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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2017

IL GIOCO DELL'AMORE:
Tre tipi di dialogo


Tre tipi di dialogo

Quante volte ci siamo sentiti avvolti teneramente dalla parola giusta al momento giusto? Quante volte abbiamo sentito una parola buona così azzeccata e incarnata da sembrare un bacio? È bellissimo quello che dice il libro dei Proverbi: "Dà un bacio sulle labbra chi risponde con parole giuste" (Pr 24,26).
Dicono che gli uomini si eccitano con gli occhi, le donne con le orecchie. Sono convinto, però, che anche l'uomo "sano", e non indottrinato dal grande fratello del porno, si accenda con le parole. Tante coppie faticano a giungere a un buon dialogo dei corpi perché non sanno dialogare con le parole. Questo paragrafo vorrebbe essere una riflessione sulla parola e sul dialogo in coppia.
Abbiamo parlato finora della gentilezza e della tenerezza nella comunicazione di coppia. Chi scrive - essendo sposato - sa che non tutto è così idilliaco e facile. La difficoltà del dialogo, però, non è sinonimo della sua impossibilità. Il dialogo è decisamente difficile, ma assolutamente necessario.
Non ogni blaterare rivolto verso un altro è dialogo. Personalmente distinguo tre tipi di dialogo: la scomunicazione; le comunicazioni di servizio; la comunicazione di comunione.

La scomunicazione

È una finta comunicazione. In realtà parte con il denigrare l'altro, portandolo istintivamente sulla difensiva. Si instaura così una specie di dialogo tra sordi. Ognuno si arrocca nella sua posizione, anche se non è convinto di avere ragione. Fa questo per proteggersi. Dare ragione all'altro in questi casi, infatti, equivale a darsi per vinti. La dinamica interna di queste situazioni è probabilmente questa: se ho torto, sono cattivo, non merito più l'amore.
Lo psicologo John Gottman, che ha condotto delle approfondite ricerche empiriche sulle coppie e sui loro dialoghi, ha notato che i dialoghi che partono male, hanno scarse possibilità (circa il 6%) di aggiustarsi in seguito. Vale di più, come mi consiglia un'amica saggia, di andare a farsi una corsetta a Villa Borghese e poi, calmati i bollenti spiriti, riprendere a dialogare.
Quando la comunicazione parte col piede sbagliato, quando si è sul piede di guerra, è meglio fare una tregua. Meglio prendere un time-out.
Nella pallacanestro, quando l'allenatore vede che la squadra è sparpagliata, la richiama per un momento di raccolta, di focalizzazione. Così deve avvenire anche in coppia: se si iniziano ad aprire i cassetti dai tempi di Adamo ed Eva e a lanciarsi accuse per avere la meglio sull'altro (per poi stare peggio entrambi), allora è meglio fermarsi e ricordare qual è la finalità del dialogo. In principio, non vogliamo dialogare per vincere, ma per essere felici insieme. Non vogliamo avere mano forte, ma riprenderci per mano. Questo deve essere il mantra di ogni dialogo.

Le comunicazioni di servizio

In coppia, e soprattutto in famiglia, le comunicazioni di servizio sono importanti. Un ménage familiare e relazionale ha bisogno di gestione concreta. In fin dei conti, la famiglia non è un concorso di poesia.
Quello che accade, però, è che questo tipo di dialogo inizia ad essere l'unico. Quando non ci sono comunicazioni di servizio i due non sanno più che dirsi. Qui è necessario "ritornare al primo amore", a quei tempi in cui il tempo sembrava ladro perché sciupava le ore come secondi.
Ritornare al primo amore è ricordare, fare memoria. Si riportano al cuore i primi momenti dell'amore, non per scimmiottarli, ma per viverne di migliori. D'altronde, col primo amore l'altro era ancora uno sconosciuto, non potevo amarlo in tutta verità. Solo adesso che lo conosco realmente posso amarlo così come è.

La comunicazione di comunione

Essa consiste nel mettersi nelle proprie parole. Per instaurare questo dialogo, non è necessario fare corsi di filosofia. Si può anche parlare delle cose di ogni giorno. L'importante è narrare come io vivo queste cose. Non è un telegiornale, è permettere all'altro un viaggio nella mia anima.
Do un esempio per rendere l'idea. Avere un lavoro stancante è un fatto. Posso dire all'altro questa cosa, ma rimane un fatto impersonale. La comunicazione di comunione è quando racconto all'altro come io, personalmente, vivo la situazione del lavoro. Così l'altro sa che il punto focale non è il fatto raccontato, ma il mio stato d'animo al suo riguardo. Il lavoro è un pretesto, ciò che voglio comunicare è la mia attualità.
Questo tipo di dialogo è possibile solo in un'atmosfera di accettazione reciproca. Solo l'amore di tenerezza crea le condizioni per un rivelarsi reciproco.
Solo la fiducia suscitata da un'accettazione incondizionata fa cadere le difese che ognuno di noi si addossa come scudo e prigione per proteggere e castigare la "colpa" di essere altro.
In questo dialogo il movimento fondamentale è il "rivolgersi", che sembra una cosa quotidiana e banale. In realtà è riscoprirsi "volto" e scoprirsi davanti all'altro. Ci si mette a nudo, ci si guarda negli occhi dove ci vediamo visti. È fare l'amore consegnandosi e accogliendo l'altro nello "specchio dell'anima".
È difficile? Certo. Come ogni arte, richiede dedizione, passione e pratica. Essere fraintesi è un istante, capirsi è l'avventura di tutta una vita.
La comunicazione di comunione è un'ascesi, ma che ci fa ascendere verso la felicità di coppia. Essa richiede la pazienza dell'ascolto e l'apprendimento dell'amicizia di coppia.
Non posso chiudere la riflessione sul dialogo senza lasciare la parola a un maestro del dialogo, Martin Buber, che parla di tre tipi di dialogo, che sicuramente completano la prospettiva che ho voluto presentare:
quello autentico - non importa se parlato o silenzioso - in cui ciascuno dei partecipanti intende l'altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l'intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell'intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo su di sé.

Robert CHEAIB


redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2017 - 2

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