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Missioni DB / A 'Ciudad Don Bosco' in Calombia si generano i costruttori della pace


A "Ciudad Don Bosco" in Colombia si generano i costruttori della pace

Una cittadella di frontiera per educare

Sei giovani Colombiani posano per la foto ricordo sullo sfondo di una verdeggiante baia. Volti allegri che lasciano trasparire la fierezza per il loro Paese e la serenità di un momento di libertà. Un'immagine come tante: turisti spensierati in una giornata di sole, amici che stanno visibilmente bene insieme.
Due di quei giovani compare in un'altra fotografia, insieme con altri tre compagni. Lo sfondo è quello di un murale in cui sono rappresentati altri due volti, uno di questi è un "Don Bosco". Qui il gruppo sembra esprimere un'altra fierezza: quella per qualcosa che stanno facendo insieme.
Cos'hanno in comune Carlos e Jessica - usiamo nomi fittizi - con gli altri giovani che sono stati ritratti con loro in due contesti distinti?
La risposta viene da Medellin, seconda metropoli della Colombia dopo la capitale Bogotà. Li si trova una cittadella salesiana in cui sono accolti adolescenti e giovani che necessitano di un particolare supporto per la loro crescita. Si chiama Ciudad Don Bosco, ed è il centro scelto dal governo del Paese per affrontare la sfida più grande: l'accoglienza e il reinserimento di coloro che furono soldati negli anni della guerra civile. Percorsi educativi che necessitano di una delicatezza speciale e di una buona dose di protezione.

Giovanissimi "cresciuti" nella violenza

La Colombia ha vissuto oltre cinquant'anni di lotta fratricida: da un lato il governo centrale, dall'altro i guerriglieri che hanno conquistato intere regioni della Colombia. Se le politiche nazionali sono state condizionate da interessi esterni e da corruzioni interne, chi vi si contrapponeva imbracciando le armi non è stato esente da pratiche di violenza gratuita e da finanziamenti del narcotraffico. Esercito regolare e Fuerzas armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) hanno combattuto senza riguardo ai civili, insinuando nei villaggi e nelle famiglie i germi dell'odio e della vendetta.
Si calcolano oltre 260mila morti, 45mila desaparecido, 6,9 milioni di sfollati. Le ultime generazioni sono nate e cresciute assumendo col latte materno la disperazione per quella che sembrava una situazione senza vie di uscita, incontrando miseria e violenza, subendo l'uccisione di parenti e di vicini. Un fenomeno fra i più drammatici è stato l'arruolamento di minori nelle file delle Farc: affascinati dal mito del guerrigliero, abbagliati dall'odio scaturito da offese subite, costretti sotto minaccia a valicare il fronte, giovani, adolescenti, ragazzi e persino bambini - maschi e femmine - sono stati inquadrati nei plotoni dell'esercito rivoluzionario. A mano a mano che si esaurivano le generazioni dei primi combattenti e si perdevano nella nebbia le motivazioni politiche della lotta armata, quelle successive si formavano sempre più sull'inerzia della contrapposizione di campo e sul ricatto quotidiano. Una volta valicata la sottile linea di confine fra il proprio paese e la boscaglia, era troppo tardi per capire di trovarsi in un meccanismo sorretto da ferree regole, da gerarchie arroganti, da minacce di morte ai "traditori".

Una difficile pacificazione in corso

Jessica e Carlos si sono travati anch'essi in quella prigione, hanno imparato a obbedire al comandante senza nulla obiettare, hanno visto uccidere i commilitoni in fuga, sono stati costretti ad uccidere a sangue freddo un parente non compiacente con la "rivoluzione". Jessica e le sue compagne sono state costrette a far parte dell'harem dei leader, ad abortire più volte.
Nel 2016 è stata finalmente interrotta la contrapposizione armata fra istituzioni e guerriglia: il nuovo presidente colombiano Juan Manuel Santos ha ottenuto la sottoscrizione di un accordo con le Farc. Alle trattative, conclusesi a L'Avana, ha dato supporto la Chiesa cattolica. Santos ha guadagnato l'appoggio dell'opinione pubblica internazionale che lo ha portato all'assegnazione del Premio Nobel per la Pace: riconoscimento ma soprattutto incoraggiamento a proseguire in un'azione che la maggioranza dei Colombiani vive però con sospetto e scarsa disponibilità al perdono reciproco.
A Ciudad Don Bosco Jessica a Carlos hanno trovato una comunità guidata da don Rafael Bejarano che li accompagna nella difficile ricostruzione della loro identità e nel reinserimento nella società. Sono loro a testimoniare a sé stessi e a tutti i Colombiani che la pacificazione è impegnativa e dolorosa, ma che il futuro chiede la piena la riconciliazione dei cuori e delle menti.


Antonio LABANCA / redazione.rivista@ausiliatrice.net

Rivista Maria Ausiliatrice 2018 - 2

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