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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  / ARCHIVIO 2015
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Giovani | Don Bosco in mezzo ai suoi ragazzi


"Vedere turbe di giovanetti, sull'età dai 12 ai 18 anni; tutti sani, robusti, d'ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire ... Chi sa - diceva tra me - se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a don Cafasso, e col suo consiglio e co' suoi lumi mi sono messo a studiar modo di effettuarlo". Sono parole di don Bosco: è così che nelle sue "Memorie dell'oratorio" il giovane prete descrive la nascita del suo sistema preventivo. Siamo nel 1855 alla "Generala" (oggi Istituto penale di Torino per i minorenni "Ferrante Aporti"): qui don Bosco su invito del suo padre spirituale, don Giuseppe Cafasso incontra nelle sue visite i ragazzi detenuti ed è da quei pomeriggi trascorsi con i "giovanetti discoli" che inventa l'oratorio.

Don Bosco "ritorna" dai giovani "pericolanti" di oggi

A distanza di 150 anni, nei giorni in cui la diocesi di Torino, l'Italia e 132 Paesi in cui opera la famiglia salesiana ricorda il bicentenario di don Bosco, il santo dei giovani è tornato alla "Generala". Così, simbolicamente, lunedì 2 febbraio, nella settimana delle celebrazioni della sua festa liturgica, don Bosco ha abbracciato i 27 giovani "pericolanti" di oggi, grazie a una colletta lanciata a volontari ed amici dal cappellano del carcere, il salesiano don Domenico Ricca, che ha permesso l'acquisto di una statua del santo. Il manufatto, intagliato nel legno di tiglio, raffigura don Bosco che abbraccia san Domenico Savio e un adolescente: è stato commissionato alla bottega artigiana di Aldo Pellegrino di Boves, presente alla cerimonia di scopertura della statua a cui hanno voluto partecipare tutti i ragazzi detenuti, molti stranieri, in minoranza cattolici. La statua è stata benedetta dall'Arcivescovo di Torino, mons.Cesare Nosiglia, "di casa" al Ferrante che, al termine dell'inaugurazione, ha voluto salutare ad uno ad uno i minori reclusi. Uno di loro, Eren, ha affidato all'Arcivescovo una lettera da consegnare a papa Francesco quando verrà a Torino il prossimo 21 giugno in occasione dell'Ostensione della Sindone e del Bicentenario di don Bosco. Tutti i ragazzi qui, al di là della loro religione, vorrebbero incontrare il papa. "Ci speriamo - ha detto don Ricca, da 35 anni cappellano al Ferrante - . I giovani a cui Francesco spesso si rivolge perché "vittime della cultura dello scarto", nella nostra città sono innanzitutto i ragazzi detenuti a cui il santo dei giovani anche oggi riserverebbe la sua parte migliore.

Dove è nata l'idea del Sistema Preventivo

Don Bosco, a metà Ottocento, giovane prete, proprio andando a trovare i giovani detenuti nel carcere minorile torinese, ebbe l'intuizione del suo "sistema preventivo": aprendo gli oratori si sarebbero tolti i ragazzi più a rischio dalla strada e dall'illegalità. Per questo motivo i cappellani del Ferrante per tradizione sono salesiani". Don Domenico, cappellano al Ferrante da 35 anni, ha ricordato i suoi confratelli che in oltre mezzo secolo a partire da don Luigi Borsello e don Mario Cattanea hanno tenuto vivo il carisma del fondatore.
Presenti alla cerimonia - accolti dalla direttrice del "Ferrante" Gabriella Picco - don Enrico Stasi, Ispettore salesiano del Piemonte e della Valle d'Aosta, don Gigi Usurini cappellano del carcere di Novara e coordinatore dei cappellani del Piemonte, i salesiani del vicino Istituto Agnelli e di Valdocco, i volontari e il personale del carcere. E poi il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni Anna Maria Baldelli, il dirigente del Centro giustizia minorile di Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria, Antonio Pappalardo e il vicesindaco di Torino Elide Tisi.

Nessuno è "scarto"

L'Arcivescovo, rivolgendosi ai ragazzi detenuti ha richiamato le parole di don Bosco che, riflettendo sui giovani carcerati era convinto che "se avessero trovato un amico non sarebbero finiti alla Generala". "Papa Francesco - ha detto mons. Nosiglia - ci suggerisce di andare oltre la cultura dello "scarto": nessuno è uno "scarto" e se voi siete qui dentro tutti noi adulti abbiamo delle responsabilità. Don Bosco, che oggi simbolicamente torna fra voi vi ama perché siete giovani e tutti noi dobbiamo scommettere su di voi senza distinzione tra quelli che riescono e quelli che come voi sono in difficoltà. Non è facile dietro le sbarre considerare il vostro bene la privazione della libertà ma non è impossibile: sappiate che Dio vuole la vostra felicità, qualsiasi sia la vostra fede".
La statua dopo la benedizione è stata collocata della cappella del carcere, fortemente voluta da don Ricca intitolata a Gesù Buon Pastore: "Il Buon pastore è una guida saggia ma anche una mamma affettuosa che dà fiducia - conclude don Domenico che qui tutti chiamano Mecu - di questo hanno bisogno soprattutto i ragazzi che passano al Ferrante. E da oggi c'è anche don Bosco che idealmente torna ad abbracciarli: non importa se non sono cristiani o non credenti: basta che siano giovani".

Marina Lomunno
redazione.rivista@ausiliatrice.net


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