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      ADMAonLine               Messaggio Mensile :    24 aprile 2013         

Maria aiuta la Chiesa a uscire da se stessa

Ho avuto la grazia e la gioia di essere presente in piazza S. Pietro all'annuncio dell'elezione e alla prima benedizione del nuovo papa Francesco. E' stata una grande sorpresa, segno dell'amore di Dio che sempre ci sorprende e della perenne novità della Chiesa. Ringraziamo Dio per il dono del nuovo Papa Francesco. Un Papa che ha iniziato il suo Pontificato recitando con noi le preghiere del buon cristiano e che ci ha chiesto di pregare per lui. In quel momento nella piazza c'era un silenzio incredibile e orante. Un Papa che, come suo primo gesto, è andato a chiedere l'aiuto della Madonna perché l'assista nel suo ministero di Vescovo di Roma, che presiede alla carità della Chiesa universale. Un Papa che si chiama Francesco e che vuole abbracciare tutti gli uomini come fratelli. Siamo grati a Maria Ausiliatrice e a San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, per questo dono alla Chiesa e al mondo intero.
La Chiesa infatti sta attraversando un momento difficile, ma nel medesimo tempo pieno di promesse. La barca di Pietro è agitata da onde minacciose che fanno vacillare i deboli nella fede. La Madonna da tempo ci esorta a seguire i Pastori e a pregare per loro. Soprattutto in momenti come questi dobbiamo prendere coscienza della nostra appartenenza ecclesiale, perché la Chiesa è la nostra famiglia, senza la quale saremmo senza Dio e senza speranza in questo mondo. Dobbiamo essere santamente orgogliosi e grati per questa appartenenza e viverla come una grazia immensa. Essere fedeli alla Chiesa, amarla e aiutarla deve essere per noi non solo un dovere, ma anche e soprattutto una gioia. Diamo il nostro contributo al rinnovamento della Chiesa con la nostra santificazione personale. La Chiesa si rinnova nei cuori che si aprono a Dio e al suo amore. Facciamo risplendere Gesù Cristo nella nostra vita perché il mondo creda e si converta.
Con Maria viviamo la Chiesa pasquale: chiediamo a Lei, madre della Chiesa e Aiuto dei cristiani, che: "attraverso la contemplazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali per trasformarsi in madre feconda che vive la gioia dolce e confortante dell'evangelizzazione" (Card. Bergoglio, Congregazione generale marzo 2013). Facciamo nostre le espressioni rivolte a papa Francesco dal Rettor Maggiore don Pascual Chávez: "In questo momento mentre vogliamo esprimere la nostra gioia per la sua nomina, Le rinnoviamo la nostra fedeltà e assicuriamo il rispetto filiale ereditato da Don Bosco. Egli spesso si esprimeva con frasi cariche di affetto e di fede nei confronti del Successore di Pietro: "Chi è unito con il Papa, è unito con Cristo!" (MB VIII,567); "Saremo ossequiosissimi alla Cattedra Apostolica in tutto, in ogni tempo, in ogni luogo, dove ci chiamerà il Signore" (MB XV,249); "La preghiera del Papa è per me un comando" (MB V,874); "La sua parola deve essere la nostra regola in tutto e per tutto" (MB VI,494). Così parlava il nostro Fondatore Don Bosco e così vuole sentire il nostro cuore, oggi".

Sig. Lucca Tullio, Presidente - Don Pierluigi Cameroni SDB, Animatore spirituale


Papa Francesco: la sua devozione a Maria Ausiliatrice e il rapporto con i Salesiani

