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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  / ARCHIVIO 2015
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SALESIANI DB | DON ALDO RABINO: UN CUORE GRANATA GRANDE COME....
Un prete insieme antico e moderno, concreto e lungimirante, che ha abbracciato la causa di don Bosco e quella della squadra di calcio del Toro di cui è stato per quarantacinque anni il cappellano, affascinato dall'idea di farsi prossimo ai bisogni dei ragazzi per richiamarli poi a orizzonti più ampi. Erano in duemila lo scorso 20 agosto nella Basilica di Maria Ausiliatrice per l'ultimo saluto al salesiano don Aldo Rabino, scomparso all'improvviso a 76 anni circondato dai suoi giovani dell'Oasi (Ora Amici Sempre Insieme) di Maen in Valtournenche, sulla strada verso Cervinia.

Insegnare per crescere

Docente di Storia e di Religione dal 1969 al 1978 all'ex Istituto salesiano per ragionieri San Paolo, don Aldo non è stato mai banale per tante generazioni di ragazzi che lo ricordano con l'affetto che si dà a qualcuno che è stato più di un professore. Dalla parte dei giovani, sempre. I giovani "realtà splendida e faticosa" si legge nel libro-intervista "Il mio Toro, la mia missione" scritto con l'amico e giornalista Beppe Gandolfo.

Salesiano prima che prete

Penultimo di cinque fratelli, don Aldo è cresciuto all'oratorio Rebaudengo per poi proseguire il suo cammino salesiano a Chieri: noviziato a Pinerolo, liceo a Foglizzo, tirocinio a Lombriasco e Teologia a Roma. Sono quelli gli anni del Vaticano II e della "Popularum Progressio" di Paolo VI. Sia il Concilio sia quell'enciclica indicano ai giovani la strade del servizio, dei poveri. don Aldo ci sta: nell'agosto del 1965 ai Becchi di Castelnuovo fa la sua professione perpetua, nel dicembre '68 diventa sacerdote e si dà agli altri.

Un oratorio senza confini

Ha fatto tanto: dopo un periodo nella missione salesiana in Bolivia, a fine anni Sessanta a Torino fonda l'Operazione Mato Grosso, per coinvolgere in quegli anni ruggenti giovani e adulti in un impegno terzomondiale capace di misurarsi con la marginalità reale; nelle favelas brasiliane di Campo Grande contribuisce alla costruzione del lebbrosario e dell'ospedale gratuito per malati di cancro e di Aids di San Juliao, e poi l'Oasi in Valle d'Aosta, progetto nato dalla ristrutturazione di una vecchia centrale dell'Enel ai tempi dell'oratorio in Borgo San Paolo dove nei primi anni Settanta molti ragazzini non avevano spazi di ritrovo in estate e per questo finivano in strada. Ancora: il Laura Vicuña di Rivalta, altro polo per i giovani. Un motore diesel nato per macinare chilometri e capace di trasformare le idee in realtà.

Il Torino Calcio

Il Toro entra nella vita di don Aldo il 4 maggio del 1949 quando bimbo vide passare per l'ultima volta sopra la colonia estiva ligure di Loano dove si trovava l'aereo che avrebbe dovuto riportare a casa il Grande Torino. "Un segnale premonitore" dirà poi lui. Raccolse il testimone di cappellano della squadra nel 1971 da un'altra figura speciale, don Franco Ferraudo, cinque lauree e un passato da musicista nella banda della Marina. Diventerà presto un punto di riferimento per chi è cresciuto con quella maglia addosso, per chi ce l'ha fatta ad arrivare a giocare in serie A, per i presidenti, per gli allenatori, per i bambini della scuola calcio e per i loro genitori, per le migliaia di iscritti ai Toro Club.

Un'eredita' di cui fare tesoro

Don Aldo è uno di quelli che gli insegnamenti di don Bosco li ha letti, capiti, rispettati. Ha vissuto per la chiesa, i giovani e il calcio. Quello sport che è un mondo difficile, geloso di se stesso, che non accetta invasioni. Bisogna rispettarlo, esserci quando ti chiamano, guadagnarti la stima di chi si gioca tutto nei novanta minuti di una partita. Lui ce l'ha fatta: alla fine è stato un compagno di squadra per tanti che grazie a questo salesiano sono cresciuti nello spirito e nell'amicizia. Un "don" in maniche di camicia, in mezzo agli altri, per gli altri.

Andrea CAGLIERIS
redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2015 - 6 

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