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 ARCHIVIO RMA 2013 : ECCLESIALITA' - CHIESA VIVA - PAPA - VESCOVI - AVVENIMENTI ....

Il futuro che ci resta

È con preoccupazione che dovremmo guardare ai gesti umili e profetici di Francesco. Perché, se bisogna che sia il Papa a ricordare al mondo - ma soprattutto all'Europa - le realtà fondamentali della nostra vita sociale e del nostro "progresso civile", i suoi richiami suonano come un avvertimento sinistro. Aver perso completamente di vista il significato della vita, non considerare l'accoglienza come un valore e una risorsa ci obbliga a un'altra domanda: qual è il futuro che ci resta? È davvero questo il punto in cui l'Occidente ha lasciato portare il proprio benessere? Il divenire sordi e ciechi per una "vecchiaia sociale" che non solo non sappiamo combattere ma neppure riconoscere? Sordi e ciechi non è solo un modo di dire, un espediente retorico. È una realtà sotto un duplice profilo, economico-politico, e mediatico.

Lampedusa come Berlino

Economico e politico perché la provocazione di Francesco va a toccare un nodo che è al centro stesso dell'esistenza dell'Europa: il benessere, il progresso, la democrazia, le libertà individuali, la scuola e la sanità hanno un risvolto oscuro, un "prezzo" sociale che da Lampedusa si vede benissimo ma che facciamo finta di considerare lontano e marginale, per niente legato alle "libertà" e ai "diritti" che qualcun altro ha conquistato per noi. Ma questo collegamento c'è, l'Europa è la stessa a Lampedusa e a Berlino, a Roma o - adesso - a Zagabria. Quell'Unione che rappresenta la realizzazione di un sogno di portata davvero storica, una costruzione politica mai vista nel passato, se vuole essere autentica - e durare - deve essere all'altezza dei valori che predica.
Scrive John Le Carré: "A volte penso che la cosa più volgare della Guerra fredda sia stato il modo in cui imparammo a trangugiare la nostra propaganda (…) Nascondevamo le cose che ci mettevano dalla parte della ragione. Il nostro rispetto per l'individuo, il nostro amore per la diversità delle opinioni e per la discussione, la nostra convinzione che si può governare in maniera equa solo con il consenso dei governati, la nostra capacità di tener conto dell'altrui parere - soprattutto nei Paesi che sfruttavamo, sin quasi alla morte, per i nostri fini. Nella nostra presunta rettitudine ideologica, sacrificammo la nostra compassione al gran dio dell'indifferenza. Proteggemmo i forti contro i deboli e perfezionammo l'arte della menzogna pubblica. Ci facemmo nemici riformatori rispettabili e amici i sovrani più disgustosi. Ed era raro che ci soffermassimo a domandarci per quanto tempo ancora avremmo potuto difendere la nostra società con questi mezzi, restando una società degna di essere difesa" (Il visitatore segreto).

Rischio indifferenza

Sordità politica, e cecità mediatica. Le dirette tv da Lampedusa sembravano voler continuare a raccontare la "visita papale" con gli stessi criteri collaudati di questi ultimi decenni: appunto come se la Gmg, una beatificazione, la festa in una parrocchia romana, il discorso alle Nazioni Unite siano soltanto variazioni dello stesso immutabile e inesorabile copione. Un canovaccio in cui quasi non serve neanche stare a sentire le parole del Papa ma basta documentare efficacemente le emozioni che egli provoca. Francesco, come i suoi predecessori, è certo consapevole di questa difficoltà, e della necessità di affrontarla per cogliere comunque l'occasione di lanciare un messaggio preciso e forte. Gli altri vescovi nel mondo affrontano, in scala, lo stesso problema e le stesse situazioni. La visita di mons. Nosiglia ai rifugiati che hanno occupato le palazzine Moi a Torino, programmata da tempo e caduta negli stessi giorni del viaggio del papa a Lampedusa, deve confrontarsi con la stessa realtà: quella di una "attenzione della cronaca" che rischia di non restituire il senso pieno dei gesti e delle parole, se sprofonda nell'indifferenza del "troppo di notizie" in cui ormai siamo immersi.
Il grande sviluppo delle tecnologie ci mette in condizione di vivere perennemente "connessi": ma non ci dice nulla sui contenuti che si mettono in circolo. Rischiamo tutti di essere inchiodati nella battuta di Altan: "Boom della comunicazione. Tutti a comunicare che stiamo comunicando"…
Lampedusa, invece, dice altro e di più. Soprattutto fa suonare un campanello, un segnale di pericolo: non a causa dei "barbari" che ci invaderebbero dal mare ma per noi che siamo qui se non siamo in grado di ritrovare significati più autentici per il nostro vivere civile.

                                Marco Bonatti - direttore@lavocedelpopolo.torino.it


        RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 5  
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