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SALESIANI DB | Mons. Palombella, il mio oratorio alla Cappella Sistina

Mons. Palombella, il mio oratorio alla Cappella Sistina

Serata d'eccezione, nella cattedrale di Torino, il 29 ottobre 2016: in occasione dei 25 anni di ordinazione episcopale dell'Arcivescovo, mons. Massimo Palombella, maestro direttore della Cappella Sistina e collaboratore di mons. Cesare Nosiglia quando era vicario del papa per la diocesi di Roma, ha voluto regalare all'amico un concerto straordinario. Abbiamo incontrato mons. Palombella, torinese, classe 1967, prete salesiano dal 1995, studi di Filosofia e Teologia all'Università Pontificia Salesiana della Crocetta e diplomato in composizione musicale al Conservatorio di Torino.

Mons. Massimo, lei è prete salesiano formatosi a Torino: sono numerosi i figli di don Bosco musicisti illustri da Pagella a Cagliero; Torino inoltre ha una grande tradizione di liturgisti salesiani che hanno dato un grande contributo all'applicazione della Riforma liturgica. Quanto ha contato nella sua formazione musicale l'importanza che don Bosco dava alla musica nell'educazione del ragazzi?

La tradizione musicale salesiana è stata molto importante per me: ho conosciuto personalmente don Fant, mi ha insegnato tanto, sono succeduto a lui nella direzione della rivista liturgica Armonia di Voci, così pure e poi don Dusan Stefani: sicuramente a Torino c'è stato un intelligente ed equilibrato approccio alla riforma liturgica, un approccio inclusivo e non esclusivo. Occorre riconoscere a tutte queste persone che in un momento difficile in cui bisognava sperimentare nuove forme hanno sempre mantenuto un equilibrio ammirevole. E poi avendo lavorato tanto con i ragazzi prima di diventare maestro della Sistina la musica per me è sempre stato un mezzo molto sano per aggregare, per chiedere una sana disciplina della vita e per veicolare l'evangelizzazione, la "vita in abbondanza", l'annuncio del Vangelo. La musica, anche se è fatta professionalmente non può mai essere un fine della vita: anzi proprio perché fatta professionalmente diventa sempre più mezzo per poter incontrare il Signore. La musica passa ma l'incontro con il Signore è l'unica cosa che conta, è ciò che ci conduce alla gioia piena, è ciò che fa della nostra vita un'esistenza degna di essere vissuta.

Come tenete conto nel servizio liturgico in Vaticano dell'inculturazione dei diversi stili musicali delle varie comunità cristiane del mondo? Nelle celebrazioni a cui partecipa la Sistina, specie in San Pietro, si usano testi in italiano o in altre lingue e con quali criteri?

Non si tratta soltanto di inculturazione ma della ragione stessa della Chiesa che è cattolica, Katà olon (secondo il tutto), universale. Anche la compagine dei cantori della Cappella piano piano sta diventando internazionale come era nel '500 quando i migliori musicisti d'Europa cantavano nella Sistina. Ho un cantore inglese (cosa inedita, non era mai accaduto), un polacco, due venezuelani, un peruviano. Poi c'è il problema delle lingue: sicuramente il Concilio ci ha introdotto nella sfida culturale linguistica. Cantare in una lingua viva a differenza del latino, che è una lingua morta, vuol dire porsi onestamente dei problemi estetici, legati ad una precisa cultura. Già con il mio predecessore, il maestro Liberto, la Sistina ha sdoganato le lingue: se prima era quasi un "dogma" che non si potesse cantare in nessun altra lingua se non in latino, oggi è normalissimo per la Cappella Musicale Pontificia cantare in italiano e in altre lingue sebbene nelle celebrazioni papali, che hanno sempre una accezione di internazionalità, l'uso della lingua latina è importante.

Per quale motivo?
Il latino è una lingua morta e per questo fa giustizia a tutti. Se dovessimo ragionare su qual è la lingua più parlata oggi dovremmo celebrare in inglese, ma la giustizia verso tutti è il celebrare in una lingua a cui tutti facciamo la stressa fatica ad adeguarci perché appunto è una lingua morta. Questo è un criterio che rappresenta una peculiarità delle celebrazioni papali in quanto celebrazioni internazionali.

Nel suo coro, oltre a 20 cantori adulti, ci sono anche 30 ragazzi, i pueri cantores che frequentano la scuola elementare paritaria annessa alla Sistina: come si fa a sfatare il luogo comune che i giovani non si appassionano alla musica sacra e alla polifonia?

Chi afferma questo generalmente non conosce polifonia e forse neanche i giovani. Io credo che le nuove generazioni siano una risorsa e i loro orizzonti sono quello che i loro educatori sono in grado di offrire. Chi è un educatore deve essere un uomo che studia, che ricerca, deve essere immerso nella cultura. I ragazzi che oggi sono nella Cappella Sistina sicuramente non diventeranno tutti musicisti ma avranno imparato un metodo rigoroso e scientifico per fare qualunque lavoro. Forse dimenticheranno tutto il Palestrina che hanno eseguito in questi anni ma certamente avranno imparato una precisa metodologia che significa sacrificio, studio, rigore e questo rimane un patrimonio per la vita. Per analogia è la stessa cosa per un dottorato di ricerca o una laurea: non sono tanto i contenuti che rimangono quanto la metodologia che lo studente ha imparato per essere rigoroso nello scrivere una tesi di laurea o di dottorato.

Marina LOMUNNO

redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2017 - 2

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