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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  | Archivio 2016

GIUBILEO 2016 | Coraggio, figlio, ti sono rimessi i peccati (Mt 9,2).

Peccasto e perdono nella Bibbia
Mancare il bersaglio

In latino peccatum indica un'infrazione a una norma comunitaria che merita una punizione da parte di un'autorità (il sovrano, il magistrato, i genitori...). Ma in greco la parola è amartìa, che significa essenzialmente "mancare il bersaglio". Anche in ebraico la parola che di solito esprime il peccato è chatà, che significa "non raggiungere un obiettivo", "sbagliare strada". In Gd 20,16 chatà è usato per descrivere i frombolieri beniaminiti che con le loro fionde non mancavano neanche un bersaglio sottile come un capello. Il vero significato biblico del peccato, quindi, non è la trasgressione di un precetto, ma è il non raggiungere il bersaglio, lo scopo delle nostre azioni, cioè la pienezza della nostra vita. Dio ci dà i comandamenti non per metterci alla prova, ma per indicarci qual è la nostra felicità. È questo che viene evidenziato con chiarezza nel racconto della prima trasgressione: se gli uomini vorranno "mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male" (Gen 2,17), cioè decidere loro ciò che ritengono "buono e desiderabile" (Gen 3,6), andranno verso la sofferenza e la morte. Se invece si affidano a Dio, avranno la vita. Il peccato è credere che i nostri progetti possano essere migliori di quelli che Dio Padre, che ci ama follemente, ha previsto per noi. La cosiddetta "teologia delle due vie" fin dal libro del Deuteronomio (Dt 28; 30) ci ricorda che Dio è la felicità, è la vita: stare sulla via di Dio significa vivere la nostra realizzazione; allontanarsi da lui significa invece avviarsi verso cammini di angoscia e di morte. Quando pecco non "offendo" Dio, ma faccio un danno a me stesso.

La conversione

In ebraico la parola teshuvàh, "conversione", deriva dal verbo shùb, che significa "tornare sui propri passi": indica un cambiamento radicale, un'"inversione ad U" della propria vita. In greco "conversione" è metànoia, che deriva da mèta, "cambiare", e noùs, il pensiero, la mentalità: significa quindi cambiare la testa, il modo di pensare. Convertirsi è tornare alla strada della propria piena realizzazione. Ma non è volgersi ad una nuova etica, bensì ad una Persona: significa aderire a Gesù, farsi suoi discepoli, suoi amici, suoi intimi. "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15): è Gesù la Gioiosa notizia, la nostra felicità (Mc 1,1).

Il perdono, il massimo dei doni

Nel Simbolo apostolico proclamiamo: "Credo nella remissione dei peccati". "Per-donare" è il verbo "donare" al superlativo. Poiché Dio è Amore, è dono gratuito, la massima espressione di Dio è il perdono (Sir 2,18). La sua capacità di perdonare ci manifesta quanto il Dio biblico sia straordinario, meraviglioso, sorprendente. L'Anno della Misericordia deve essere occasione per noi di rottamare le false immagini di Dio che ci portiamo dentro, spesso mutuate da speculazioni filosofiche, per aderire alla stupefacente novità del Dio della Bibbia.
Innanzitutto il Dio che Gesù ci rivela non è giusto! Secondo il nostro concetto di giustizia, Dio infatti dovrebbe punire i peccatori: Dio invece mai castiga, ma sempre perdona. L'amore non è mai giusto: chi ama perde la capacità di essere oggettivo, e non vede i difetti dell'amato, anzi tende sempre a discolparlo. "Ogni scarrafone è bello a mamma sua": persino uno scarafaggio è bello per sua madre, recita un proverbio napoletano. Perché l'Amore "tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (1 Cor 13,7). Perciò Gesù non solo perdona i suoi crocifissori, ma addirittura li scusa: "Non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).
Dio poi non solo perdona, ma dimentica le nostre colpe (Ger 31,34; Is 43,25): la Scrittura dice che i nostri peccati vengono "gettati in fondo al mare" (Mi 7,19), saranno "dissipati come nube e come nuvola" (Is 44,22), diventeranno "bianchi come la neve e come la lana" (Is 1,18). Liberiamoci quindi da una visione pagana di un Dio giudice che alla fine della vita ci chiederà conto delle nostre colpe: egli infatti, ci dice la Bibbia, le dimentica completamente! Egli ci vedrà tutti "santi e immacolati" (Ef 1,4)! È davvero la fine di ogni logica meritocratica, che tanto spesso inquina la nostra spiritualità. Le immagini bibliche del "giudizio finale", con la felicità eterna dei buoni ("Regno dei cieli", "città santa che scende dal cielo", "banchetto di nozze"...) e la dannazione dei peccatori ("tenebre", "inferno", "fuoco eterno", "Gheenna", la discarica di Gerusalemme dove continuamente bruciavano le immondizie...), sono generi letterari che non intendono descriverci premi o punizioni a cui Dio ci destina, ma solo esprimere che chi ha scelto Dio, fonte della vita, avrà un'esistenza piena, mentre chi se ne è allontanato andrà verso la morte e la negatività (Mt 25,46).
Colpisce poi come Dio nella Scrittura non pretenda mai che l'uomo gli chieda perdono: chiede sì la conversione, cioè che l'uomo torni sulla via della propria felicità, ma mai che ci si scusi con lui (Lc 15,11-32). Il suo amore è tale che non si sente neanche offeso dai nostri peccati, come un padre o una madre che mai si sentono oltraggiati dagli sbagli dei figli, o un nonno dalle marachelle del nipotino, ma che piuttosto soffrono perché il figlio o il nipote hanno preso cattive strade, di infelicità e abiezione. Se Dio nella Bibbia non pretende mai che gli si chieda perdono, vuole però che sappiamo chiedere scusa ai fratelli, come ogni Papà che anela che i figli vivano in pace tra di loro (Mt 6,10). La sofferenza di Dio, il suo dispiacere, è la nostra mancata beatitudine, e non l'affronto a lui arrecato. A tanto giunge la grandezza della sua Misericordia!


Carlo MIGLIETTA / redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 5 

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