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MARTIRI / I martiri cristiani, oggi, sono di più dei tempi antichi
I martiri cristiani, oggi, sono di più dei tempi antichi

I nostri fratelli copti.

La chiesa copta di San Giorgio, nel quartiere di Tanta, con le colonne scheggiate e sporche di sangue, è luogo di pellegrinaggio dall'attentato della domenica delle Palme, costato la vita a decine di persone. L'escalation di violenze aveva fatto temere la cancellazione del viaggio in Egitto di papa Francesco, che invece ha considerato quegli attacchi un motivo in più per compiere la sua missione. Poi, alla fine di maggio, l'assalto a due autobus diretti a un monastero nei pressi di Menyah, a sud dal Cairo, e la barbara uccisione di quasi quaranta copti, tra cui alcuni bambini, dopo che gli assalitori avevano inutilmente preteso dalle vittime l'abiura della fede cristiana.
Nella capitale egiziana minareti e campanili si alternano, nell'interminabile intrico di strade. Nei giorni della visita papale, il 28 e 29 aprile scorsi, si vedevano qua e là grandi manifesti con il volto sorridente di Francesco e, accanto, una croce, una mezzaluna e una colomba. Insieme per la pace, cristiani e musulmani: questo il senso. Il miracolo della pacifica convivenza tra credi diversi, però, non è si è ancora compiuto.

I cristiani d'Egitto accettano il martirio e non si vendicano

Davanti all'università islamica sunnita di Al Azhar, una delle tappe principali del viaggio di Bergoglio, stazionavano i blindati dell'esercito. Si vive così oggi in Egitto, tra speranze di normalizzazione e paure di attentati. La sicurezza è pagata al prezzo della libertà, che è relativa. Qui tutti sono controllati e niente è possibile senza il consenso delle autorità.
Le limitazioni le conosce bene chi si reca nei luoghi di culto cristiani. La strada d'accesso alla parrocchia latino-cattolica di San Giuseppe, dove andiamo, è disseminata di barriere e controllata dalle forze dell'ordine. Eppure la scuola, gestita dai Comboniani, è frequentata in maggioranza da allievi islamici. Il parroco, padre John Korir, un keniano, ci spiega che non ci sono distinzioni tra allievi cristiani e musulmani, che difatti vediamo giocare insieme festosi nel cortile. Suor Sarah Saleh Dakla, egiziana di Assuan, si spinge oltre; dice che anche gli islamici fondamentalisti portano lì i figli a studiare, consapevoli che solo nelle scuole cattoliche si può ottenere un livello di istruzione adeguato. La religiosa appartiene a una famiglia copta-ortodossa e tra i suoi parenti c'è chi è rimasto vittima della violenza. Ma i cristiani d'Egitto - afferma - accettano il martirio senza spirito di vendetta ed è questa la testimonianza più grande di fronte all'islam. Impressiona la serenità con cui da queste parti si vive il rapporto con la fede, che pure richiede di mettere in gioco tutto se stessi. La paura c'è, ma senza catastrofismi o eccessivi scoraggiamenti. "Il virus dell'integralismo non ha contagiato tutti i musulmani" sottolinea la religiosa durante la nostra chiacchierata. "Quando c'è un attentato contro i cristiani i primi ad accorrere sono spesso i vicini di casa musulmani e sono loro i più arrabbiati contro chi commette queste azioni in nome di Allah". La suora parla da cristiana e insieme da cittadina egiziana. Guai a separare i due ambiti.

Il 10% della popolazione egiziana è di cristiani copti

Vale ancora oggi la lettera a Diogneto del II secolo: "I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale". L'Egitto non sarebbe ciò che è senza la componente copta, circa otto milioni di persone, pari al 10% della popolazione, la più vasta comunità cristiana del Medio Oriente, presente nel Paese ben prima dell'arrivo dell'islam. La questione aperta è come far crescere, tra i cristiani d'Egitto e di tutto il Medio Oriente, una solida "cultura della cittadinanza", che accetti la simbiosi con il mondo arabo, ma allo stesso tempo lo aiuti a uscire dalla logica della vendetta e delle stragi e contribuisca a modificare la mentalità che favorisce l'affermarsi di sistemi totalitari. Oggi tutti, senza distinzione alcuna, possono finire nel tritacarne se considerati un pericolo al sistema di potere. D'altra parte, la paura del fondamentalismo blocca chi, come i cristiani, potrebbe innescare un cambiamento in positivo della società. La parentesi della presidenza Morsi, che portò al potere i Fratelli Musulmani, spaventò la minoranza copta, che in quel periodo vide erodere i propri spazi di autonomia e di sicurezza. Ma ora il rischio è che si mantenga uno status quo rispondente di fatto alla logica perversa dello "scontro di civiltà". La partita è aperta.

Enzo Romeo / Inviato Rai TG2 a Il Cairo


Enzo ROMEO: redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2017 - 4

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