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Rivista Maria Ausiliatrice  |  Archivio RMA 2018

FEDE-DUBBIO / LA FEDE ALLA PROVA DEL DUBBIO


Dio nel desiderio / Desiderare e considerare

L'uomo è desiderio, una fiamma che si eleva continuamente verso l'alto. Il desiderio genera angoscia perché seppure l'uomo sia finito - omne creatum est finitum (1) - il suo desiderio è infinito e mostra pertanto che l'uomo è stato creato e rimane, malgrado il peccato, capax infiniti (capace d'infinito) (2) e capax Dei (capace di Dio) (3). Dinanzi all'infinità del proprio desiderio l'uomo sperimenta il suo volere delle realtà finite come un pendolo impotente che oscilla tra la brama del desiderio e la noia del possesso. La prima opzione che può adottare è quella arrendevole di continuare all'infinito il gioco angoscioso dell'illusione e della delusione dei finiti. Invece di scegliere l'Infinito, si scelgono una infinità di finiti. Illudersi, cioè, che qualcosa o qualcuno di finito possa colmare la sua sete d'infinito per poi deludersi mordendo la sabbia dei miraggi. È una scelta di ripiego perché ben "cosa misera è l'umanità se non si sa elevare oltre l'umano" (4). La seconda opzione, più cinica, è far finta che il desiderio d'infinito semplicemente non esista. Non assecondare il proprio anelito infinito, opzione che possiamo chiamare antibolia (5), è un suicidio apparentemente incruento, ma terribilmente crudele perché non è altro che la negazione perpetua della propria volontà, l'annientamento della propria umanità. È il crimine dell'uomo che abortisce se stesso. La terza opzione è interrogarsi e mettersi come pellegrino sulle vie dei desideri per vedere da dove vengono e dove portano. Il desiderio, come abbiamo visto, è una confessione di non autosufficienza. Esso espropria l'uomo, lo porta oltre. "In quello che vogliamo come in quello che non vogliamo c'è qualcosa che vogliamo al di sopra di tutto" (6). È lì, in questo desiderio di ulteriorità che c'è, non tanto l'Altro, quanto l'eco e l'azione dell'Altro. Con il desiderio purificato che si cela come carbone ardente sotto le ceneri di tutte le illusioni e delusioni, ma anche dietro all'anelito infinito che ha dentro, l'uomo scopre le tracce di Dio. Intravede l'appello discreto e contemporaneamente concreto del Signore (7).

