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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  / ARCHIVIO 2016                     
La bellezza delle nostre bruttezze

Tempo fa, una delle bimbe dell'asilo in cui lavoro, mi ha chiesto con sguardo pieno di compassione: "Ma maeestra, non ti senti un poco brutta con un dentone così grandeee?"
La domanda mi ha sorpreso, e non poco. Le ho sorriso, dicendole che ad alcune persone Dio regala delle bellezze più "nascoste".

Com'è successo e cos'ho scoperto

Il mio dentone, proprio al centro del palato, non è nient'altro che il risultato di un forzato atterraggio dopo un bel ruzzolone durante una pedalata in bicicletta. È il segno vivo di un piccolo incidente, una domenica di ottobre, quando avevo 16 anni.
Allo stesso tempo però il segno indelebile dell'attenzione dei miei familiari, dell'affetto dei miei amici, della preoccupazione dei compagni di classe e degli insegnanti. Ricordo ancora molto bene quando, una settimana dopo l'accaduto, lo stesso gruppo di amici che mi aveva offerto il loro supporto in quella giornataccia, era all'improvviso comparso davanti alla porta di casa, con nelle mani una piccola scatolina: dentro c'era il mio dente, che loro si erano messi con pazienza a cercare. Sì, si erano messi a cercarlo, mentre sulla faccia piano piano scomparivano i vari lividi. L'avevano ritrovato e riportato, nella speranza che si potesse reimpiantarlo.
Sorridevo poco in quei giorni, e non è certo da me perché sono molto incline all'allegria sul volto, e sì, passavo gran parte del tempo con la mano a nascondere quel che era capitato.

Come l'ho interpretato: accettazione, affetto e crescita

Sono passati venticinque anni, ho ancora il "sorriso facile", anche se non mi faccio più paturnie sul mio dente solitario e speciale che dà, per così dire, il benvenuto sul mio viso. È un'impronta di un giorno felice con i miei amici, della loro compagnia, delle loro attenzioni ed affetto nei miei confronti.
Le ferite, le imperfezioni, gli errori, i limiti, le oscurità e le fragilità che possiamo aver sperimentato, sempre, sempre, sempre, hanno un lato opposto della medaglia, positivo e luminoso: un tempo di cura, la vicinanza di chi ci ha accudito-riscattato-motivato nel cammino, la grazia, il regalo del perdono, l'esperienza di essere amato "a parte tutto", l'opportunità di crescere in qualcosa che ci stagnava, e molto altro.

È necessario imparare a volersi bene

Imparare a volerci bene come siamo, anche con i lati che di noi stessi rifiutiamo, con i nostri complessi, lasciare che le nostre bellezze occupino il posto delle nostre bruttezze; e per rendere possibile questo "bisogna volersi bene", accettarsi, essere felici per come si è e per quello che si è. (Traduzione di Deborah CONTRATTO)

Analia / redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2016 - 2 

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