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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  |  ARCHIVIO 2015
GESU' DI NAZARET:  L'"estremismo" di Gesù
Giovanni gli disse: "Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva". Ma Gesù disse: "Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. (Marco 9, 38-48)
I primi ad scandalizzarsi dalle sentenze di Gesù sono, in genere, i cristiani. Invece, non c'è un unico modo di incarnare nella storia, qui e ora, l'attuazione del Regno
Una lunga serie di "logia" (sentenze) costituisce la pagina di Vangelo di questa domenica. Sono meno che parabole: piuttosto aforismi, slogan dietro i quali per i discepoli (e dunque, per i credenti dopo di loro) sta la dottrina intera del Signore. Appartengono a una sapienza radicale, che non ha bisogno di scendere a compromessi con nessun'altra conoscenza mondana. Eppure sono piene di "buon senso", di astuzia e anche di umorismo ("Chi parla nel mio nome…": come si potrebbe infatti, in assenza di una precisa legislazione sul copyright, definire un'accusa di plagio?).

Non c'è esclusiva

I primi ad essere scandalizzati dall'"estremismo" delle sentenze di Gesù siamo, in genere, noi cristiani. Noi, che facciamo dell'appartenenza alla Chiesa, della conoscenza della dottrina un punto forte della nostra identità; quasi una benemerenza. Bene, il Vangelo dice: "Chi non è contro di noi è con noi", anche se non "appartiene" alla nostra disciplina. Non c'è esclusiva, si direbbe; non c'è un unico modo di incarnare nella storia, qui e ora, la liberazione del Vangelo, l'attuazione del Regno. Ci sono molte culture, tante esperienze da conoscere e rispettare. C'è, invece, un solo Signore, e una sola legge dell'amore: quella che i cristiani sono chiamati a conoscere, applicare e promuovere più di chiunque altro, perché più e meglio l'hanno ricevuta. Il pensiero del "chi non è contro di noi" viene continuato ed esplicitato da Gesù nei passi successivi: "Se qualcuno scandalizza (cioè, secondo altre traduzioni: fa perdere) uno di questi piccoli". L'agire in nome di Gesù comporta necessariamente la "testimonianza" della fede in Lui. E quando i nostri comportamenti segnalano altro che non sia la fede nel Signore e l'amore, come possiamo dirci credenti? È questo il senso delle durissime sfide dei versetti successivi: è meglio entrare nel Regno senza un occhio o senza una mano che aver tradito la fede…

Appartenenza: a chi e per quanto?

Il Vangelo invita - obbliga - ad una appartenenza "forte", totale. E, visto che viviamo nel tempo, anche la nostra adesione ha da continuare, per tutto il tempo di cui potremo disporre. Questo del tempo è, nell'epoca nostra, un altro scoglio non da poco: perché siamo abituati a vivere molte "appartenenze", ma a curarci poco di quanto e come durano nella nostra vita. La politica e la televisione (che certi giorni in Italia sembrano essere la stessa cosa) ci invitano continuamente ad "appartenere", a schierarci da una parte o dall'altra. I sondaggi ci chiedono di indicare una scelta: e vorrebbero farci credere che il nostro sì o il nostro no sono l'espressione della nostra "libertà".
Ma tutto questo non dura nel tempo: così come durano poco le esperienze spirituali fondate sulle emozioni, sulle sensazioni estetiche, se non arrivano poi alla "monotonia" della vita quotidiana. Non basta partecipare ai grandi raduni, compiere pellegrinaggi all'altro capo del pianeta, se una volta che si rientra in se stessi e nel proprio ambiente di vita queste esperienze non hanno "lasciato il segno", non hanno trasformato e arricchito la vita della fede. C'è un "turismo dello spirito" molto simile al consumismo delle esperienze. E un turista, ammonisce Flaiano "è un essere che non rimane ferito da ciò che vede".

Marco Bonatti | marco.bonatti@sindone.org    


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2015 - 5

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