Papa Francesco ha avuto nella sua vita diverse espressioni di vicinanza affettiva ai Salesiani. Nel 1949 Jorge Mario Bergolio frequentò, assieme al fratello minore, il collegio salesiano "Wilfrid Barón" di Ramos Mejía, nella classe 6° B. Come prova l'elenco dei premiati di quell'anno, ricevette anche il primo premio in Condotta e in Religione e Vangelo.
Ebbe strette relazioni con i salesiani della Comunità di Almagro, dove all'età di 17 anni ebbe come padre spirituale P. Enrico Pozzoli, un sacerdote che, prima di portare il carisma di Don Bosco fino alla Terra del Fuoco - davvero la fine del mondo - ebbe modo di lasciare un segno indelebile in lui. Fu don Pozzoli che suggerì al giovane Bergoglio di viaggiare fino alle montagne di Tandil per far recuperare i suoi polmoni; fu con lui che il futuro Papa definì la sua ammissione al seminario di Villa Devoto; e a lui è dedicato un ricordo nella prefazione del primo libro scritto dal card. Bergoglio - Meditazioni per i religiosi - in considerazione della "forte incidenza" che il salesiano ebbe nella sua vita e del suo "esempio di servizio ecclesiale e di consacrazione religiosa". Sempre nella comunità di Almagro conobbe il P. Lorenzo Massa, fondatore della squadra di calcio del San Lorenzo, alla quale papa Francesco è affiliato e di cui conserva la prima tessera sportiva. Nella celebrazione del centenario del Club sportivo disse che a San Lorenzo "non prendiamo i colori da nessuna parte, ma li chiediamo alla Vergine" e chiese anche che "mai Maria Ausiliatrice venga separata dal club, perché ne è la madre, dato che il San Lorenzo nacque nell'Oratorio San Antonio, sotto la protezione della Vergine".
Soprattutto coltivò moltissimo la devozione al Beato Artemide Zatti, salesiano coadiutore. Infatti nel periodo in cui era Provinciale dei Gesuiti, ne invocò l'intercessione per ottenere vocazioni di fratelli laici alla Compagnia di Gesù: e la risposta fu strabiliante! Scrisse: "Da quando incominciammo le preghiere al Sig. Zatti, sono entrati 18 coadiutori giovani che perseverano e altri 5 che uscirono dal noviziato e dallo iuniorato. In totale, 23 vocazioni. I novizi, gli studenti e i Coadiutori giovani hanno fatto varie volte la Novena in onore del Sig. Zatti, chiedendo vocazioni di Coadiutori. Io stesso la feci. Sono convinto della sua intercessione per questo problema, poiché, considerato il numero, è un caso raro nella Compagnia. In riconoscenza, nella 2ª e 3ª edizione del Devozionario del Sacro Cuore, abbiamo messo la Novena per chiedere la Canonizzazione del Sig. Zatti".
Merita ricordare la sua paternità, come Pastore dell'Arcidiocesi di Buenos Aires, verso i salesiani. Durante l'Assemblea generale dell'episcopato dell'America Latina ad Aparecida chiese che la beatificazione di Zeffirino Namuncurà, allievo salesiano, non si realizzasse a Buenos Aires ma a Chimpay nella Patagonia argentina.
Un tratto speciale è la nota devozione a Maria Ausiliatrice, ricordata da tanti salesiani. Tra tutti i ricordi, il più forte, il più significativo, il più indelebile: un uomo di fede, che ogni 24 del mese, di buon'ora la mattina, prima che si aprissero le porte, andava nella Basilica di Maria Ausiliatrice del quartiere di Almagro, celebrava la messa e restava una buona ora in preghiera davanti all'immagine della Beata Vergine benedetta dallo stesso Don Bosco. Il 21 marzo 2013 il Rettor Maggiore ha avuto la grazia di incontrare Papa Francesco e gli ha fatto dono di una statua di Maria Ausiliatrice, che subito il papa ha baciato, ricordando la sua devozione a Maria Ausiliatrice e anche che nel Santuario di Maria Ausiliatrice di Almagro era stato battezzato. Al momento del congedo don Adriano Bregolin gli chiese di tenere la statua di Maria Ausiliatrice nel suo studio come Ausiliatrice e Madre della Chiesa e il papa rispose: "Lo farò".

