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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  |  ARCHIVIO 2015
GESU' DI NAZARET:  La morte che ha cambiato la storia

Per la fede cristiana nient'altro è più importante delle verità che sono ricordate nei giorni del triduo pasquale


La lettura della Passione del Signore, proclamata la domenica delle Palme (dal capitolo 14 del Vangelo di Marco), è un evento unico nell'anno liturgico, così come unici sono i gesti e le funzioni che si compiono nelle giornate del triduo pasquale: lavanda dei piedi, venerazione della Croce, veglia pasquale. Il fatto è che per la fede cristiana non c'è assolutamente niente altro di più importante delle verità che vengono ricordate in questi giorni.
La risurrezione del Signore dai morti non è un "miracolo" estemporaneo, staccato dal contesto in cui Gesù ha vissuto e predicato; la vittoria sulla morte è la conseguenza - incredibile e "logica" insieme - della Passione e della nuova alleanza. Il mistero cristiano è la gioia piena - la vita eterna - che si raggiunge attraverso la croce.
I racconti (meglio sarebbe dire: le testimonianze) degli evangelisti dedicano tutti una parte preponderante ai giorni della passione, morte e risurrezione: proprio perché fin dall'inizio questo era il nucleo centrale della fede che veniva trasmesso nella catechesi degli apostoli e dei discepoli; la liturgia (celebrazione del Signore morto e risorto) non può che ripercorrere fedelmente questo cammino, per "imparare" i gesti di Gesù e ricordare il loro significato nell'economia della salvezza.

Un regno non mondano

Il senso "celebrativo" (ma anche letterario, e teatrale) della liturgia delle Palme si ritrova anche in questa realtà, fascinosa e impressionante: ognuno dei passaggi del racconto evangelico ha segnato profondamente la nostra vita e la cultura dell'Occidente, sia perché le varie scene sono state rappresentate all'infinito nella pittura e nella scultura, sia perché ogni parola di questo racconto (ma non è così per ogni parola di tutto il Vangelo?) risuona nel profondo della nostra memoria e della nostra coscienza.
Quei tre giorni a Gerusalemme sono all'inizio dell'avventura dell'Occidente e hanno un senso non solamente per chi, con il dono della fede, riconosce nel sacrificio e nella risurrezione di Cristo la salvezza, ma anche per tutti gli altri che, anche al di fuori di un orizzonte religioso, "non possono non dirsi cristiani" come ricordò il filosofo Benedetto Croce.
E se c'è uno spunto che si vorrebbe oggi sottolineare viene proprio dal versante di una lettura "laica" della Passione. Mentre il Sinedrio ha bisogno di una "prova religiosa" per condannare Gesù, e la trova nella sua "bestemmia" di riconoscersi Messia (Mc 14, 62), nel processo di fronte a Pilato emerge con una chiarezza assoluta, impressionante, la "liberazione" che Gesù istituisce con la sua testimonianza e la sua morte. Il "re dei Giudei" viene a istituire (o meglio: a rivelare) un regno che non è in concorrenza con nessuno dei poteri mondani ma li trascende, affermando che ben altro è la "sudditanza" dell'uomo.

Libertà della coscienza

Quella di Gesù è, in verità, una liberazione antica: perché discende direttamente dal primo Comandamento, "Non avrai altro Dio all'infuori di me": è l'assoluta libertà della coscienza di ogni uomo di fronte ad ogni altro uomo e a qualunque altra struttura e potere del mondo.
Non c'è niente altro che Dio. Gli Ebrei che vanno a reclamare la morte di Gesù di fronte a Pilato gridando "non abbiamo altro re che Cesare" (Gv 19,15) rinnegano qui la propria alleanza, e in questo si condannano.
Un libro indimenticabile (e forse troppo poco riletto), il "Quinto evangelio" di Mario Pomilio, presenta una versione affascinante del processo a Gesù, inquadrandolo proprio nella prospettiva drammatica del contrasto tra la "fedeltà a Cesare" (allo Stato, al potere costituito) e il richiamo profondo alla libertà che è Dio. Pomilio inventa la recita del processo a Gesù nella Germania nazista: e il Pilato interpretato da un capitano della Wermacht giunge alle stesse conclusioni del personaggio evangelico quando capisce che la "libertà" portata dal Cristo è propriamente la libertà della coscienza dell'uomo da ogni Stato etico.
Il "re" che viene acclamato con le palme è lo stesso deriso dai soldati, e poi crocifisso: ma proprio la libertà profonda di ogni uomo è il "regno" che viene ad instaurare, e che non potrà essere cancellato da alcun altro potere terreno.

Marco Bonatti | marco.bonatti@sindone.org    
Responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2015 - 2

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