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         ARCHIVIO RMA 2013 : - ATTUALITA' - ESPERIENZE - INTERVISTE - AVVENIMENTI - FATTI ...

      
SE LA MORTE DIVENTA LEZIONE DI VITA

A tu per tu con la dottoressa Paola Maina, geriatra e dirigente di un'Asl torinese, ogni giorno a contatto con persone che affrontano l'ultima fase dell'esistenza.


Le malattie - sostiene il filosofo tedesco Ernst Jünger - sono domande. Interrogativi che scavano nel profondo, giorno e notte, magari per mesi o anni. Quesiti che non di rado sparigliano e mettono in discussione convenzioni e convinzioni che non solo chi è malato ma anche amici e famigliari davano per assodate.
"Convivere con infermità e sofferenza, a qualunque età, non è impresa facile", confida - al termine di una giornata trascorsa in corsia - la dottoressa Paola Maina, ex allieva salesiana, specializzata in Geriatria e dirigente di un'Asl torinese.
L'abbiamo incontrata per sviluppare alcune riflessioni sulla malattia e la fase conclusiva della vita.

Rispettare la dignità di ogni malato

In una società come quella attuale, che tende a rimuovere il dolore e a negare la morte, come si vive ogni giorno a stretto contatto con chi è reso fragile dalla sofferenza e magari sul punto di morire?
"Innanzi tutto con grande rispetto. Gli anziani mentalmente lucidi molto spesso si rendono conto quando l'esistenza sta per volgere al termine e si preparano al congedo. È una fase delicata e ognuno ha il proprio modo di affrontarla: c'è chi si preoccupa di chiamare il notaio per sistemare gli ultimi dettagli testamentari, chi decide di allontanare i parenti, chi attende rassegnato, chi si arrabbia e si dispera. I pazienti affetti da demenza, invece, tendono a spegnersi lentamente, come candeline che esauriscono poco a poco la cera di cui sono fatte. Un modo per rispettarli, oltre a offrire tutte le cure e l'assistenza di cui necessitano, è non parlare mai in loro presenza, neppure quando sembrano dormire o incoscienti, delle loro condizioni di salute o di quanto manchi alla fine dei loro giorni".

La fede può aiutare i malati ad affrontare un momento così intimo e definitivo come è quello della morte?
"La fede costituisce senza dubbio una marcia in più. E l'unzione degli infermi, che antiche superstizioni vorrebbero amministrata all'ultimo secondo "perché se no porta male", infonde conforto e aiuta a rendere più serena la fine dell'esistenza e l'inizio di un'esperienza nuova, destinata a durare per l'eternità. La fede rende più facile accettare l'idea della morte anche ai medici, che a volte vivono il decesso dei pazienti come una sconfitta, come la prova che non sono stati in grado di curarli in modo adeguato. Personalmente, le morti che mi toccano di più sono quelle per insufficienza respiratoria, quando il paziente pare aggrapparsi a tutto pur di respirare, a volte anche alla tua energia vitale...".

Portare il carisma salesiano in corsia

Sempre più studiosi ed esperti di medicina sostengono che curare un malato, soprattutto se lungodegente, non significa solo prendersi cura del suo fisico, ma anche del suo corpo famigliare e delle sue relazioni...
"È senza dubbio vero, anche se la maggior parte degli anziani che vengono ospitati nelle case di riposo hanno già vissuto una sorta di precongedo dai parenti che, non più in grado di assisterli e di accudirli, hanno deciso di "allontanarli" dalla propria abitazione. Altri sono soli e, non di rado, con gravi situazioni di fragilità personale e sociale alle spalle. E così può accadere che medici e operatori diventino la loro famiglia".

Come è possibile incarnare lo spirito salesiano operando con gli anziani?
"Partendo dalla convinzione che ogni fase della vita merita di essere vissuta con dignità. Un principio che mi è stato inculcato dalla famiglia e dai Salesiani e che cerco di trasmettere al personale che collabora con me prendendomi cura dei pazienti, offrendo loro tutta l'attenzione e le cure possibili e rifiutandomi di considerarli come numeri".

Questo significa anche aiutare chi è sul punto di congedarsi dalla vita con la coscienza carica di paura, di rimorsi e di rimpianti a far pace con se stesso?
"Senza dubbio. Dal momento in cui nasce all'attimo in cui muore l'essere umano ha bisogno di qualcuno che si prenda in qualche modo cura di lui, che non lo lasci solo. E c'è chi, per non concludere i propri giorni in solitudine, decide di farsi ospitare in una casa di riposo per non essere isolato. Nei momenti cruciali, quando i conti sembrano non tornare, è importante rincuorare, aprire gli animi a una fiduciosa speranza e suggerire che il passato, per quanto doloroso, è comunque il passato".

Come cambia la vita stare a così stretto contatto con la morte?
"Innanzi tutto porta a riflettere con maggiore attenzione sulle scelte che si compiono ogni giorno e sulle loro conseguenze, nella consapevolezza che la tua serenità di oggi sarà la tua serenità del futuro. Stare in corsia insegna che l'imminenza della morte può mettere in discussione gran parte delle decisioni e delle scelte fatte nel corso della vita e che fino a quando le tessere che compongono il "puzzle" dell'esistenza non si incastrano, il trapasso non può essere sereno".

Carlo Tagliani
redazione.rivista@ausiliatrice.net


         RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 03  
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