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LA PAROLA QUI ED ORA :  Una persona speciale: il Risorto

 

La sua risurrezione chiude l'incompletezza della condizione umana così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede, ma che si consolida poi su un impianto di ragione.


 

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Giovanni 20, 1-9)


"Doveva risuscitare dai morti". Quel che per noi, da venti secoli a questa parte, è diventata idea comune, la risurrezione dei morti, era nel mondo antico poco più che una stravaganza, una moda nuova che comincia a circolare a partire dal III secolo a.C. Tra i Greci e i Romani, la morte è la fine di tutto; nella stessa cultura ebraica, Dio è il Dio dei vivi, e non dei morti. C'è spazio per il culto, la memoria, la celebrazione del ricordo: ma i morti sono morti e basta, stanno in quella dimensione indefinita che è lo Sheol, in cui si patisce l'assenza della vita come l'assenza di Dio. Quando san Paolo va ad Atene per annunciare il Vangelo alla gente più sofisticata dell'Impero, viene preso in giro: "Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: "Su questo ti sentiremo un'altra volta"". (Atti 17, 32). Ma il cristianesimo non si fonda su una certa evoluzione, una svolta nella storia delle idee che ad un certo punto ha portato in evidenza, in Occidente, l'eventualità di una qualche forma di continuazione della vita oltre la morte biologica.

Il "salto" di credere o no a un fatto unico

Il "salto" cui siamo obbligati è nel decidere di credere o meno a un fatto: che Gesù crocifisso è morto; e che dal sepolcro è tornato alla vita così come noi la conosciamo. Non zombi, né fantasma, non spettro o ectoplasma, ma uomo vero, sulla cui pelle si possono toccare le ferite (Giovanni 20, 27), che mangia con i suoi discepoli le stesse cose che mangiano loro (Giovanni 21, 12).

Come in tutto il resto della storia sacra, la vicenda della fede si innesta sulla cultura del tempo, ma va oltre, propriamente la "trascende" per indicare che il cammino è un altro, l'obiettivo è diverso.
Cristo è la somma e la conclusione di tutte le promesse di Dio. La sua risurrezione dai morti, nella linea della promessa ad Abramo, e del passaggio del Mar Rosso, significa la nostra risurrezione, la fine di questa condizione umana in vista di una "vita in Dio" diversa da questa. La tentazione "magica", su tutto quanto sta al di là della morte, consiste nel cercare di conoscere le caratteristiche dell'oltretomba, di stabilire, con criteri nostri umani, significati e valori. Ma non è questo che viene ad insegnare la risurrezione di Cristo: piuttosto, viene a chiudere l'incompletezza della condizione umana nostra, così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede ma che si consolida poi su un impianto di ragione. Dalla promessa di Cristo alla "scommessa" di Pascal il passo non è lungo.


Il suo fascino va oltre la ragione

Il fascino del Risorto, poi, va ben oltre la ragione, e anche la ragionevolezza. Dostoevski lo dice così: "Anch'io sono figlio di questo secolo, un figlio dell'incredulità e del dubbio, fino ad oggi e forse fino alla tomba. Quali spaventose torture mi è costata e mi costa anche ora questa sete di credere, tanto più forte nella mia anima quanto ci sono argomenti contrari. E tuttavia Dio mi invia dei momenti in cui tutto mi è chiaro e sacro. È in quei momenti che ho composto un credo: credere che non c'è nulla di più bello, di più profondo, di più amabile, di più ragionevole e di più perfetto che Cristo, e che non solo non c'è niente, ma - e me lo dico con amore geloso - non si può avere niente. E più ancora, se qualcuno mi avesse dimostrato che Cristo è fuori della verità, avrei preferito senza esitare restare con Cristo che con la verità".
Nel Vangelo che leggiamo nel giorno di Pasqua, questo fascino del Cristo sembra aleggiare in ogni cosa. I discepoli arrivano al sepolcro di corsa, affannati dall'idea che sia stato portato via il cadavere di quel maestro che aveva cambiato le loro vite. Maddalena stessa è in confusione, non riconoscerà Gesù quando le appare nel giardino. Oggi è la pubblicità dei deodoranti o di altri oggetti a imporci di pensare che ciascuno di noi è una "persona speciale", che si compiace delle cure particolari, dell'atmosfera che le si crea intorno, creata artificialmente con uno spray. Ma le persone speciali vere, non quelle "pompate", sono poche. Anzi, forse ce n'è, appunto, una sola.


Marco Bonatti | marco.bonatti@sindone.org    
Responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone

 


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014 - 2
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