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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  / ARCHIVIO 2015
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GIOVANI | UN VESCOVO SI CONFESSA DA DON BOSCO


Quando mi preparavo a raggiungere Torino come vescovo, nell'autunno del 2010, mi sono fatto accompagnare in giro per la città e gli altri centri della diocesi da un prete. Andavamo in macchina, noi due soli, a volte senza una meta precisa. E chiacchieravamo. Soprattutto, io facevo molte domande: entrare in una comunità nuova, assumere la responsabilità di guidarla è cosa che, sempre, fra tremare "le vene e i polsi". Non se ne sa mai abbastanza, si pensa di essere impreparati (Anche se c'è una "conoscenza nell'amore" che è la sapienza stessa della vita cristiana: se io sono capace di donare tutto di me stesso alle persone che incontro e che voglio servire, ogni altra "informazione" viene dopo, il centro del "messaggio" è questo).
C'era, naturalmente, un itinerario di "luoghi obbligati": i principali santuari, alcune chiese, i seminari…

E qui devo fare una piccola confessione.
Passavano i giorni e non mettevo mai, nella lista dei viaggi, Valdocco.
Quando me ne sono accorto non mi sono preoccupato, sapevo bene il perché. Da una parte mi sembrava di sapere già tutto, di Valdocco e del mondo salesiano (ma sarebbe meglio dire: della "galassia"!) che c'è dietro; e dall'altra avevo un po' di timore, a presentarmi in Maria Ausiliatrice, davanti alla reliquie del Santo. Come se anch'io fossi un ragazzino che si prepara a una prova, un passaggio importante della vita. Come se dovessi, in qualche modo, "passare l'esame" da don Bosco. E in fondo era così: nella prima intervista rilasciata a "La Voce del popolo", il settimanale diocesano di Torino, subito dopo la mia nomina, avevo detto con molta chiarezza che il mio "programma pastorale" era basato sui giovani, essi erano il punto di riferimento. Prima ancora di entrare ufficialmente in diocesi ho voluto incontrare i giovani nella chiesa del Santo Volto.
Nella mia vita di prete e vescovo i giovani sono un riferimento fondamentale. A Roma ho avuto la gioia, l'onore (e tutte le preoccupazioni che ne conseguono) di organizzare la GMG del Millennio, quella di Tor Vergata, a stretto contatto con san Giovanni Paolo II. So bene che nella nostra Chiesa italiana di oggi mancano intere generazioni, e che la Chiesa stessa non può stare senza i giovani.

Non voglio dire che don Bosco mi intimorisse, tutt'altro. Ma appunto, mi sembrava di dover passare un esame: da quel santo che dei giovani aveva fatto la sua stessa vita. Io la vedo così: per don Bosco non si è trattato di "condividere il destino" dei giovani, come un missionario si reca in un paese lontano per annunciare il Vangelo, e si adegua alle condizioni di vita di quella che diventerà la "sua" gente. Non si tratta, neppure, di sentirsi dentro una vocazione a insegnare, a educare. E neppure stiamo parlando di una "analisi sociologica" che fece comprendere a don Bosco come ai suoi tempi i giovani fossero la fascia sociale più debole e fragile, e dunque la più bisognosa di aiuto e intervento. No: io sempre "capito" don Bosco in quest'altro modo: come uno che è "sempre stato giovane", che ha vissuto la condizione giovanile dal di dentro, comprendendone le incertezze dell'animo. E nello stesso tempo, ovviamente, era un adulto, un prete, un educatore che maturò un'esperienza, un'autorevolezza (e un "metodo") che i giovani comprendevano benissimo di primo acchito - e per questo correvano da lui.
Se don Bosco non fosse stato "giovane" come ho cercato di dire, non avrebbe potuto inventare dal nulla le situazioni educative che hanno portato agli Oratori, alle Scuole professionali, alle cappellanie nelle carceri… E, se non fosse stato sempre "giovane" non avrebbe potuto creare la collana di best seller più venduti dell'Ottocento, quelle "Letture cattoliche" che raccoglievano quanto di meglio proponeva la sapienza cristiana e la letteratura; erano destinate alle famiglie: ma dovevano servire a offrire strumenti culturali affinché i giovani potessero maturare in un certo contesto. E così via.

So bene che don Bosco non è tutto qui, che la mia ricostruzione è parziale, eccetera: ma che volete, questo è un saluto, un augurio e in parte una confessione. La confessione di un vescovo a cui è toccato di succedere ai vescovi di don Bosco, sulla stessa cattedra. Un vescovo che programmando insieme ai salesiani le celebrazioni dei duecento anni della nascita di don Bosco ha deciso, con l'assenso del Papa, di offrire ai tanti pellegrini e soprattutto ai giovani che verranno a Torino di poter contemplare e pregare davanti alla Sindone, come ha fatto a suo tempo don Bosco. Un motivo in più per sentirlo vicino e accoglierlo come testimone di quell'Amore piu' grande di Colui che ci ha chiamato "amici" fino a dare la vita per noi. Un Vescovo, infine, che ogni giorno ringrazia il Signore per il dono del santo e della sua famiglia religiosa, diffusa in tutto il mondo. Un vescovo che, sentendo di aver "superato l'esame", è pieno di gioia ogni volta che può venire a Valdocco.

+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino
Custode della Sindone


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2015 - 3 

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