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ARCHIVIO RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2014 :
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ESPERIENZE : Cerea don Meco
                               Il papa ha incontrato i cappellani degli istituti di detenzione italiani

"Eravamo in 150 eppure per tutti quanti ha avuto una parola, un saluto personale e soprattutto uno sguardo accogliente. Quando gli ho detto che sono di Torino mi ha stretto la mano con un "Cerea"". Così don Domenico Ricca, salesiano, cappellano dal 1979 al carcere minorile di Torino Ferrate Aporti di Torino racconta l'udienza che papa Francesco ha riservato ai cappellani degli istituti di detenzione italiani, mercoledì 23 ottobre scorso, a margine del Convegno nazionale sul tema "Giustizia, pena o riconciliazione?". "Quello che più ci ha colpito, oltre alle parole non certo formali che ci ha rivolto e che ci hanno fatto capire come, oltre alla problematica delle carceri, il Papa conosca a fondo l'animo di chi è detenuto, è la sua capacità di metterti a tuo agio. Dopo i discorsi ufficiali infatti è sceso dalla cattedra è si è buttato "nella mischia", come se fosse un amico che incontra dopo tanto tempo i vecchi compagni di classe".

Un ministero non facile

Ma, al di là delle emozioni personali, i cappellani riuniti nell'Aula Paolo VI si sono portati a casa un incoraggiamento a proseguire in un "ministero che non è facile - come ha sottolineato Francesco - ma è molto molto importante, perché esprime una delle opere di mise-ricordia; rende visibile la presenza del Signore nel carcere, nella cella. Voi siete segno della vicinanza di Cristo a questi fratelli che hanno bisogno di speranza"
E ancora. "Dite ai detenuti con i gesti, con le parole, con il cuore che il Signore non rimane fuori, non rimane fuori dalla loro cella, non rimane fuori dalle carceri, ma è dentro, è lì. Potete dire questo: il Signore è dentro con loro; anche lui è un carcerato, ancora oggi, carcerato dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, di tante ingiustizie, perché è facile punire i più deboli, ma i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque. Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna; Lui è lì, piange con loro, lavora con loro, spera con loro; il suo amore paterno e ma-terno arriva dappertutto".
I cappellani italiani - come ha illustrato al papa don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, sono 233 e operano negli Istituti di pena italiani maschili e femminili (per adulti e per minori) e nelle scuole di formazione per la polizia pe-nitenziari "a servizio di oltre 64 mila detenuti ospiti nelle sovraf-follate carceri italiane e degli agenti di polizia penitenziaria e dei diversi operatori che hanno il compito di custodire la sicurezza negli istituti e di sostenere il loro percorso rieducativo".
Era da 15 anni che non si riunivano più a convegno ed era dal novembre del 1983, quando furono ricevuti da Giovani Paolo II, che i cappellani non incontravano il papa.

Occorre una riforma strutturale del codice penale

"Questo convegno organizzato a spese nostre perché il ministero della Giustizia non ha più fondi - prosegue don Domenico Ricca che ha parteci-pato ai lavori con altri quattro cappellani Piemontesi - cade in un momento cruciale per la situazione delle carceri italiane. Si parla tanto in questi giorni di amnistia ed in-dulto che, se nell'immediato pos-sono alleggerire il sovraffollamento delle carceri, in realtà senza una revisione complessiva della giu-stizia sono solo interventi tam-pone. Noi riteniamo infatti che occorra una riforma strutturale del codice penale così da alleggerire il ricorso alla detenzione per i reati meno gravi. Lavoro esterno, affidamento sociale, semilibertà sono misure alternative da rafforzare. La reclusione va tenuta per le situazioni più ai limiti. Per il resto occorre accompagnare il detenuto - soprattutto quelli più in difficoltà come i tossicodipendenti o gli immigrati - perché sappia ricostruire la propria vita. Non solo tenerlo in una cella. Purtroppo il disegno di legge sulle misure alter-native è stato bloccato con la fine del Governo Monti ma è su questa strada che occorre proseguire se no l'amnistia e l'indulto servono solo a innervosire l'opinione pubblica mentre c'è bisogno di riconciliazione, fra chi ha com-messo un reato e chi sta fuori perché spesso il confine è labile".
Lo ha affermato anche papa Francesco in uno dei passi più significativi del breve discorso rivolto ai cappellani. "Quando io ricevevo una lettera di un detenuto a Buenos Aires lo visitavo, mentre ora quando ancora mi scrivono quelli di Buenos Aires qualche volta li chiamo, specialmente la domenica, faccio una chiacchierata. Poi quando finisco penso: perché lui è lì e non io che ho tanti e più motivi per stare lì? Pensare a questo mi fa bene: poiché le debolezze che abbiamo sono le stesse, perché lui è caduto e non sono caduto io? Per me questo è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare ai carcerati". Parole che hanno colpito nel profondo. "Quando negli anni '80 ero appena entrato al Ferrante, uscendo dopo una giornata con i ragazzi detenuti mi chiedevo spesso: 'ma perchè io sono fuori? Per questo le parole del papa mi hanno confortato. Quel dubbio mi tormenta da allora: sentendo Francesco ho capito che non sono così fuori strada…".

                                         Marina Lomunno - redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014 - 1  
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