Cammino formativo 2012-2013: La grazia della fede


8. La fede e l'amore (don Roberto Carelli)
Abbiamo già visto come il primato dell'amore non si afferma senza la priorità della fede: l'amore è la forma della fede, ma la fede dice la verità dell'amore. Verità e carità sono inseparabili: secondo l'insegnamento di San Paolo, la verità si attesta nella carità (veritas in caritate), e la carità si esercita nella verità (veritas in caritate): occorre riconoscere che "solo nella verità la carità risplende", e che "senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo" (Caritas in veritate, 3).
Separato dalla fede, l'amore diventa qualunque cosa, il vocabolo più usato e abusato, il nome di Dio e l'idolo più grande, il massimo desiderio dell'uomo e la sua massima frustrazione. Senza la fede, l'amore fa una brutta fine, "diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente" (ibid.). C.S. Lewis ha giustamente osservato che "quando l'amore non è più Dio, o quando l'amore è elevato a dio, si trasforma in un demonio"! Quanto questo accada ogni giorno, lo sa solo Dio, ma un poco lo sappiamo anche noi. Fuori dal vincolo della fede, il mistero dell'amore si capovolge in un presupposto pacifico di cui tutti si dichiarano competenti: l'amore cessa allora di essere la sintesi dei comandamenti, e diventa la legittimazione di ogni arbitrio. E dire che Gesù ha fatto dell'amore il comandamento supremo - il "suo" comandamento! - per due buonissime ragioni: che non c'è niente di più necessario dell'amore, e quindi fallire nell'amore è fallire nella vita, e che non c'è più niente di libero dell'amore, e infatti dove non c'è libertà non occorrono leggi.
Fuori dalla fede, l'amore diventa la più grande eresia: assicurata una parte di verità, altre ne vengono dimenticate. Fatta eccezione di quelli, antichi e moderni, che negano l'esistenza dell'amore come fenomeno spirituale, propriamente umano, e quelli che lo naturalizzano riconducendolo a coordinate bio-psicologiche studiabili e prevedibili come tutti i fenomeni naturali, nella storia del pensiero si trovano le interpretazioni più disparate. Per alcuni è istante ed eternità, per altri è durata e fedeltà. Molti lo inquadrano nel sistema dei bisogni, altri lo riconoscono soltanto nell'ottica dell'amore puro, del disinteresse. Vi è chi lo pensa come desiderio, aspirazione, mancanza, struggimento, e chi lo pensa piuttosto come possesso, pienezza, riposo, godimento. La gente inclina oggi a pensare l'amore come forza irrazionale, mentre i cristiani lo vedono come ragione di ogni cosa. Alcuni lo associano all'impegno e al sacrificio, altri lo ritengono autentico solo se spontaneo. Si arriva persino a ritenerlo un fenomeno contraddittorio, incapace di uscire dall'alternativa dell'affermazione e della negazione di sé, dell'egoismo mascherato da una parte, e di un'inevitabile alienazione dall'altra.
In tema di amore vi sono idee e sensibilità diverse anche all'interno della fede. Il dibattito di sempre è tra chi vede una frattura insanabile fra amore umano (eros) e amore divino (agape), e chi ne coglie piuttosto la continuità. Nel primo caso, prevalente in ottica evangelica, eros e agape si oppongono come carne e spirito, come concupiscenza e benevolenza, amore di desiderio e amore di pienezza, amore ascendente e discendente, spiritualizzazione dell'amore e incarnazione dell'amore. Nel secondo caso, prevalente in ottica cattolica, l'amore umano proviene dall'amore divino e ad esso si orienta. In altre parole, eros e agape sono inconfondibili e inseparabili: l'eros è destinato all'agape, l'agape è la verità dell'eros. In questo senso, come ha precisato Benedetto XVI nella sua prima enciclica, "eros e agape non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro", perché in fondo "l'amore è un'unica realtà, seppur con diverse dimensioni" (DC 7.8). Ad ogni modo, se si dimentica la reciproca appartenenza, risulta oggi molto difficile non identificare l'eros con l'erotismo e l'agape col misticismo, ma allora l'estasi dell'eros smette di essere ascesa e diventa caduta e degrado, e l'estasi di agape, dimenticando le forme concrete dell'amore, non riesce più ad essere esodo, elevazione, maturazione effettiva del cuore (cfr. DC 6.7). Il Papa suggerisce addirittura, in maniera davvero ardita, che non solo l'eros è mosso dall'agape all'agape, ma anche l'agape è intimamente attraversata dall'eros, nel senso che la perfezione dell'amore di Dio non è senza passione, e la sua pienezza non è senza desiderio: il suo amore "può essere qualificato senz'altro come eros, e tuttavia è anche e totalmente agape" (DC 9).
Fuori dal vincolo della fede, l'amore vive oggi due minacce inedite. Esse sono il frutto amaro di un lungo processo storico, che dal medioevo ha progressivamente sostituito le figure dell'amore cristiano, che è tanto spirituale quanto incarnato, con le figure dell'amore romantico, che è erotico ma non sessuale, passionale ma non sponsale. Così l'amore, separato dalle forme concrete in cui accade, si sviluppa e matura, perde tutte le sue dimensioni e proporzioni. Il fenomeno più vistoso è la riduzione sentimentale, erotica ed economica che l'amore ha subìto nel passaggio dall'epoca moderna a quella postmoderna: la consegna dell'amore alle variazioni dell'emozione, ai meccanismi dell'istinto e alla logica dello scambio privano l'amore di quegli aspetti di fedeltà, libertà e gratuità che lo costituiscono. L'altro fenomeno, evidente nell'ottica della fede, è il capovolgimento dell'unico e triplice comandamento di Dio, che chiede di amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. Vi è cioè un ordine dell'amore che non può essere sovvertito impunemente: amore di Dio, amore del prossimo, amore di sé. Cosa succede quando il primato di Dio viene negato o emarginato, è sotto gli occhi di tutti: l'irreligione scatena l'egoismo e produce il narcisismo. Sì, perché quando la cura di sé prende il posto del culto di Dio e dell'amore del prossimo, non stupisce che i giovani accusino identità deboli, senso di inadeguatezza, scarsa autostima, poca forza d'animo nel prendere decisioni di vita e nell'affrontare i conflitti. La sapienza di Dio parla chiaro: primo, non si possono amare le creature come si ama il Creatore, perché questo sarebbe idolatrico, illusorio e schiacciante; secondo: amare è propriamente dare la vita ad altri, non ripiegarsi su di sé; terzo, c'è una misura nel rapporto fra amore di sé e dell'altro, perché altrimenti non si evitano le opposte tentazioni del dominio e della dipendenza, della manipolazione e del risentimento.

