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         ARCHIVIO RMA 2013 : - ATTUALITA' - ESPERIENZE - INTERVISTE - AVVENIMENTI - FATTI ...

      
PROFONDO ROSSO: CRISI ECONOMICA... Pensare positivo?

In questa paurosa crisi economica si può ancora pensare positivo?
Soprattutto: c'è qualcosa che possiamo fare nel nostro piccolo?


"Nel considerare la mia condizione, mi sono chiesto quale caratteristica mi accomuni a tutti gli altri giovani e studenti di questo Paese. La risposta più istintiva è stata la paura". È un episodio accaduto al direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano. Risale a ottobre dell'anno scorso quando si è ritrovato, al Politecnico di Milano, in un'aula gremita di ragazzi e ragazze. L'interlocutore, arpionato il microfono, incalza: "Sui nostri pensieri incombono mille paure: paura di non riuscire a riscattare tutti i crediti, paura del contratto a progetto che scade; paura di non trovare, dopo gli studi, un lavoro all'altezza delle nostre aspettative o di non trovarne affatto". Conclusione inquietante: "Questa generazione, la mia generazione, ha paura del proprio futuro; non credo possa trovarsi un indicatore più significativo per certificare lo stato di malessere di un Paese".
Ci stiamo avvitando in un gorgo buio e senza fine? Quasi ogni giorno, nella redazione del mio giornale, arrivano bollettini sconfortanti. Unioncamere, per esempio, ha calcolato che nel 2012 si sono verificate quasi mille chiusure di imprese al giorno: quasi 365mila, su un totale di oltre sei milioni. Ci aspetta ancora almeno un anno di recessione per l'Eurozona, mentre le agenzie di rating - terribili e controversi giudici dell'affidabilità finanziaria di un sistema-Paese - vanno di ghigliottina Tagliano su Londra, sforbiciano su Roma. Secondo le ultime previsioni della Commissione Ue, nel 2013 la contrazione del Pil (il Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta in una nazione) sarà dello 0,3% contro una previsione precedente del +0,1%.
La ripresa si verificherà soltanto nel 2014, con un incremento dell'1,4%. La Francia è bocciata sulla crescita, la Spagna ha un deficit previsto vicino al 7%. In Italia la situazione rimane fragilissima: è allarme sulla disoccupazione, che potrebbe toccare il 12% nel 2014; i ricavi dell'industria manifatturiera perdono oltre 37 miliardi, la pressione fiscale supererà il record storico del 45,3%. Il Wall Street Journal - in febbraio - si è dedicato alle diseguaglianze tra le nostre generazioni. Titolo: "forty-something", ossia i quarantenni "e qualcosa", per sottolineare come proprio su questi ultimi cadrà il peso dell'austerità. Il quotidiano americano cita uno studio realizzato dall'Università di Verona insieme alla Banca d'Italia, dal quale emerge che un italiano nato nel 1970 nel corso della sua vita pagherà tra tasse e contributi il 50% in più rispetto a un italiano nato appena 18 anni prima, nel 1952.

Un interrogativo diverso

Ce la faremo? Come se non bastasse, ci sono l'incertezza politica, alimentata dalle nebbie di reciproci veti ed egoismi, nonché la burocrazia, gli scandali. Forse, però, dobbiamo provare a mettere sul tavolo un'altra domanda, senza nulla togliere - beninteso - alle responsabilità dei governanti: che cosa possiamo fare noi? C'è qualche azione che può essere messa in atto anche nel nostro piccolo senza sentirci impotenti di fronte a corruzione e marciume dilagante? Penso che dobbiamo partire dalla constatazione della crisi delle relazioni. Questo è il male endemico di cui stiamo soffrendo e da qui - probabilmente - occorre ricominciare in una società ormai caratterizzata dalla "liquidità dei rapporti", secondo la bella immagine coniata dal sociologo Zygmunt Bauman per dire che tutto è precario, fragile, effimero, specie nei rapporti tra le persone.
Una buona relazione si basa su una buona comunicazione. Ma che cos'è? A Francesco di Sales, vissuto tra il 1500 e il 1600, illuminato vescovo di Annecy, non a caso patrono dei giornalisti (e ben caro a don Bosco, come sappiamo) si attribuisce un'efficace definizione: è buona comunicazione quella che parla "da cuore a cuore". Cor ad cor loquitur. Nelle economie ricche siamo ormai sempre più poveri di tempo: costa sempre di più. A partire dal tempo che si dedica alle relazioni in famiglia, che resta cellula base della società. Bisogna investire sul legame di coppia, ogni giorno; bisogna investire sul rapporto con i figli: che non si compra con denaro o regali, che non si conquista distruggendo "l'istituzione scuola". Il sistema dell'istruzione è quello che è, ma che danno provocano quei genitori che qualunque cosa dica un insegnante - anche sacrosanta, come un quattro in matematica - sono pronti a denigrarlo, contestarlo, accusarlo, pur di accaparrarsi la benevolenza dell'adolescente? Ecco il rischio educativo: quanto è più facile dire "sì" sempre? Ma quali adulti di domani stiamo preparando?

