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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2016


FAMIGLIA SALESIANA - VDB |
LA MALATTIA INGUARIBILE

Una Volontaria di Don Bosco confida di convivere con la sclerosi multipla.

Ho 52 anni e da quando ne avevo 25 sono ammalata di sclerosi multipla. Un anno dopo gli esami di teologia e pedagogia sociale, nel bel mezzo degli studi per il dottorato in teologia, questa malattia mi ha messa "fuori combattimento". Non ho potuto terminare il dottorato e non ho potuto intraprendere la carriera di docente universitaria.
Questa malattia cambia la vita all'improvviso. Tutto quanto funzionava fino a quel momento in maniera naturale, ad un tratto non funziona più. Non ci si può più affidare alle proprie risorse né per camminare, né per tutti i lavori di ogni giorno in casa: cucinare, lavare, asciugare i capelli… Tutti gesti che diventano un problema insolubile per un corpo che si è paralizzato in diverse parti. Sebbene a prima vista non si noti nulla, il malato sente le limitazioni a ogni passo.
Il crollo supremo per me fu la paralisi del mio centro della parola, improvvisamente, tanto da non poter più parlare. Con l'inizio della riabilitazione avevo quasi superato le più gravi difficoltà linguistiche. La cosa che non era possibile superare era la rallentata ricerca delle parole. Ho bisogno di tempo per trovare le parole. Il fatto rende molto faticoso il dialogo con gli altri.

Il corpo incatenato

Appena una persona sa di avere la sclerosi multipla, deve riflettere. In un primo momento c'è soltanto la parola "inguaribile". Significa incatenato. Qualunque cosa vorresti fare, non sortirebbe alcun esito. Perché se ci fosse qualche via d'uscita, la malattia non sarebbe più inguaribile. Nessuno può dirti la causa della malattia e nessuno può descrivertene il decorso. In pratica, di fronte a te stessa tu sei il muro. La minaccia è presente dovunque, cammina con te. Tuttavia non devi impazzire.
All'inizio andavo a letto col pensiero che all'indomani qualcosa avrebbe potuto non funzionare più. Un senso di oppressione mi accompagnava. Ora vado a letto come tutti, con una grande fiducia fondamentale, che il giorno successivo mi potrò svegliare normalmente e potrò muovere i miei arti. Per me sono un grande dono la mia spensieratezza, la mia fiducia in tutte le situazioni. Affiora un grande rispetto per il miracolo della vita, per il proprio corpo, per come funziona, per come fa i servizi necessari alla vita. Sperimentando le resistenze, si è grati per le cose semplicissime e si valuta la vita ancora più profondamente.

Dio è la mia forza

Una malattia ha sempre tre componenti: la malattia stessa, come si vive con essa e come reagisce l'ambiente. Della mia malattia ho già parlato. Per quanto riguarda l'ambiente e la relazione con gli altri: dovendo dare al mio corpo ciò di cui ha bisogno, per esempio gli spazi di riposo, devo avere il coraggio di dire quando mi è indispensabile fare pausa, ecc.
I membri dell'Istituto secolare, di cui faccio parte, sanno della mia malattia. Li ho informati subito dopo la diagnosi. Volevo essere sincera con loro. Volevo però inserirmi nel mio gruppo come se non avessi alcuna malattia. Trovo dentro di me la forza per portare la mia condizione, quando sono lasciata in pace con la mia situazione e con Dio, quando trovo almeno la calma per elaborare e integrare i diversi aspetti della mia malattia. In questo la fede mi è di grande aiuto.
Però, più si restringe il mio orizzonte di vita, più cresce il contatto interiore con Dio, per lo meno si compensa. Debbo dire addirittura che solo per mezzo di un'intima relazione con Dio, nostro Padre, trovo la forza per sopportare il negativo nella vita, per non crollare. Non più di questo: ma questo basta! È ciò che conta: sopportare. Il di più viene al momento, in cui il tempo è maturo per il cielo.


Una VDB : redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 3

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