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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2017

ESSERE COME DON BOSCO
Mai stancarsi di fare del bene: Dio è con noi


Che coraggio, lui. E che esempio, per noi. Già, perché i suoi anni sono stati tutt'altro che i "bei tempi" raccontati in alcune sue biografie. Quelle, tanto per capirci, dove lui è raffigurato con la tonaca svolazzante, mentre se ne va a spasso nelle vie della Torino sabauda, seguito da tanti ragazzi vivaci e allegri. Certo, all'epoca c'erano la nobiltà, le famiglie "bene", bravi commercianti, valenti artigiani ed impresari edili (l'industria vera e propria si svilupperà dopo di lui).
Ma questi erano una minoranza. Non a caso c'erano tensioni sociali causate dalla diffusa povertà e dall'analfabetismo. La città, qualsiasi città, attirava dalla campagna (come oggi dall'estero) persone in cerca di una vita più dignitosa. Persone spesso senza professione e senza istruzione. Altro che "bei tempi".
Quando don Bosco uscì dalla sacrestia, vide il degrado nel quale vivevano tanti giovani. Sulla piazza di Porta Palazzo ce n'erano centinaia che ogni giorno cercavano un lavoro, uno qualsiasi, ma molti erano scartati perché poco robusti, senza salute o ex detenuti. E nella centrale piazza San Carlo, lui incontrava anche spazzacamini di sette-otto anni, spesso orfani, che gli raccontavano il duro mestiere e le prepotenze di chi non pagava o derubava il misero compenso. Un dato: a Torino, nei primi anni Quaranta dell'Ottocento, su circa 130 mila abitanti, lavoravano nelle fabbriche 7.200 ragazzi sotto i dieci anni, il 5,5% della popolazione.

Ci voleva un Amico

A fronte di quella situazione, don Bosco tirò fuori tutto il suo coraggio. Nessun timore di perdere la faccia. Con buona pace, si fa per dire, di alcuni confratelli attenti più ai riti che alle persone, o di chi se ne stava comodo in casa. Con buona pace, ancora, di chi temeva di perdere i diritti acquisiti, o sfruttava il lavoro altrui, o di chi per il suo ruolo avrebbe dovuto essere al servizio della gente (come il sindaco che lo fece sorvegliare e tentò di chiudere l'Oratorio).
A conferma del suo coraggio, il primo ragazzo da lui "conquistato" è l'astigiano Bartolomeo Garelli: sedici anni, orfano di entrambi i genitori, analfabeta. E dopo, come scrisse don Bosco stesso, "si aggiunsero altri giovani.
Durante quell'inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prende cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini e buoni cristiani". Insomma, per citare ancora lui, "per fare del bene bisogna avere un po' di coraggio, essere pronti a soffrire, non mortificare mai nessuno, essere sempre amorevoli".
Per questo don Bosco ha molto da dire anche a noi, oggi. E ci invita a imitarlo. Non perché e ripetiamo tali e quali i suoi gesti, ma perché ci chiediamo e poi facciamo quello che farebbe lui nella realtà in cui viviamo: famiglia, amici, scuola, ambiente di lavoro... Certo, oggi che la sua Opera si è diffusa in tutto il mondo e che la Chiesa lo venera come santo, è facile lodarlo. Per tutti don Bosco è "il santo dei giovani", specie se emarginati. Per tutti, è l'"inventore" del "sistema preventivo" che ruota attorno alle parole amorevolezza, ragione, religione. Eppure non è facile passare dalle parole alla testimonianza, al gesto concreto. Non è facile, ma a chi si dice cristiano, è richiesto.

L'amore fa emergere il bene che c'è nel profondo di ciascuno

L'aveva osservato, ad esempio, san Giovanni Paolo II quand'era venuto a Torino nel settembre del 1988, per i cent'anni della morte di don Bosco. "Educava i giovani all'amore di Dio e del prossimo perché questo è "il più grande e primo dei comandamenti" e questo è, nello stesso tempo, "il vincolo di perfezione". Educava all'amore che si esprime e si conferma nella vita, nelle opere, nel comportamento. Sapeva dalla propria esperienza, che un tale amore è capace di trasformare l'uomo, di far emergere il bene nascosto nel profondo del cuore umano, e, nello stesso tempo, di far superare il male, che in esso si annida. Don Bosco sapeva tutto questo; e tutto sapeva tradurre in atto. In questo consiste la particolare "capacità dei santi"".
E per far questo, osservava ancora san Giovanni Paolo II, occorre "affrontare con coraggio e con animo pronto i sacrifici che il lavoro tra i giovani richiede. Don Bosco diceva che occorre essere pronti a sopportare le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovani, per non spezzare la canna flessa, né spegnere il lucignolo fumigante".
La "canna flessa" che oggi è il drogato, il carcerato, la prostituta, l'immigrato, o il figlio non più amato perché "diverso", la coppia divisa, l'ammalato, il disoccupato, chi ha perso il lavoro... E per questi uomini, fosse anche soltanto per uno di loro, agire. Perché, come ha detto Papa Francesco, "Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia.
È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso". E nel farlo, basta imitare don Bosco: "Coraggio, coraggio sempre; non istanchiamoci mai di fare il bene e Dio sarà con noi".

Lorenzo Bortolin


redazione.rivista@ausiliatrice.net


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