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LA PAROLA QUI ED ORA | Gesù "riconosciuto" dal Padre

 

Nella cultura semitica "conoscere il nome" significa anche "possedere" l'essenza della cosa o della persona. Il Battesimo è il momento dell'imposizione del nome, quello con cui veniamo "conosciuti" da Dio e dagli uomini


 

 

Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?". Ma Gesù gli rispose: "Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia". Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento". (Matteo 3,13-17)


Le chiese dedicate al Nome di Gesù celebrano in genere nella domenica del Battesimo del Signore la propria "festa patronale", cioè quella espressamente dedicata a ricordare il santo o l'attributo di Dio cui è dedicato il tempio stesso: il Battesimo è appunto il momento dell'imposizione del nome, quello con cui veniamo "conosciuti" (o riconosciuti) da Dio come dagli uomini. Per la Chiesa cristiana il Battesimo è il sacramento primario, attraverso cui si accede a tutti gli altri e alla vita stessa. Come ogni sacramento, per altro, è un "segno", un insieme di riti e di simboli, che non solo indica una realtà, ma la trasforma dal di dentro. Prima si nasce e poi si viene battezzati: ma la vita, quella "vera", per i credenti comincia con il Battesimo, perché quell'acqua e quegli altri segni sono il patto della vita "nuova" promessa da Gesù Cristo.
I sacramenti sono insieme "segno efficace", che cambia la realtà perché chiama Dio a intervenire in essa, e simbolo di una vita "altra" da quella biologica. I sacramenti, e il Battesimo prima di tutti, sono "linguaggio", codice di comunicazione aperto tra Dio e il mondo degli uomini; sono la via maestra che il Signore continua a percorrere per intervenire nella storia, dopo la venuta di Gesù. La verità di questa presenza ci viene illustrata nel Vangelo: "appena Gesù uscì dall'acqua (…) si aprirono i cieli" (vv 16-17). Il Padre "riconosce" il figlio Gesù nel Battesimo che ha ricevuto; e si impegna pubblicamente a tale riconoscimento.

Quella parola si fa carne…

Il linguaggio è davvero qualcosa che sta a metà tra il cielo e la terra, tra il creatore e le creature. Al principio del mondo (Genesi 2,19) il Signore fa scegliere da Adamo il nome di ogni essere vivente e il nome scelto dall'uomo "sarà il loro nome". Dunque è l'uomo che ha

signoria sul linguaggio, visto che "conoscere il nome", nella cultura semitica, significa anche "possedere" l'essenza della cosa - o della persona. Perché il nome "dice", porta con sé le caratteristiche della realtà.

Infatti l'unico nome "non conosciuto" né conoscibile, il nome impronunciabile era, per gli ebrei, quello di Dio. I nomi (gli attributi) del Signore costituiscono, anzi, il tema della riflessione teologica in tutte le religioni monoteiste, ma particolarmente in quella ebraica e in quella islamica.
L'avventura cristiana comincia propriamente con la "Parola di Dio", il Logos che Giovanni proclama inviato a prendere la sua dimora fra gli uomini (Giovanni 1,1). Quella parola si fa carne, diventa uomo, entra nella storia: quella parola è Gesù. Gesù figlio di Dio è qui per essere conosciuto, vuole farsi conoscere, è invece un Dio che si dona a tutti. E non c'è niente di Gesù - di utile alla salvezza - che non si possa conoscere: la "Parola di Dio" si è fatta carne per essere "letta", proclamata e consumata, diventare cibo per la vita (vera, compiuta) degli uomini.

…e continua a parlare

La modernità ha continuato il proprio cammino imponendo alle fedi e alle Chiese (non solo a quella cristiana e cattolica) un "bagno di umiltà", una riflessione su se stesse che non può non essere salutare. Ci si è accorti in fretta che è facile estirpare un'abitudine o un culto dalle masse, sostituendolo con passatempi più allettanti. Ma cancellare il senso del sacro dalla vita delle persone è tutt'altro discorso, come si sta vedendo sia nei Paesi ex comunisti dell'"ateismo di Stato", sia in quelli della "libertà individuale" (e del consumismo obbligatorio). E però proprio il linguaggio delle Chiese (delle religioni) ha rivelato, nell'impatto con la modernità, le proprie debolezze e i propri limiti. Ci siamo scoperti, all'improvviso, "vecchi", poco capaci di affermare la nostra presenza nei tempi e con i modi dei "nuovi linguaggi", quelli delle tecnologie di comunicazione, della musica o dell'arte. Quel sacro che una volta stava quasi tutto rinchiuso entro i confini del sagrato, nello spazio pubblico tra religioso e civile, oggi sfugge da ogni parte, si nasconde e si ripresenta in forme che le Chiese tradizionali fanno fatica a riconoscere e interpretare. Eppure i "segni" sono sempre quelli, e continuano ad essere chiari. Il Signore continua a parlare nel mondo attraverso la parola di Cristo.

 

                                      Marco Bonatti - marco.bonatti@lavocedelpopolo.torino.it      

 


       RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014 - 1
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