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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2016

GIOVANI e Scuola | Lettera di un professore a ragazzi e genitori

Recentemente il mondo dello sport, particolarmente seguito dai giovani, si è distinto più per la maleducazione ed aggressività verbale che per i risultati raggiunti.


I campi di calcio si sono trasformati in un ring dove violenza e sopraffazione la fanno da padroni. Nel milanese i genitori di ragazzini appassionati di calcio si sono insultati e se le sono date di santa ragione sotto gli occhi esterrefatti dei bambini, accompagnando i calci e pugni con insulti a luci rosse.
Anche in uno dei templi del pallone milionario, il san Paolo di Napoli, due allenatori, strapagati e famosi, a fine partita si sono affrontati con epiteti coloriti, incivili e vergognosi. Sono seguiti dibattiti fra innocentisti e colpevolisti, inchieste, indagini, denunce. Risultato? Recentemente, durante uno sfida di cartello fra Juve e Roma, un giocatore che fa parte della nazionale italiana ha pensato essere normale addobbare le sue giocate pallonare con frasi razziste e volgari.
Se dal campo di gioco uno alza gli occhi agli spalti gremiti di tifosi, ne vede e sente di tutti i colori. Gli striscioni riportano slogan e disegni vergognosi. I cori poi, decisamente raggiungono gli apici del becerume e della maleducazione. L'arbitro, la sua famiglia ed i suoi antenati ne escono malconci. Se a questo si aggiunge, che un allenatore, che dovrebbe essere una maestro di vita, e non solo di tecnica, suggerisce a un suo giocatore di limitarsi, un'altra volta, a coprirsi con la mano la bocca che insulta e non a cambiare linguaggio, c'è da rimanere senza parole.
Tutto questo viene osservato, ascoltato, imitato da milioni di spettatori adolescenti. Vedendo la sfacciata impunità degli adulti, se ne fanno uno scudo per giustificare le loro condotte aggressive. Si sente tanto parlare di mobbing tra gli adolescenti. È vero, esiste. È figlio dei cattivi esempi a cui assistono quotidianamente.
Quando gli insulti, le parole grevi rimangono impunite si trasformano in pessimi modelli comportamentali che possono generare autentiche tragedie che i quotidiani puntualmente captano e descrivono fin nei minimi dettagli su sfondi moraleggianti.

Lettera di un educatore

Proprio oggi, un mio alunno mi ha girato, tramite WhatsApp, la lettera di un professore della ragazzina di Pordenone che, alcuni giorni fa, ha tentato il suicidio perché stressata dal crudele mobbing da parte dei compagni di classe. L'insegnante si rivolge direttamente ai propri allievi e scrive parole, anche se in modo un po' sbarazzino, che meritano di essere meditate. Mi permetto di trascriverla letteralmente.
"Oggi una ragazza della mia città (Pordenone) ha cercato di uccidersi. Ha preso e si è buttata dal secondo piano. No, non è morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale. Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter camminare con gli altri normalmente. "Adesso siete contenti", ha scritto. Parlava ai suoi compagni. Allora io stesso vi dico una cosa. E sarà un po' dura, vi avverto. Ma c'ho 'sta cosa ed è difficile lasciarla lì.
Quando la finite? Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno? Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano "solo parole" che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi là a scrivere quei messaggi - li ho letti, sì i messaggi che siete capaci di scrivere - tutte le vostre "tro.. di m....", i vostri "figlio di …....", i vostri "devi morire". Quando la finirete di dire "Ma sì, io scherzavo", dopo essere stati capaci di scrivere "non meriti di esistere"? Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo "che ha il professore di sostegno", quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?. Che cosa deve ancora succedere, perché la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?
E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte. Quando la finirete di chiudere un occhio? Quando la finirete di dire "Ma sì, ragazzate"? Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale? Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta all'anno (se va bene)?
Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perché da sempre non sono le parole, ma gli esempi gli insegnamenti migliori? Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quella età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto. E proprio tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola che è "Basta"."
Il signor Enrico, da bravo e responsabile educatore, interpella anche ogni cuore salesiano appassionato di gioventù. Siamo in grado di rispondere con il cuore educativo di don Bosco?


Ermete TESSORE sdb: redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 2

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