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CHIESA e DINTORNI | RIAPPROPRIARSI DELLA DEMOCRAZIA

Il vescovo salesiano mons. Mario Toso, già Rettore dell'Università Pontificia Salesiana di Roma e oggi segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha pubblicato un libro sulla crisi della democrazia, intesa sia come deficit di rendimento dei sistemi democratici, sia come sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e delle élites politiche democratiche. Gli abbiamo rivolto alcune domande.


Eccellenza, come è nata l'idea di scrivere un libro su questo tema?

Sono stato sollecitato soprattutto dalla constatazione che la gente comune, chiamata a compiere grandi sacrifici per superare l'attuale crisi, è sempre più lontana dai centri decisionali ed è "costretta" ad eseguire ordini che provengono dal di fuori della propria nazione, ad obbedire a direttive a cui essa, tramite i propri rappresentanti, non contribuisce a formulare o a condizionare se non in maniera quasi irrisoria. In passato, specie negli anni dopo la seconda guerra mondiale, i cattolici, assieme ad altre forze della società, aventi orientamenti ideologici diversi, lavorarono per ricostruire il Paese e avviarsi decisamente verso uno Stato sociale e democratico, partecipativo. Oggi, in un contesto di post-democrazia, ossia una democrazia caratterizzata dalla prevalenza di oligarchie e da populismi assistenzialistici, non è meno necessario che i cattolici diano il loro qualificato apporto affinché il disegno di una democrazia che include tutti e non lascia fuori i più deboli non vada perduto e sia realizzato su vasta scala, a livello mondiale.

Quali sono le cause dell'attuale crisi della democrazia?

Sono molteplici. Ne elenco solo alcune. Anzitutto gli attuali popoli democratici, in forza della globalizzazione, sono stati in parte spogliati della loro sovranità. In secondo luogo si è prodotto di fatto il primato dell'economia e della finanza sulla politica. Al centro è stato posto la ricerca del potere, il dio denaro e non le persone, e con ciò stesso si sono persi di vista il bene comune e la solidarietà. La globalizzazione non adeguatamente orientata verso il bene comune, se da una parte ha ridotto la povertà di alcuni, dall'altra ha accentuato o prodotto la povertà di altri; ha accresciuto le diseguaglianze, anche all'interno degli stessi Paesi ricchi. In terzo luogo, si è creata - in concomitanza alla crisi dei partiti, dapprima "partiti personali" ed ora "società di affari" -, una progressiva separazione tra le élite politiche e la gente comune. Come hanno dimostrato anche i recenti episodi di corruzione nella Capitale, la politica spesso è divenuta uno strumento di lotta per un potere asservito a interessi individuali e settoriali, uno strumento di conquista di posti e spazi più che di gestione di processi.

Quindi, il problema non riguarda soltanto l'Italia

In effetti la democrazia è in crisi nei vari continenti. Papa Francesco, nei suoi discorsi al Parlamento europeo e al Consiglio d'Europa, nello scorso novembre, ha evidenziato che la democrazia sta andando alla deriva non solo per inadeguatezza strutturale o perché è posta sotto la pressione di interessi multinazionali non universali, ma soprattutto perché sta perdendo il riferimento a quei parametri antropologici ed etici che orientano il funzionamento delle regole procedurali e stanno a fondamento dello Stato di diritto.

Quali sono le soluzioni per riappropriarsi della democrazia?

Dalla democrazia nominale, oligarchica ed assistenziale occorre uscire quanto prima allargandone la base sociale, andando oltre i formalismi, valorizzando le esperienze di solidarietà che crescono dal basso. La rivitalizzazione della democrazia ha, però, una precondizione: essere, sentirsi e farsi incessantemente popolo, sperimentando, giorno dopo giorno, la cultura dell'incontro in una pluriforme armonia, sulla base del dinamismo di una comune ricerca della verità, del bene, del bello e di Dio, che sfocia nell'esperienza della fraternità, della prossimità e della comunione. Si diviene popolo, ossia unità morale in cui le differenze sono armonizzate all'interno di un progetto comune, riscoprendo la propria vocazione al bene comune, praticando il dialogo sociale fra soggetti diversi, su più piani: con gli Stati, con le società - ivi compreso il dialogo con le culture e con le scienze - e con gli uomini di buona volontà. Nell'esortazione apostolica Evangelii Gaudium papa Francesco, per progredire nella costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, indica quattro principi essenziali, derivati dai grandi postulati della Dottrina sociale della Chiesa: a) il tempo è superiore allo spazio; b) l'unità prevale sul conflitto; c) la realtà è più importante dell'idea; d) il tutto è superiore alla parte.

Come è possibile avviare concretamente queste iniziative, quando gli interessi contrari sono così intrecciati e potenti?

Occorre, fra l'altro, prendere coscienza della posta in gioco, ricompattare nuovi movimenti sociali, capaci di esprimere nuove rappresentanze; riformare radicalmente i partiti in senso democratico e partecipativo, formare nuove generazioni di cittadini e di politici, facendo sì che coltivino la mistica del bene comune, grazie all'acquisizione di una spiritualità del servizio e del dono; pensare a nuove istituzioni almeno sul piano europeo; essere capaci di darsi un progetto politico.

Se i popoli non si riappropriano della democrazia, quali sono i rischi?

Innanzitutto il rischio della perdita della libertà, della autonomia di decisione e di iniziativa, del diritto di espressione e di partecipazione alle decisioni che concernono il bene comune. C'è, poi, il pericolo della narcotizzazione o manipolazione delle coscienze e, quindi, della sottomissione alla dittatura di un pensiero unico totalitario e totalizzante.

Un'ultima domanda: la democrazia sembra non essere "esportabile" in Stati che per storia o religione non hanno mai conosciuto un confronto su questo tema. Lei che cosa ne pensa?

Credo proprio che non sia esportabile e non si possa imporre con la forza. Sarebbe non solo coartare l'autodeterminazione ma anche piantare un albero su un terreno che non ne alimenta le radici. La democrazia deve nascere dal basso, a partire dalle coscienze dei cittadini di un Paese, dalla diffusione di determinati stili di vita, improntati non solo alla tolleranza di chi la pensa diversamente, ma al rispetto delle idee e della religione altrui.

A cura di Lorenzo Bortolin
bortolin.rivista@ausiliatrice.net


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