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 ARCHIVIO RMA 2013 : SPIRITUALITA' - INCONTRI SPIRITUALI - Vita Spirituale - Ritiri - Conversione...
DIO HA UN UNOME E CHIAMA PER NOME

Ho incontrato un prete tra le aule della mia vecchia facoltà. Un confronto imprevisto su come credere in Dio e nello stesso momento agire da uomo, secondo i costumi e i "miti" del proprio tempo


Ho incontrato un prete tra le aule della mia vecchia facoltà. Don Luca è un prete vero, con l'abito grigio del sacerdote e il collarino bianco. Tutte quelle certezze che credevo d'aver trovato sugli scaffali della biblioteca, ai tempi degli studi in Lettere e Filosofia, mi fecero venir voglia di confrontarmi con quella novità. Immaginavo che saremmo caduti nella trappola di una lunga e complessa "disputa" teologica, se avessi posto al centro della nostra breve e improvvisata discussione il tema della fede, ma non è andata così.

"Se Dio non esiste..."

Quando ancora ero studente ricordo di aver letto con entusiasmo le parole che Dostoevskij ha messo in bocca ad Ivan Karamazov sull'esistenza di Dio e la possibilità di una rinnovata "libertà" umana. Quell'opinione, fatta mia, rendeva brillanti le prese di posizione con gli altri colleghi di università, ma sembrava aver interrotto una naturale ricerca della fede. "Secondo me, non c'è nulla da distruggere, fuorché l'idea di Dio nell'umanità; ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l'umanità intera abbia rinnegato Dio [...] tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L'uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l'uomo dio".
Parole, queste, che mi fecero pensare, come a molti, di potermi sentire individualista e sicuro di me. Ora, che circolava all'università un volantino, una brochure, dal titolo "Pensare con lode", era venuto il momento per confrontare il mio "sapere" con chi dalla propria fede ha fatto nascere una nuova pastorale, simboleggiata da un sorriso che unisce una croce e uno studente laureando dalle origini comuni, sullo sfondo la Mole, sotto lo sguardo di un sole azzurro o celeste, un colore "mariano".

La fede è un dono?

Cosa c'entra quella croce con i miei studi, con la voglia di affermarmi nella vita, nel lavoro, nella professione che amo e per la quale sono pronto a dirmi "umanista", ad esempio, pur arrivando talvolta ad escludere l'essere umano che mi è accanto al banco o in aula a lezione? Come posso pensare di credere in Dio e allo stesso momento agire da uomo del proprio tempo, secondo i costumi e i "miti" del proprio tempo?
"Credere è una responsabilità e credere significa rendersi conto che siamo stati generati, che abbiamo addosso gli occhi di un padre e quel padre vogliamo renderlo orgoglioso, perché quell'orgoglio di padre disumanizza il peccato, nel momento in cui io faccio bene il mio lavoro fino in fondo, ad esempio>. Mi torna allora in mente un Salmo, che mi hanno suggerito di recente. "Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta". Che quello sguardo non è giudicante mi aiuta a capirlo meglio un passo da Giovanni (3, 16-21). Resta la mia libertà, quella di illudermi di potermi nascondere a quello sguardo o di rifiutarlo? "La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".

Il cristiano non è isolato

Comprendo razionalmente il concetto di paternità "originaria e originante", ma non basta ancora. "Che tu possa accettarla o rifiutarla, continua ad esserci". Il punto interrogativo torna, quando mi chiedo come io possa credere senza il dono della fede. "Bisogna smetterla di considerare la fede un dono". Mi fido, ma non confido ancora che tutto possa risolversi così. Ed è ancora una domanda, un'altra domanda a cercare di mettere in discussione quella "scelta" che nell'altro sembra semplice, ma richiede la consapevolezza di un amore che è "eccedenza ed è in Cristo" capace di guarire "l'uomo ferito dal peccato originale". Questa eccedenza si intravede nei Vangeli, dove è "noi" il pronome personale più usato e non il suo corrispettivo singolare.
"Quando preghiamo diciamo Padre nostro non a caso: la resurrezione di Gesù spiega con efficacia che un cristiano non può essere isolato, non può pensare di realizzare qualcosa da solo. Gesù torna quando i suoi discepoli sono riuniti, solo allora si può manifestare lo Spirito Santo. E' stato lui a volerli riuniti di nuovo. Il nostro tempo ci vuole tutti "primi della classe" e soli: questa è la cifra del postmoderno, dove è comoda anche una concezione di Dio come "gommista", da contattare in caso di foratura. Questo sembra renderci più freddi, più analitici e calcolatori". Attenzione, dunque, meritano le parole dell'Apocalisse, recentemente riprese da Benedetto XVI. "La bestia è il numero e trasforma in numeri. Dio, invece, ha un nome e chiama per nome". È quindi quel nome il segno della nostra individualità, ma è nel non riconoscerci figli di Dio che corriamo il rischio di un individualismo che ci isola e ci rende deboli. Un individualismo che, in assenza di fede o anche di un concetto più laico di fiducia, può condurre ad una visione nichilista dell'esistenza, specie tra i più giovani.

                 Enrico Romanetto - Redazione.rivista@ausiliatrice.net


           RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013- 1  
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