Verso l'oltre, verso l'Altro

L'uomo è la dimora, è il milieu, è la casa di Dio. Il finalismo del desiderio e dell'agire umano "non è attratto da un astro astratto, ma è attraversato dall'unico necessario che lo inonda e dimora in lui. L'unico necessario è un io nell'uomo distinto dal suo io. È un'alterità che possiamo qualificare con Agostino come intimior intimo meo, e che, ciò nonostante, non si confonde con il mio io, ma ne rappresenta l'immagine pura senza ombra essendo al contempo superior summo meo(8)" (9). Chi non accetta di trovare nei propri desideri la risposta-Dio, è obbligato, almeno, a trovarvi la domanda: perché i desideri dell'uomo, creatura naturale come le altre, puntano oltre la natura? Da dove viene l'anelito al di più, al magis? Perché, come la mette Nietzsche, ogni desiderio e "ogni piacere vuole eternità - vuole profonda, profonda eternità" (10)? Gli antichi avevano intuito che il desiderio della natura non può essere futile. Desiderium naturae non potest esse inane (11). E il grande C.S. Lewis argomenta così: "Le creature non nascono con desideri il cui appagamento non esiste. Un bambino sente la fame; bene, esiste qualcosa come il cibo. Un anatroccolo vuole nuotare; bene, esiste qualcosa come l'acqua. Gli uomini provano desiderio sessuale; bene, esiste qualcosa come il sesso. Se trovo in me un desiderio che nessuna esperienza in questo mondo può soddisfare, la spiegazione più probabile è che sono stato fatto per un altro mondo" (12). Tanti poeti, letterati, filosofi, mistici e teologi concordano sulla provocazione verso l'oltre e verso l'Altro che il desiderio costituisce. François de Curel, in un poema sublime ci invita a interrogarci: "Tutte le maree denunciano, al di là delle onde, un astro vincente. Sarà l'incessante marea delle anime la sola a palpitare sotto un cielo vuoto?". Il poeta continua la provocazione: "L'occhio implica l'esistenza della luce, il polmone l'esistenza di un'atmosfera respirabile. Siamo logici: questo formidabile bisogno di sopravvivere che emana dal gioco dei nostri organi suppone per forza una sopravvivenza" (13), una vita eterna. A queste intuizioni si aggiungo i versi suggestivi di Goethe: "Se l'occhio non fosse solare, / non potrebbe mai percepire il Sole; / se non fosse in noi la forza propria di Dio, / il divino come ci potrebbe estasiare?" (14).
"La via verso Dio passa tramite i desideri del nostro cuore, semplicemente perché questi desideri sono messi lì da Dio" (15). Dio non è generato dalla scontentezza, Dio genera scontentezza, nel senso che ci spinge e sollecita a non accontentarci. E in questo senso, Dio si scopre nella forza giovanile dell'anelito che non si ferma e non fa compromessi. Quando si gusta Dio, seppure per un istante e per un barlume, non bastano più le briciole. Si diventa anelito del Pane della vita. Non ci basta più essere contenti, vogliamo la pienezza. Il desiderio di trascendere non viene da noi, ma da oltre, dall'alto, dall'Altro. È lo Spirito di Dio che dimora nella persona e che la attira verso la sua Destinazione. Il Desiderio di Dio è presente nei nostri desideri, li purifica e li illumina. È alla luce di questo desiderio che possiamo regolare e calibrare i nostri desideri smettendo di pretendere l'infinito dai finiti - siano essi cose o persone - frustrandoli e frustandoci. Chiudiamo il capitolo con un'eloquente analogia dell'anima umana presentata da Blondel: Nel Pantheon di Agrippa, a Roma, la costruzione circolare è tale che tutte le pareti s'appoggiano, non su una chiave di volta, ma sul cerchio di pietra che lascia aperta una larga veduta del firmamento del cielo, a tal punto che l'edificio, tramite quest'apertura della cupola, sembra sollevato fino al cielo illimitato che inonda l'interno con una chiarezza accattivante. È così anche per l'azione umana: nella costruzione del nostro destino, le chiarezze ci raggiungono in basso grazie al riflesso dei raggi dall'alto, grazie alla coniugazione delle azioni della nostra vita e della luce superiore, in mancanza della quale, tale monumento, privato dalle finestre o dall'apertura al cielo, ci lascerebbe senza discernimento e per così dire già nell'oscurità di una tomba (16).

NOTE
1 TOMMASO D'AQUINO, Somma teologica III q. 7 a. 11: "Ogni creato è finito".
2 TOMMASO D'AQUINO, Commento alle sentenze di Pietro Lombardo II d. 34 q. 1 a. 5.
3 Cf. Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992), nn. 27ss.
4 L.A. SENECA, Questioni naturali I, prefazione 5: "O quam contempta res est homo, nisi supra humana surrexerit".
5 M. BLONDEL, L'Action (1893). Essai d'une critique de la vie et d'une science de la pratique, PUF, Paris 1993, 323, n.1.
6 Ibid., 336. Dio non è tanto fuori quanto dentro l'uomo. "Egli è al centro di ciò che penso e di ciò che faccio; lo avvolgo"
7 Ibidem.
8 AGOSTINO D'IPPONA, Confessioni 3, 6, 11.
9 R. CHEAIB, Itinerarium cordis in Deum. Prospettive pre-logiche e meta-logiche per una mistagogia verso la fede alla luce di V.E. Frankl, M. Blondel e J.H. Newman, Cittadella, Assisi 2012, 214.
10 F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra IV, Il canto del nottambulo n. 12, vv. 15-18


Robert CHEAIB / redazione.rivista@ausiliatrice.net

Rivista Maria Ausiliatrice 2018 - 1

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