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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  | Archivio 2016


GIUBILEO 2016 |
La misericordia non bada ai meriti

Come annunciato sullo scorso numero ecco il primo contributo del dottor Carlo Miglietta medico torinese, padre di famiglia da oltre quarant'anni è impegnato nello studio biblico e nell'organizzazione di corsi sulla Scrittura, sul tema della Misericordia: un percorso di analisi e riflessione per vivere più in profondità questo anno giubilare voluto da Papa Francesco.
Quando Dio si rivela a Mosè, si manifesta come "Il Signore, Dio misericordioso e pietoso" (Es 34,6-7; cfr 3,14; 33,19). "Il mistero della Fede cristiana trova nella Misericordia la sua sintesi" (Papa Francesco). La parola ebraica che meglio designa la misericordia è rehamin, che esprime le viscere, che per i semiti sono la sede delle emozioni, il nostro "cuore": è una forma plurale di réhèm, il seno materno, l'utero femminile. Dio ci ama come una tenera Mamma, visceralmente, come il più appassionato degli innamorati: siamo la sua gioia (Is 62,5)!
Sarebbe già un immenso frutto del Giubileo se riuscissimo ad uscire da quella ""bestemmia" che è la teologia della soddisfazione" (E. Bianchi) secondo cui il primordiale peccato dell'uomo, essendo offesa a Dio infinito, poteva essere espiato solo da un sacrificio infinito: ecco quindi la morte in croce del Figlio, nella quale Dio è finalmente placato da una vittima infinita. Il Dio giudice terribile e sanguinario che viene presentato in questa visione teologica non è il Dio "Padre" (Mt 6,9), anzi, "Papalino, "Papi" (Rm 8,15), rivelatoci da Gesù, il Dio che "prova più gioia... per un peccatore convertito, che per novantanove giusti" (Lc 15,7), il "Dio Amore" (1 Gv 4,8).
Dio crea l'uomo solo per amore, per avere, come dice la Bibbia, una Fidanzata, una Sposa. Ma l'uomo, essendo "altro" da Dio, che è infinito ed eterno, è creatura, finita e mortale. Perciò, nel momento stesso in cui Dio fa l'uomo, pensa all'Incarnazione del Figlio, per la quale egli stesso si farà finito, per prendere su di sé il limite creaturale e trasfigurarlo nell'infinito divino (Gv 1). La croce non è il perfido strumento di un Dio vendicativo, ma la somma rivelazione dell'amore di un Dio che prende su di sé ogni sofferenza, ogni malattia, ogni morte, per divinizzare tutto il creato. Il sangue del Figlio non è pagamento di un debito, ma azione di liberazione di Dio verso gli uomini.

Gesù, giustificazione degli empi

Per gli ebrei, il sadiq, il "giusto", è colui che ha relazioni armoniose con Dio e con i fratelli, che vive rapporti di cordialità con tutti. La sedaqah, la "giustizia", è vivere relazioni profonde. Quando diciamo che "Dio è giusto", non intendiamo in senso occidentale che Dio premia i buoni e castiga i cattivi, ma che Dio entra in profonda relazione con tutti. Così quando affermiamo che "Dio ci giustifica" non intendiamo che ci rende "giusti", ma che entra in comunione amorosa con noi. E dire che "Cristo è la nostra giustizia" non significa vedere in lui il Giudice supremo, ma colui che ci mette in relazione con il Padre.
La misericordia di Dio è così sconvolgente che non è riservata ai buoni, ma è per tutti gli uomini, indipendentemente dalle loro virtù e dai loro meriti. Siamo di fronte ad un'enormità giudiziaria: l'assoluzione del reo (Rm 5,6-8). Dice Gesù: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,13); e addirittura: "Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo" (Gv 12,47; 6,39). Molti oggi vedono il purgatorio come una sorta di "tempo supplementare" che Dio concede dopo la morte a quanti lo hanno rifiutato in vita, per dare loro un'ulteriore possibilità di conversione. Ma che dire dell'inferno? La dottrina, sostenuta da molti Padri, dell'"apocatastasi", o "ristabilimento" o "reintegrazione", che trova il suo fondamento biblico in quei testi che proclamano che, alla fine dei tempi, "tutto sarà stato sottomesso al Figlio…, perché Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,27-28; cfr Col 1,19-20), affermava che l'inferno è una realtà temporanea, e alla fine vi sarà riconciliazione per tutti, compresi i demoni. Tale dottrina fu però condannata da vari Concili. Secondo la Chiesa esiste quindi la possibilità teorica che l'uomo dica un "no" permanente a Dio e che quindi, allontanandosi per sempre da Lui, fonte di gioia e di vita, si trovi in quella realtà di infelicità e di morte che noi chiamiamo "inferno". Ma praticamente è possibile che l'uomo rifiuti definitivamente un Dio tanto amabile, tanto affascinante? Da sempre, nella Chiesa, si trovano due linee di risposte. Da una parte ci sono i "giustizialisti", che sostengono che l'inferno è pieno dei tanti malvagi e violenti che infestano la terra. Dall'altra parte i cosiddetti "misericordiosi", che affermano che sì l'inferno esiste, ma che probabilmente è vuoto, perché è davvero difficile che l'uomo rifiuti Dio con piena avvertenza e deliberato consenso: spesso chi si oppone a Dio lo fa perché di lui ha avuto una visione distorta o una cattiva testimonianza da parte dei credenti, e quindi la sua responsabilità personale è limitata (Lc 23,34).

Il Paradiso uguale per tutti

La parabola che racconta che coloro che hanno lavorato un'ora sola nella vigna del Signore hanno la stessa ricompensa di quelli che vi hanno faticato dodici ore (Mt 20,1-12), afferma che in Paradiso non ci sarà meritocrazia: sarà una festa senza fine per tutti, senza distinzioni! "Così gli ultimi saranno i primi" (Mt 20,16): Dio ci vuole tutti primi, il suo amore immenso non sopporta che qualcuno sia in seconda fila, che abbia meno felicità, che rimpianga di non essere stato migliore. Come è difficile uscire dalla nostra consueta visione meritocratica della vita cristiana per lasciarci inondare dallo tsunami dell'Amore gratuito di Dio!

Carlo MIGLIETTA/ redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 3 

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