Che cos'è dunque l'amore secondo la fede? Ecco i tratti irrinunciabili.

1. L'amore è dono e comandamento. Segnati dal limite e dal peccato, noi non siamo nella condizione di definire l'amore e di stabilirne le esigenze. "Dio è Amore": è Lui a dire cos'è l'amore, è Lui che ci rende capaci di amare, è Lui che ci giudicherà sull'amore!
2. L'amore è gratuità, reciprocità e fecondità. Lo è sempre e ovunque, in cielo e sulla terra. Infatti, poiché l'uomo è creato ad immagine di Dio, "al Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Esso diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo, e viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano" (DC 11). Non si può perciò ridurre l'amore ad attaccamento o sentimento, né si può conoscere l'amore separandolo dalle prime forme della prossimità: l'amore fra sposo e sposa, genitori e figli, fratelli e sorelle. Gli affetti familiari sono legami sacri non meno che naturali: si fondano nell'amore di Dio e all'amore di Dio rimandano!
3. L'amore è dono di sé e accoglienza dell'altro. Esso è scambievole, ma non risponde alla logica dello scambio: diventa reciproco solo se osa essere gratuito, si fa bilaterale solo se ha il coraggio di essere unilaterale: "non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici"!
4. L'amore è affetto e servizio. L'amore va al di là dei diritti e dei doveri, include e supera la giustizia, ha il suo apice nella misericordia. Se l'amore non si fa servizio, prevale l'amor proprio e il limite dell'altro, le proprie ragioni e i torti altrui. Nell'Ultima Cena, Gesù ci ha chiamato amici e si è fatto servo, ci ha mostrato che nell'amore il potere si manifesta nel servizio!
5. L'amore richiede umiltà e sacrificio. Chi è pieno di sé, non fa spazio all'altro, e chi vuole solo star bene non sa farsi carico di altri. Senza umiltà, i doni di Dio non trovano dimora, e senza disponibilità al sacrificio la testimonianza del Vangelo non ha efficacia. Perciò, dice Gesù, "chi mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la propria croce e mi segua"!
6. L'amore è povero, casto e obbediente. Così era l'amore di Gesù e di Maria. I consigli evangelici non si aggiungono all'amore, gli appartengono, lo qualificano: non si può amare dove c'è avidità nel rapporto con le cose, cupidigia negli affetti, superbia nell'esercizio della libertà!
7. L'amore è gioia e pace, che non a caso sono i primi due frutti dello Spirito, il quale è l'Amore di Dio in persona, il riflesso della Sua presenza nel cuore e sul volto dell'uomo. Gioia e pace sono allora il frutto e il termometro dell'amore: dove mancano o scarseggiano, c'è poco amore, o è molto imperfetto; dove crescono e abbondano, lì l'amore di Dio diventa perfetto!

