinea già abbastanza chiaramente la nuova dimensione, il nuovo senso della maternità di Maria… Gesù intende soprattutto contrapporre la maternità, risultante dal fatto stesso della nascita, a ciò che questa "maternità" (come la "fratellanza") deve essere nella dimensione del Regno di Dio" (RM 21).

In questo stesso senso, sono da intendere quei passaggi nei quali sembrerebbe che Gesù sottovaluti sua Madre, e che piuttosto hanno l'intenzione di sottolineare questo processo della sua fede. In Lc. 8,19-21, quando avvisano Gesù: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti". Risponde: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica". Commenta Giovanni Paolo II: "Si allontana per questo da colei che è stata la sua genitrice secondo la carne?… si deve però rilevare che la nuova e diversa maternità di cui parla Gesù ai suoi discepoli, concerne proprio Maria in modo specialissimo. Non è forse Maria la prima tra "coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (RM 20).

Similmente, quando una donna del popolo volendo elogiarlo grida: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc. 11,27). L'enciclica commenta: "alla benedizione, proclamata da quella donna nei confronti della sua genitrice secondo la carne, Gesù…vuole distogliere l'attenzione dalla maternità intesa solo come un legame della carne, per orientarla verso quei misteriosi legami dello spirito, che si formano nell'ascolto e nell'osservanza della parola di Dio" (RM 20).

Però è soprattutto nella scena della croce, così come la presenta San Giovanni (Gv. 19,25-27), dove Gesù associa sua Madre Maria al suo radicale svuotamento ("kenosis"). E' nello spogliarsi totalmente della sua maternità fisica rispetto a Gesù che diventa madre del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa: già ogni cristiano è, in quanto "discepolo amato dal Signore, "figlio di Maria" (Origene).

Il culmine di questa maternità messianica nella e per la fede lo incontriamo nell'ultimo passaggio biblico che parla di Maria: il libro degli Atti, nel presentare gli Apostoli riuniti nel Cenacolo, nell'attesa dello Spirito Santo, ci dice che "tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui" (At. 1,14).

Maria è presente all'origine della Chiesa, come fu presente nell'incarnazione del Figlio di Dio, in modo specialissimo, unico. "Nell'economia della grazia… c'è una singolare corrispondenza tra il momento dell'incarnazione del Verbo e quello della nascita della Chiesa. La persona che unisce questi due momenti è Maria: Maria a Nazareth e Maria nel cenacolo di Gerusalemme. In entrambi i casi la sua presenza discreta, ma essenziale, indica la via della "nascita dallo Spirito". Così colei che è presente nel mistero di Cristo come madre, diventa - per volontà del Figlio e per opera dello Spirito Santo - presente nel mistero della Chiesa" (RM 24).

8. Conclusione

Siamo agli inizi del terzo millennio. Le sfide che oggi abbiamo per dare testimonianza a Gesù sono diverse da quelle che incontrarono i suoi discepoli. Per affrontarle non siamo soli né sguarniti. Oggi come ieri abbiamo una madre e un modello che ci educa nella fede e ci insegna ad essere credenti: Maria.

Ce lo conferma il Documento di Aparecida che, parlando della formazione dell'itinerario formativo dei discepoli missionari, scrive: "la massima realizzazione dell'esistenza cristiana come un vivere trinitario di "figli nel Figlio" ci è data nella Vergine Maria che per la sua fede (cf. Lc. 1,45) e obbedienza alla volontà di Dio (cf. Lc. 1,38), così come per la sua costante meditazione della Parola e delle azioni di Gesù (cf. Lc. 2,19.51), è la discepola più perfetta del Signore.

Interlocutrice del Padre nel suo progetto di inviare il suo Verbo nel mondo per la salvezza umana, Maria per la sua fede porta ad essere membro della comunità dei credenti in Cristo, e tuttavia si fa collaboratrice nella rinascita spirituale dei discepoli. Dal vangelo emerge la sua figura di donna libera e forte, coscientemente orientata alla vera sequela di Cristo. Ella ha vissuto per intero tutta la peregrinazione della fede come Madre di Cristo e poi dei discepoli senza che le fosse risparmiata l'incomprensione e la ricerca costante del progetto del Padre" (DA 266).

Se quando il Padre inviò suo Figlio nel mondo lo affidò a Maria, come madre e maestra, ella ci aiuterà a sviluppare le grandi attitudini che ella visse e seppe suscitare in Gesù: la ricerca incessante della volontà di Dio e la sua accettazione piena nella nostra vita, che ci porta, come a Lei, a impegnarci nel servizio concreto e umile in favore dei giovani, come espressione del nostro amore a Lui.

Se il Padre sceglie Maria, la umile ragazza di Nazaret, perché collabori con Lui alla salvezza degli uomini, essendo la Madre del suo Figlio Gesù Cristo, e le concede la pienezza della sua grazia, alla quale ella rispose liberamente, con l'obbedienza della fede e una consegna totale, ella ci aiuterà a saper accettare Dio nella nostra vita, in modo che, guidati dallo Spirito Santo, possiamo procedere crescendo nella maturità della nostra fede e meritiamo la beatitudine del Signore: "Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la vivono".

                                                           PASCUAL CHÁVEZ VILLANUEVA,
                                                               
RETTOR MAGGIORE SDB

 

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