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Rivista Maria Ausiliatrice  |  Archivio RMA 2017


Uomo, creatura nata per l'immortalità


Tutte le religioni, con sfumature diverse, pongono l'accento sul fatto che la vita non si esaurisca con l'ultimo respiro. In occasione del 2 novembre, una riflessione su quanto la Bibbia afferma sul destino dell'uomo.

Che esista una vita oltre la morte e che l'esistenza non si esaurisca con l'ultimo respiro è convinzione diffusa, seppur con sfumature diverse, in tutte le religioni. Anche quelle che sembrano più lontane dalla tradizione cristiana, come lo Scintoismo o il Confucianesimo, prevedono riti e forme di culto per invocare la protezione e la benevolenza degli antenati. Se la percezione che non tutto si esaurisca con la morte pare condivisa da larga parte dell'umanità, le idee su che cosa attendersi dopo il trapasso sono assai diverse. La ricorrenza della Commemorazione dei defunti può rappresentare un'occasione per riflettere su quanto, nel corso dei millenni, la Bibbia ha proposto e propone sul destino dell'uomo.

Dalle tenebre dello "sheol"…

L'Antico Testamento descrive essenzialmente due tipi di realtà che attendono l'essere umano dopo la morte. La più arcaica - che compare per la prima volta nel sedicesimo capitolo del Libro dei Numeri e può essere collocata intorno al 1500 a. C. - immagina che tutti i morti discendano nello "Sheol" (in greco "Ade", in latino "Inferi"), l'immensa profondità della Terra. E che lì sia i buoni sia i cattivi, senza distinzione, conducano una sopravvivenza tetra e noiosa, senza neppure la possibilità di lodare Dio. Lo testimoniano - tra tanti - i versi del Salmo 6 in cui Davide dice a Dio: "Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli Inferi canta le tue lodi?" e quelli del Salmo 88, in cui Davide domanda a Dio: "Compi forse prodigi tra i morti? O sorgono le ombre a darti lode? Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli Inferi?".
La più moderna - che prende forma nella seconda parte del Vecchio Testamento anche in seguito alla terribile esperienza della deportazione del popolo ebraico a Babilonia, avvenuta intorno al 590 a. C - prevede la possibilità di ricompense per i buoni e di castighi per i cattivi e l'eventualità di risorgere. Come sottolineano alcuni versetti del terzo capitolo del Libro della Sapienza, "Dio ha creato l'uomo per l'immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà".

… alla resurrezione di Gesù

Con il Nuovo Testamento la prospettiva cambia e acquista credibilità: con la resurrezione di Gesù quello che sembrava una possibilità si tramuta in certezza. E la Pasqua, l'annuncio di Gesù risorto, diventa il cuore del Cristianesimo e la "buona notizia" attorno a cui ruota la predicazione degli apostoli e la diffusione del Vangelo. Un evento così importante che fa scrivere a san Paolo, nel quindicesimo capitolo della prima lettera ai cristiani della comunità di Corinto: "Se non credete che Cristo è resuscitato è vana la vostra fede".
Nella vita, morte e resurrezione di Gesù il cristiano trova il senso e la certezza della propria esistenza, la testimonianza vivente che chi possiede la fede, la determinazione e il coraggio di seguire fino in fondo il progetto che Dio ha per lui e di "fare la Sua volontà affinché venga il Suo Regno", è in grado di sconfiggere anche la morte.
Come narrano i primi capitoli del Libro della Genesi, fin dall'eternità Dio ha per ogni uomo un progetto di felicità, di pienezza e di gioia. Con il peccato, però, egli si lascia ingannare, ha paura e si allontana da Dio. Tale allontanamento lo conduce alla sofferenza, alla fatica, al dolore e alla paura della morte. E proprio per mostrargli la via da percorrere e rivelargli la certezza concreta di una vita oltre la morte Gesù, vero Dio e vero uomo, ha scelto d'incarnarsi.


Ezio RISATTI SDB / redazione.rivista@ausiliatrice.net

Rivista Maria Ausiliatrice 2017 - 6

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