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 ARCHIVIO RMA 2013 : ESPERIENZE - INTERVISTE - AVVENIMENTI - FATTI -.... ecc.
Catalina del soprabitino rosso

La storia - a lieto fine - di una dei figli di donne straniere che vengono in Italia ad accudire i nostri anziani e i nostri bambini lasciando a casa i loro "orfani bianchi"


Oggi Catalina è una bella e serena ragazza che frequenta le scuole superiori, ma la prima immagine che ho di lei è quella di una bambina con un soprabitino rosso, in lacrime, seduta nel banco di scuola , pronta ad iniziare la sua prima classe elementare.
Le lacrime, in una giornata così importante sono assolutamente giustificate per tutte i bambini ma di certo per Catalina lo erano molto di più: aveva già sperimentato una separazione dalla mamma anni prima, in una maniera traumatica.
Allora però io non lo sapevo, la sua storia me raccontò la mamma, Ana, alcuni giorni dopo, superando la riservatezza nell'affrontare un argomento così personale.
Ana faceva parte del folto gruppo di donne rumene che avevano lasciato il loro paese, la loro famiglia e gli affetti più cari per venire a lavorare in Italia. La povertà della sua terra avevano convinto Ana che quella fosse la scelta migliore, seppure molto sofferta, poiché in Romania aveva dovuto lasciare le sue due bambine di otto e cinque anni, Stephania e Catalina.
L'aveva confortata l'idea che ad occuparsi di loro fossero i nonni ed il papà e che il denaro guadagnato con il suo lavoro avrebbe permesso una qualità di vita migliore. Ricordo come il racconto di Ana ,anche a distanza di anni trasudasse, , profonda sofferenza ,come se stesse rivivendo tutte le emozioni scatenate da quella separazione e da quegli addii.

Badante a Torino

Grazie all'aiuto di un'amica che si trovava in Italia già da alcuni anni, Ana era giunta a Torino per lavorare come badante presso un anziano signore, al quale il passar degli anni aveva portato guai fisici ma donato un gioioso cuore di fanciullo, libero dai condizionamenti e dalle inibizioni che bloccano spesso quello degli adulti e perciò sincero e spontaneo.
Per Ana divenne un nonno /bambino del quale occuparsi, ricevendo affetto e comprensione: al "suo" vecchietto raccontava la vita in Romania, parlava delle sue bambine e nonostante la diversità della lingua riuscivano a capirsi, lavorava con impegno e aveva iniziato ad orientarsi sia nel quartiere dove abitava, sia con la lingua italiana.
Ana imparava in fretta, a suo favore aveva una buona preparazione scolastica, infatti in Romania aveva conseguito un diploma che non le era servito però a trovare un lavoro. I momenti più belli erano quelli in cui telefonava alle sue bambine e riceveva delle loro fotografie: una festa di bambini, un momento di scuola o di gioco… il papà non mancava di fissare istanti felici per rassicurare la mamma lontana.

Torna la mamma!

Tutto sembrava andare bene, Ana inviava quasi tutto ciò che guadagnava ai suoi cari, tanto lei aveva bisogno di poco ed il regalo migliore era il pensare che la sua famiglia potesse avere di più grazie al suo sacrificio. Per un anno non tornò in Romania , poi si concesse una breve vacanza e raggiunse la sua famiglia.
Trovò le sue bambine cresciute, sane ed allegre e pronte ad accogliere festosamente la mamma ed i doni che aveva portato loro: furono giorni molto intensi ma… volarono e ben presto Ana dovette ripartire per l'Italia.
Questa volta però era più serena, molte paure che la distanza aveva alimentato sembrarono smorzarsi e durante il viaggio di ritorno fu consolata dal ricordo del sorriso sulle labbra di Stephania e Catalina alla stazione. Com'è facile illudersi.
Dopo poche settimane dal suo rientro, Ana iniziò a ricevere telefonate dal marito e da sua madre, sempre più preoccupati per Catalina. La bimba infatti, dopo la sua partenza aveva iniziato a chiudersi in se stessa, a rifiutare il cibo, a non voler frequentare la scuola materna, a non dormire e a non giocare.
Ana parlò di ciò con un medico amico del suo "nonnino"il quale ipotizzò che Catalina fosse caduta in uno stato di profonda depressione e che la situazione non fosse da sottovalutare.

Dove ho sbagliato?

Tutti i suoi sacrifici, il suo lavoro, il desiderio di dare di più alle sue bambine non erano serviti a nulla? Dove aveva sbagliato?
Ana aveva avuto sempre fede e aveva pregato tanto la Madonna. L'aveva sentita amica e vicina ai suoi problemi: anche Maria aveva lasciato la sua casa e la sua terra per proteggere il suo bambino dall'odio di Erode ed aveva affrontato le difficoltà e le ansie di un lungo viaggio. Ana doveva ispirarsi alla Madre Celeste per trovare una soluzione.
E Maria parlò al suo cuore e nella sua mente iniziò a farsi spazio l'idea che i bambini, prima di tutto hanno bisogno di amore più che di cose, che è difficile crescere senza il calore di una madre vicina tutti i giorni e che Stephania e Catalina non dovevano essere annoverate nella schiera dei bambini detti "orfani bianchi".
Ana riorganizzò la sua vita e andò a riprendersi le sue bambine. Nel frattempo il suo "nonnino" morì e lei dovette cercare un alloggio ed un altro lavoro, anzi una serie di lavori che le permisero di occuparsi anche delle figlie. Non fu facile, eppure ricordo di aver sempre visto negli occhi di Ana, quando accompagnava a scuola le sue piccole una serenità ed una forza che sembravano un inno all'amore. - (Francesca Zanetti)


        RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 1  
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