Una questione di stile

È proprio qui - a mio parere - che la crisi può essere una buona occasione per rimettere mano ai nostri stili di vita. Di crisi di relazioni parlano con intelligenza anche studiosi come Leonardo Becchetti (Tor Vergata Roma2), che hanno approfondito "l'economia della felicità", il rapporto con il denaro. Si dice che "i soldi non danno la felicità, ma calmano i nervi (figuriamoci la miseria, chiosava Woody Allen)". Ebbene, si tratta di un tema importante, al centro del cosiddetto "paradosso di Easterlin" (Richard Easterlin, l'economista californiano che nel 1974 osservò come all'aumentare del redddito pro-capite diminuiva la felicità e cresceva l'uso degli antidepressivi). Si spiega con l'adattamento edonico: non si è mai contenti, quello che si è raggiunto non basta mai. Ecco l'invidia consumistica, il reddito relativo, il confronto spasmodico con gli altri. Dobbiamo continuare a rotta di collo su questo pericoloso crinale, con la forbice sempre più divaricata tra ricchi e poveri, o si può invertire la tendenza?
C'è, insomma, un sistema che va ripensato e non si può prescindere dalla giustizia. Per chi volesse farsi un'idea, ecco due link per ascoltare le riflessioni del professor Becchetti (la prima più articolata, la seconda più sintetica, tratta da una sua intervista rilasciata a Serena Dandini su Raitre):
http://www.youtube.com/watch?v=2gLMAaRE5CE
http://www.youtube.com/watch?v=xufZKUqkAM8
Dovremmo prendere maggiormente in considerazione alcuni temi - che spesso archiviamo semplicisticamente come tabù o utopistici - quali "microcredito", "economia solidale", "commercio equo". Sembrano concetti astratti in grado di non spostare la realtà, ma non è così. Pensiamo a Mohammad Yunus, nobel 2006, il banchiere dei poveri, che cosa ha fatto con il microcredito moderno, che non è follia, ma tecnica per fare prestiti anche a persone "non bancabili", in grado però di restituirle. Curioso che a marzo l'Istat abbia iniziato a parlare di Bes, l'indice di benessere equo e solidale: un modo diverso dal Pil (e dai vari spread) per ragionare di economia. In realtà l'aveva già intuito Bob Kennedy il 18 marzo 1968, in uno storico discorso alla Kansas University, tre mesi prima di venire assassinato. Ascoltatelo: http://www.youtube.com/watch?v=grJNlxQsqtE
C'è chi parla di "decrescita", addirittura di "decrescita felice", parola capace di generare vespai, come l'economista Serge Latouche: http://www.youtube.com/watch?v=0UGV1b3H9h4
Vi invito - io l'ho fatto in questi ultimi tempi - a curiosare sulla rivista "Valori" - www.valori.it (c'è anche un app per iPad e iPhone) - che ha pubblicato un interessante dossier nel settembre 2012 con un articolato dibattito sul tema. Noi, per esempio, siamo consumatori consapevoli? Siamo attenti ai rifiuti differenziati? Non lo dico a caso, ma attraverso questi gesti, che sono relazioni - relazioni sociali - si possono cambiare le cose.

Una pastorale del "condominio"?

Mi piace - in questo senso - sostenere che dobbiamo imparare a "ripartire dal basso", per esempio dal condominio. L'Italia è il Belpaese, sicuramente generoso, ma difficilmente governabile. Lo si capisce bene, giustappunto, dalle assemblee di condominio, per chi ci abita. Ebbene, in quella porzione di città (dunque nel palazzo) oppure in paese, possiamo trovare uno straordinario banco di prova per le relazioni. Nulla di stratosferico, ma piccoli e costanti gesti possono farci diventare presenza costante e di riferimento: pacificatori, laddove ci sono liti, perché in grado di trovare e suggerire soluzioni eque; nella gestione - pulita - delle spese comuni, per esempio; nell'attenzione a chi è anziano o più in difficoltà; nel non assecondare i chiacchiericci da portineria, nel portare sorriso e serenità dove necessario; nel prendersi in due (o, meglio ancora, con i figli) il fardello di qualche incarico. Vi sembrerà poco, invece sono gocce di impegno civico che possono lasciare un segno per iniziare a mettere qualche mattoncino di "bene comune".
L'industria ha bisogno di relazioni più mature e di stili differenti. Di sindacati meno ideologici, di imprenditori lungimiranti e capaci di essere dei modelli. Le logiche Nimby, not in my back yard, "non nel mio cortile", di cui assistiamo da anni l'evoluzione in Valle di Susa in merito alla vicenda della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, non fanno che alimentare egoismi opposti: informarsi, capire, ragionare, accettare le logiche democratiche significa cambiare stili di vita.
Ecco, questo è il punto. Oggi non possiamo essere cittadini inconsapevoli del villaggio globale. Dobbiamo informarci, capire. Senza disperarci. Credere nella Provvidenza non significa essere fatalisti. Pensiamo positivo e guardiamo avanti, iniziamo a fare qualcosa "dal basso", subito, senza rinunciare a essere critici o legittimamente preoccupati. Perché - come diceva l'anziano scrittore francese Julien Green - "finché siamo inquieti, possiamo stare tranquilli". Solo così, possiamo non avere paura del futuro: nostro e dei nostri figli.

Francesco Antonioli - Vice al desk "Il Sole 24 Ore", Redazione "Impresa e territori" - francesco.antonioli@ilsole24ore.com


         RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 03  
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