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LEGGIAMO I VANGELI:
   
La vita di Gesù è dono per tutti


Chi è Gesù Cristo "buon pastore" (Gv 10,11-16), perché egli ha assunto questo ruolo, come lo ha esercitato, verso dove vuole condurci ed infine qual è la forma di imitazione richiesta a chi vuol essere dei suoi?


Gesù è la "porta"

Farisei e Giudei sono raccolti intorno a Gesù e lo ascoltano. Come al solito le sue parole sono così intense da creare un vero dissenso. Mentre i più lo rifiutano, altri si aprono alla fede in lui. È un lungo discorso quello che si legge in Gv 10, denso di rivelazioni sulla identità di Cristo. Ci concentriamo unicamente su di una sua piccola parte. Gesù parla di sé usando alcune immagini. Inizialmente lo fa dicendosi "porta" attraverso la quale le pecore entrano in un recinto sicuro (vv. 7.9). Così dichiarando, egli indica in se stesso l'unico salvatore e ci invita a passare attraverso lui per ottenere il dono della "vita" (v. 10) in abbondanza, ossia della piena comunione col Padre. È proprio per questo motivo che egli è venuto in mezzo a noi e ha dato se stesso: perché potessimo avere intimità col Padre.
Già in questo parte del discorso Gesù menziona falsi pastori definiti come ladri, briganti, estranei. Il "buon pastore" - egli dice - non è come quelli! È con questo pastore buono che Gesù si identifica. Conosciamo bene come nella tradizione biblica di Israele il "pastore" fosse Dio: è lui che custodisce, guida, raduna e salva il suo popolo. Dio aveva talvolta assimilato a questo suo ruolo delle persone, Mosè ed i re di Israele, ma a causa del fallimento di molti di loro, aveva avocato a sé quel compito importante, promettendo però di inviare un pastore messianico.

Il "pastore buono"

Quando Gesù assicura di essere il "buon pastore" si mostra, pertanto, come il compimento della promessa divina: egli è l'unico capace di condurre ogni persona alla salvezza. L'aggettivo "buono" intende esprimere, in questo caso, la serie di qualità che rispondono perfettamente alle tre mansioni che quel pastore dovrà ricoprire: dare la vita per le pecore, conoscerle e radunarle. Si tratta, in realtà, di un unico compito che tutto si riassume nell'espressione chiave: il "buon pastore dà la sua vita per le pecore" (v.11). Queste parole, inverate definitivamente dalla consumazione della vita di Cristo sulla croce, mostrano bene la disposizione totale e permanente che egli ebbe durante tutto il corso della propria esistenza ad affrontare scandali e rischi per la salvezza altrui. Gesù ha trascorso tutta la sua vita nella prospettiva del dono totale di se stesso: egli è il "pastore buono" che accetta di mettersi interamente a repentaglio purché la nostra vita sia felice e salva. Non ha trattenuto nulla per sé, si è "spogliato" di tutto. Si avvicini l'immagine del pastore buono che offre la vita per le sue pecore a quella della porta attraverso cui esse devono passare e si capirà al meglio come esse ci parlino di Cristo nostra salvezza! Rimaniamo in contemplazione di fronte a questo Gesù salvatore, perfetto realizzatore delle promesse del Padre: il "Signore nostro Gesù" è davvero il "pastore grande delle pecore" (cfr. Eb 13,20)!
La libera auto-donazione del "pastore buono", frutto di amore, non esclude nessun destinatario: Cristo è venuto "per dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45). Il suo dono è per tutti, perché è nella natura della missione affidatagli dal Padre che egli riconduca tutti e ciascuno a lui. È sua la promessa che una volta "innalzato sulla croce" avrebbe "attirato tutti" a sé (cfr. Gv 12,32). Ciò che consente a Gesù di condurre la propria esistenza nell'orizzonte del dono di sé - continua infine il testo - è uno speciale vincolo di amore e di relazione che lo lega al proprio Padre, al punto tale che egli può affermare: "il Padre è in me, e io sono nel Padre" (v. 38).

Un dono da imitare

L'esemplarità del Pastore buono che offre la vita, risveglia innanzitutto in noi un maggior senso di responsabilità: chi mangia e beve il Corpo ed il Sangue del "buon pastore" deve essere disposto a copiare il suo modello ed esempio, pena un inutile spreco del sacrificio di Cristo. È essenziale rilanciare la prospettiva eucaristica che deve dominare la nostra stessa esistenza cristiana! A tutti noi che siamo conosciuti, radunati e salvati da Gesù buon pastore, sono richiesti gesti concreti di auto-donazione: essi saranno manifestazioni stabili di una decisione che sgorga solo dal sentirsi amati dal Signore. Dobbiamo vivere nella consapevolezza del cuore e della mente che Gesù è il nostro pastore. Bisogna arrivare a dire: "Gesù tu sei il mio buon pastore". Curiamo di permeare le nostre vite della prospettiva eucaristica del dono di noi stessi, ad immagine del Pastore buono. Non centelliniamo l'amore, ma attraverso l'amore donato collaboriamo con lui alla sua opera di salvezza.

                                                        
Marco ROSSETT sdb / rossetti.rivista@ausiliatrice.net




         RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 4
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