29/3/2013 - VATICANO - STEFANO SANDOR, MARTIRE DELLA FEDE

ANS - Città del Vaticano) - Mercoledì 27 marzo 2013, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nel corso dell'udienza il Sommo Pontefice ha autorizzato la Congregazione a promulgare il Decreto riguardante il martirio del Servo di Dio Stefano Sándor, Laico professo della Società di San Francesco di Sales; nato a Szolnok (Ungheria) il 26 ottobre 1914 ed ucciso in odio alla Fede a Budapest (Ungheria) l'8 giugno 1953.
Conosciuto Don Bosco attraverso il Bollettino Salesiano, Stefano Sándor si sentì subito attratto dal carisma salesiano. Nel 1936 fu accettato al Clarisseum di Budapest, dove in due anni fece l'aspirantato. Frequentò nella tipografia "Don Bosco" i corsi di tecnico-stampatore. Iniziò il noviziato, ma dovette interromperlo per la chiamata alle armi. Nel 1939 raggiunse il congedo definitivo e, dopo l'anno di noviziato, emise la sua prima professione l'8 settembre 1940 come salesiano coadiutore.
Destinato al Clarisseum, s'impegnò attivamente nell'insegnamento nei corsi professionali. Ebbe anche l'incarico dell'assistenza all'oratorio e fu il promotore della Gioventù Operaia Cattolica. Alla fine della Seconda Guerra mondiale s'impegnò nella ricostruzione materiale e morale della società, dedicandosi in particolare ai giovani più poveri, che radunava insegnando loro un mestiere.
Quando lo Stato nel 1949, sotto Mátyás Rákosi, incamerò i beni ecclesiastici e iniziarono le persecuzioni nei confronti delle scuole cattoliche, Sándor cercò di salvare il salvabile. Di colpo i religiosi si ritrovarono senza più nulla e vennero dispersi. Anche Stefano dovette abbandonare la sua tipografia - nel tempo divenuta piuttosto nota - e "sparire", ma anziché rifugiarsi all'estero rimase in patria per continuare a lavorare per la gioventù ungherese. Riuscì a farsi assumere in una fabbrica di detergenti della capitale, dove continuò impavido e clandestinamente il suo apostolato, pur sapendo che era un'attività rigorosamente proibita. Nel luglio del 1952 fu catturato sul posto di lavoro e non fu più rivisto dai confratelli. Un documento ufficiale ne certifica il processo e la condanna a morte eseguita per impiccagione l'8 giugno 1953.
"Rendiamo grazie a Dio per questo dono alla Chiesa e alla Famiglia Salesiana in questo Anno della fede. - ha commentato don Pierluigi Cameroni, Postulatore generale per la Famiglia Salesiana - Il nuovo martire Stefano Sándor, salesiano coadiutore, brilla come testimone e intercessore che sulla scia di Don Bosco ha offerto ai giovani il Vangelo della gioia attraverso la pedagogia della bontà e il dono della propria vita. Rendiamo grazie a Papa Francesco per questo dono speciale all'inizio del suo ministero pastorale".
L'iter ora prevede la preparazione del Decreto di martirio a cura della Congregazione delle Cause dei Santi in collaborazione con il Postulatore Generale. Successivamente verrà stabilità la data della cerimonia di beatificazione, in quanto trattandosi di un martire non è richiesto il miracolo. Il totale sacrificio nell'atto del martirio, quale massima testimonianza alla fede cristiana, è considerato l'atto supremo della "sequela Christi".


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