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      LA PAROLA :  STAETE ATTENTI, VEGLIATE!

È questa la "scommessa": vivere da "svegli", aspettando il Signore. Una sfida per il nostro mondo che si compiace della velocità, e aumenta l'efficienza senza interrogarsi sulla qualità.


"Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!". (Mc 13, 33-37)

"Vegliate!" è l'ultima istruzione che il Signore dà ai suoi. Subito dopo comincia, con il cap. 14 del Vangelo di Marco, il racconto della passione e risurrezione. La liturgia impone questo imperativo all'inizio dell'Avvento romano: cioè a "Capodanno", quando la Chiesa ricomincia (senza averla mai interrotta) la sua testimonianza di lode al Signore.
Gesù introduce una similitudine: uno è partito per un viaggio, ha dato il potere ai servi - si direbbe: l'"ordinaria amministrazione", la gestione quotidiana della proprietà - ma tornerà certamente e si riprenderà il suo.
Allora, il padrone non siamo noi. Non è "nostra" la vita, né la storia, non sono nostri i beni della terra, nel senso che non ne possediamo le ragioni profonde, ultime. Però nella vita e nella storia stiamo dentro: non abbiamo altro, non siamo altro. E di noi stessi, dei nostri atti saremo chiamati a rispondere, quando il padrone tornerà. Il senso della vita e della storia è caso mai qualcosa da scoprire, da capire se si vuole essere pronti "al momento giusto".

Nessun segreto

Nel Vangelo non c'è niente di segreto, non ci sono istruzioni speciali per gente speciale. E quest'ultimo avvertimento di Gesù (diversamente, ad esempio, dalle "istruzioni per la missione" del capitolo 10 di Matteo) non è soltanto per i suoi discepoli, anzi: "Quel che dico a voi lo dico a tutti".
Vigilare significa stare attenti; e significa saper aspettare. Noi siamo come le sentinelle che attendono con ansia l'aurora (Salmo 130,6): la notte ci affatica e ci spaventa; più ancora ci spaventa il sapere della fine, e il non conoscerne il come, il dove, il quando, il perché… Eppure è proprio questo che ci viene chiesto, è questa la "scommessa" da accettare o respingere: vivere da "svegli", imparando ad aspettare: una bella sfida, per il nostro mondo che si compiace della velocità, e aumenta l'efficienza senza mai interrogarsi sulla qualità.

Inizia l'attesa

Non siamo capaci di aspettare; non solo: crediamo di non avere più niente e nessuno da attendere. Si prevede e si programma tutto, ci si assicura, contro l'imprevisto, in modo che l'"ordine" dei piaceri materiali e del benessere non venga mai sconvolto…
Ci si chiede, invece, di attendere: così come duemila anni fa, quando era fortissima la tensione per l'attesa del Messia, colui che doveva venire a riparare tutti i torti, portare la salvezza (cioè restituire alla nostra vita la memoria, e la dignità di essere vissuta). Da allora, in realtà, il tempo dell'attesa non fa che cominciare.


Marco Bonatti | marco.bonatti@sindone.org    
Responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014 - 6

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