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LEGGIAMO I VANGELI:
   
Un incontro che tocca il mistero del cuore


Come in una sorta di appuntamento prefissato, nel momento in cui Gesù si ferma al pozzo di Sicar, vi arriva una samaritana per attingere. Un incontro che giunge fino al mistero del cuore di quella donna e le apre un nuovo orizzonte di vita.


La pazienza del dialogo

Ci sono incontri che lasciano il tempo che trovano, altri invece che lasciano un segno profondo: sono simili ad un'esperienza che scava, attraverso la pazienza del dialogo, sino a toccare il mistero del cuore; qualche volta fino a cambiare la rotta della vita. Così è l'incontro al pozzo tra la samaritana e Gesù: questi le si avvicina, la fa riflettere e promuove in lei una disposizione nuova che le permette di iniziare un cammino interiore. Leggiamo con attenzione i vv. 5-15, primo dei tre dialoghi contenuti in Gv 4,1-30. I discepoli vanno in città a fare provviste e lasciano solo Gesù che, stanco per il viaggio, si ferma verso mezzogiorno presso il pozzo di quel luogo. È allora che una samaritana si reca là ad attingere. Come mostra il prosieguo del racconto, egli sa chi sia quella persona e cosa si muova nel suo cuore: è una donna che ha avuto cinque mariti e che ora vive con un uomo che non le è sposo. Attorno a lei è stata fatta terra bruciata, nessuno vuole avere a che fare con lei: ecco perché si reca al pozzo da sola ed in un'ora non appropriata. Gesù invece desidera aiutarla e per trovare uno spiraglio che sia utile a tal fine, si mostra lui bisognoso di aiuto e le dice: "Dammi da bere". Egli è presso un pozzo profondo, è stanco, le chiede dell'acqua: non c'è richiesta più normale di cui servirsi per aprire discretamente una qualche possibilità di dialogo.

Il mistero del cuore

La prima risposta della donna è però disarmante: "Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana"? (v. 9). Un rifiuto velato con cui le distanze già esistenti per ragioni storiche tra costei, samaritana, e quell'uomo, giudeo, vengono rese ancora più larghe. Solenne la replica di Gesù che al rifiuto risponde sorprendentemente con un'offerta: dice di poterle dare "il dono di Dio" (v. 10). Se la donna conoscesse quel dono i ruoli si rovescerebbero: lei gli domanderebbe dell'acqua e lui le darebbe "acqua viva". La samaritana ancora troppo bloccata da convinzioni sociali e religiose che le negano la possibilità di accogliere una qualche novità nella sua vita, non si dà per vinta. Ribatte e tesse un ironico confronto tra Giacobbe e quel saccente giudeo assetato che pretende di poterle dare "acqua viva", pur trovandosi lui nell'impossibilità di bere perché privo di un secchio per attingere! Non quello sconosciuto, ma il grande patriarca che aveva fatto scavare il pozzo, lui sì che di acqua gliene avrebbe potuta dare (vv. 11-12). Gesù non abbandona però la sua pretesa né di dialogo né di dono (v. 13-14). Ora è lui a fare un confronto tra l'acqua di quel pozzo ed un'acqua in grado di dissetare per sempre e che lui solo può offrire. Siamo al vertice del dialogo. Le parole di Gesù riescono a far breccia. Ogni distanza viene eliminata ed il cuore di quella donna inizia ad essere più docile. Le parti si invertono: ora lei chiede "dammi quest'acqua". Non ci interessa stabilire se costei capisca e creda veramente in quella straordinaria promessa. Ciò che più conta infatti è osservare come la samaritana si sia lasciata guidare da Gesù e come questi sia riuscito a far maturare nel cuore di quella un forte desiderio per qualcosa di nuovo. Un prezioso indizio è prova di tale disponibilità: la donna andata ad attingere acqua, se ne va lasciando la sua anfora presso il pozzo (v. 28)! Gesù le aveva raccontato la sua vita, le aveva insegnato come si deve pregare Dio, le si era rivelato come il Cristo. Se il cuore non le fosse stato toccato, certamente quell'anfora non sarebbe stata abbandonata. Qualcosa di profondo in lei è cambiato.

La vita nuova

Cosa sarà mai quell'acqua descritta prima come il dono di Dio, poi come viva, infine come capace di dissetare per sempre e in grado di diventare in chi la beve "una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (v. 14)"? Ora tocca a noi rispondere all'interrogativo suscitato dal racconto. Quell'acqua è simbolo dello Spirito Santo (cfr. Gv 7,37-39) che, se trova in noi persone pronte a riceverlo, diventa una sorgente interiore che zampilla fino alla vita eterna. Quando lo Spirito è accolto nel nostro cuore e nella mente, ci fa penetrare in Cristo che è "il dono di Dio" per eccellenza, la pienezza della grazia e della verità, la parola più vera che il Padre abbia da dirci, la completa rivelazione. Dobbiamo aprirci all'azione dello Spirito Santo se vogliamo che la Parola del Risorto tocchi il mistero del nostro cuore e lo apra a nuovi orizzonti di vita.

                                                        
Marco ROSSETT sdb / rossetti.rivista@ausiliatrice.net




         RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2013 - 03
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