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ARCHIVIO RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2014 :
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Ex Allievi DB | Ero la recluta IMI 151233



Pensiero Acutis, affezionato da sempre a Maria Ausiliatrice è un torinese del '24 nato da genitori anarchici.
Gentilmente mi ha raccontato la sua gioventù inserendola nell'evoluzione della nostra città e nel quartiere di Valdocco. Cammino con lui per le vie dei "santi sociali". Indicandomi la zona dei Salesiani snocciola date e ricordi con lucidità. "Sono un ex-allievo dei Salesiani. Mia sorella frequentava le scuole da loro, e così, fu concessa anche a me l'iscrizione nei corsi professionali come rilegatore. Dopo la guerra nel febbraio del '46, grazie ai Salesiani cominciai a lavorare in rilegatura alla Sei".
I suoi occhi si illuminano. "Il Direttore Tecnico era il Commendatore Michelotti. Si respirava un clima di intensa amicizia, immersi tra Bollettini Salesiani, dizionari, grammatiche, libri".
Pensiero entra in pensione nel 1984, e coltiva i suoi amori: montagna, letture e scrittura.

Le sue confidenze: tutto da scoprire!

Pensiero è un ex-internato militare. La sua è la storia di una recluta.
"Il 10 settembre 1943 mi trovavo in Liguria, al centro reclute di Diano Marina. Non ho fatto la "naja" e neanche il giuramento. Rientrai a Torino il 20 agosto del '45. Eravamo venuti a conoscenza dell'armistizio ma restammo all'oscuro di ulteriori notizie da parte dei comandanti. Il soggiorno al CAR di Diano Marina venne interrotto per una affrettata partenza notturna terminata a Verona. Ci dissero che quel campo per noi militari era molto capiente. Ma chiusi ermeticamente in un vagone ben presto capimmo il nostro destino. Quando il portellone del vagone si riaprì eravamo in Austria. Una decina di giorni, in queste condizioni bestiali. Riservo la descrizione della condizione umana, rimandando rimando alla lettura del libro, "Stalag XA. Storia di una recluta". Arrivammo a Sanbostel, cittadina vicino Brema. Li spirava il vento del Nord".

Comincia la storia di una recluta

"A Sanbostel abbiamo appreso gli avvenimenti accaduti dopo l'8 settembre, dal console di Amburgo. Su di un palco, approntato nel campo, un gerarca fascista ci disse: "Soldati! Il Duce è stato liberato ed è stata costituita la Repubblica sociale italiana. Il Re e il Maresciallo Badoglio sono vigliaccamente fuggiti lasciando l'Esercito italiano allo sbando. Voi, per riscattare l'onore militare oltraggiato, avete il dovere di aderire a questa repubblica per ritornare a combattere al fianco dell'amica e alleata nazione tedesca. In caso contrario sarete considerati soldati traditori e trattati di conseguenza". Pochi, molto pochi si fecero avanti. Solo alcuni altoatesini dissero si. 600 mila furono i no convinti".

Un numero al collo e la scritta "IMI" sulla schiena

"A Sandbostel divenni un numero. Una piastrina metallica diventa la mia nuova carta di identità: 151233. Ognuno di noi ricevette un incarico, un lavoro. Dopo esser stati sottoposti ad una disinfestazione, ci venne stampata sul retro delle casacche a caratteri cubitali la scritta: IMI, Internato militare italiano, non più prigioniero di guerra. Conseguenze: esclusione totale dai benefici della Croce Rossa Internazionale e dalle convenzioni.
Dopo Sandbostel, Amburgo. Qui, in un clima autunnale avevo pantaloni di tela che non opponeva nessuna barriera al freddo. Scarpe logore - i miei scarponi me li portarono via mentre dormivo - e lunghi digiuni forzati. Attese di 24 ore per un pezzo di pane da affettare e condividere. Unica consolazione: la lettura del Vangelo lasciatomi da mia sorella Vera.
A causa di un infortunio al polso fui dichiarato inabile al lavoro. Così ebbi la possibilità di andare città. Scambiavo quel poco che si aveva con i cittadini e rientrato al campo, si divideva il tutto".

Gli internati militari

"Pochi lo sanno. Tanto che al mio ritorno a Torino ho trovato ignoranza e sospetto nei miei confronti. Avessimo aderito alla Repubblica Sociale, l'esito della guerra avrebbe avuto tempi più lunghi. Allora, con i dirigenti di quella associazione che tiene l'archivio cinematografico della Resistenza, decidemmo di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. Nacque così "Seicentomila no. La Resistenza degli internati militari italiani". La volontà è distribuirlo in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Almeno, prima che si chiudano i battenti. I sopravvissuti non sono molti. È una iniziativa che serve per "tamponare" un vuoto che è andato avanti per troppi anni. Eppure a partire dalla seconda metà degli anni 80, si sono organizzati convegni. Quasi tutti con un "buco". La storia degli internati militari non è stata spiegata a sufficienza e pure sottaciuta".
Credo che la storia di Pensiero e degli internati militari non debba finire qui. Pensiero ha ancora tante cose da raccontarci, a noi sconosciute.

Romano BORRELLI - redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014 - 6 

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