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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  | Archivio 2016


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Solo i monaci possono diventare coppia

Nel suo nuovo appassionante libro, Robert dimostra che la felicità di coppia non è un miraggio, ma una possibilità. Non basta però trovare la persona giusta, bisogna fare i passi giusti! In più è un libro rivolto a tutti.
Nessun panico! Non è una campagna per svuotare i monasteri! Non sto parlando di "monaci", ma mi baso sull'etimologia della parola. Monaco viene da monos e indica una persona una, unificata, riconciliata con sé. Sono convinto che solo chi è così può formare una coppia felice con un'altra persona. È un grande paradosso, ma ha proprio ragione Fromm quando afferma che "la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d'amare".
La coppia non può fondarsi su due invertebrati incapaci di stare in piedi da soli. La coppia non si fonda su due che si alleano per fuggire ognuno da sé, dalla propria non-vita. La coppia è una comunione di vita, non di due nullità.
Due mezze persone che si incontrano, non fanno una coppia, ma due metà che si accuseranno a vicenda delle mancanze della coppia. Uscirà fuori un mostro apocalittico con scenari apocalittici.
È necessario essere monos, uno, unificato e intonato per vivere l'unione, per non stonare nel duetto. Scrive il filosofo libanese René Habachi: "Una persona unificata è come uno strumento musicale accordato, con tutte le sue corde tese sullo stesso diapason, armonizzato al punto da poter entrare in concerto con un altro, in un accordo sempre più ricco e sempre più unificato. Solo a questo punto la persona è matura per l'amore, la voce dell'altro non la spaventerà, la sua presenza non la disintegrerà sconvolgendo il suo orientamento interiore".
Coloro che fuggono dalla solitudine e si rifugiano nella vita di coppia, si ritrovano con una solitudine più amara, perché priva della speranza illusoria di simbiosi perfetta che si nutriva prima dell'incontro.
L'amore di coppia consiste in "due solitudini che si proteggono l'una con l'altra, si sfiorano e si augurano il bene" (Rilke). Solo chi è così realista può vivere un grazioso e grato incontro con un'altra persona reale. Solo così la vita di coppia sarà un coronamento di una gioia, non un antidepressivo. Hai bisogno di un coniuge, non di un bue; di un soggetto complice, non di un complemento d'oggetto.
L'elogio della solitudine - l'ho detto già prima - non è un invito all'isolamento. Anzi, chi si isola si danna e si condanna al contrario della natura dell'uomo che è la comunione e l'incontro. C'è una paradossale correlazione tra solitudine e comunione. Non diventa se stesso chi costruisce muri intorno a sé. L'essere umano è un essere relazionale che si realizza nell'esporsi, non nel conservarsi sotto vuoto; nel dispensarsi e non nel darsi dispense. Il fine della solitudine è l'incontro e "Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza" (Paulo Coelho).

Non è bene che l'uomo sia single

Se questo "titoletto" vi sembra insensibile, perché sappiamo che non tutti sono "single per scelta", vi dico di più: l'ho usato come titolo di una conferenza che ho tenuto per un'associazione di single. Non era un tentato suicidio per far avere alla mia famiglia i proventi dell'assicurazione sulla vita (che non ho). Non è bene che l'uomo sia single: ne ero e ne sono profondamente convinto e, dato l'esito di quella conferenza - sì, ne sono uscito vivo! - penso di aver convinto anche qualcun altro. Non siamo fatti per vivere solo per noi stessi. Anche chi non ha avuto la fortuna (o l'infortunio… dipende dai punti di vista) di trovare un'altra persona con cui formare una coppia, è costituito per essere in relazione. Lo dico anche per chi vuole amare tanto se stesso! Ecco un paradosso: chi vuole davvero amare se stesso, non deve amare solo se stesso!
"Non è bene che l'uomo sia solo" (Gen 2,18). La qualità del mio essere è strettamente collegata alla qualità delle mie relazioni. Chi pretende realizzarsi senza relazionarsi è simile a un seme che vuole diventare albero senza entrare in contatto con la terra, l'acqua e il sole, senza venire spogliato dalla dirompenza della forza della vita che lo avvolge, lo stravolge e lo fa fiorire.
Il celibato non è né sinonimo né incentivo a diventare narcisisti. Tanta psicologia da due spicci si concentra sulla necessità di amare se stessi, ma fa di questo amore a sé un ripiegamento soffocante sul proprio ombelico. Chi ama se stesso in modo giusto non cede alla tentazione di annegare nelle sabbie (im)mobili dell'ego. È bene sempre ribadire che nessuno si salva da solo. Nessuno è felice nell'isolamento. Nessuno basta a se stesso. "Ciò che vogliamo di più è vivere la complementarietà. Non ci bastano salvezze private" (David H. Lawrence).


Robert CHEAIB / redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 5 

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