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LA PAROLA :  Essere persone 'vive'

C'è il rischio che la nostra vita sia sempre più una "tele-vita" guidata da altri. Siamo ancora persone? E quali persone siamo?


Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro (Gv 1,35-42).

La principale illusione prodotta dal "progresso" tecnico è che poter fare certe cose sia uguale a "esserci". Enormi vantaggi certo: ma anche "prezzi" che non ci vengono detti, o che non ci importa di pagare. Possiamo fare il giro del mondo in un paio di giorni, forse meno: senza scambiare neanche una parola con nessuno.
Davanti alle nostre giornate c'è il prefisso "tele": tele-visione (e tramite essa tele-vendite, tele-sondaggi), tele-fono, tele-video per le notizie; e via discendendo. Il rischio, concretissimo, è che la nostra sia sempre di più una tele-vita: una vita vissuta o guidata da lontano, da qualcun altro. Già adesso le memorie elettroniche conservano traccia di ogni nostro acquisto con carta di credito, e possiedono dunque un nostro profilo più accurato di quanto noi stessi sappiamo, dei nostri gusti e delle nostre spese. Già adesso il nostro computer lascia traccia di ogni visita ai siti internet verso i quali navighiamo.

Rabbì, dove abiti?

Il Vangelo della II domenica per Annum presenta tutt'altro scenario. Con una semplicità assolutamente disarmante è presentato l'inizio della missione pubblica di Gesù, e un dato è evidente: si tratta di una serie di incontri con persone. I verbi sono quelli di una normalissima vita quotidiana: una vita che, a differenza di tante giornate nostre attuali, comprende solamente incontri faccia a faccia. Giovanni stava con due discepoli, che poi vanno con Gesù e gli chiedono dove abiti (Noi, nelle nostre vite così piene di relazioni, quanta gente portiamo in casa nostra? E quanti ospitiamo così, all'improvvisata?).
Andrea incontra poi suo fratello Simone e gli dice, sempre con una semplicità che sbalordisce: "Abbiamo trovato il Messia". Israele aspettava da secoli quest'uomo; e l'attesa si tramandava da una generazione all'altra: era la ragione stessa di sopravvivenza del popolo. Ed ecco, il primo annuncio "pubblico" è questo: siamo stati lì col Messia, a casa sua, tutto il pomeriggio e la notte. Simone va e questo "sconosciuto" per prima cosa gli cambia nome. In Israele il nome ha un valore fondamentale, assoluto: il nome di Dio è impronunciabile; ma anche il nome che il padre di famiglia impone al figlio è la prospettiva di un destino.

A sua immagine

Non si tratta solamente di far polemica facile con gli aspetti più gravi e ridicoli del progresso tecnologico, ma di ripensare nel profondo al senso del nostro essere. Dal pulpito ci viene predicato che il nostro Dio è "persona", non idolo né statua, perché ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Gesù nel Vangelo si riferisce continuamente a persone vive, perché la comunicazione, la vita stessa passa solo tra persone (così come lo Spirito Santo è addirittura la persona che presenta, diffonde, comunica l'amore di Dio nel suo mistero trinitario). E noi, siamo ancora persone? E quali persone siamo?


Marco Bonatti | marco.bonatti@sindone.org    
Responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2015 - 1

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