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QUELLA NOTTE A BETLEMME

Quella notte a Betlemme

Racconto di Natale, con gli occhi di Maria

Buon Natale a tutti voi! Questa volta ho pensato di raccontarvi un pezzo della mia vita, con parole adatte ai vostri tempi.
Un giorno Giuseppe rientra dalla sinagoga. Giuseppe è il mio sposo: fa il falegname ed è buono e paziente. Ebbene, quel shabbat arriva impensierito. Dice: "I poveri pagano sempre per tutti". Lui è sempre stato di poche parole, così penso che qualcuno non voglia pagargli qualche lavoro. Lui continua: "Hanno detto che l'imperatore vuol fare un censimento". Non è bello sapere in quanti siamo rimasti ebrei? Risponde: "Sapere quanti siamo significa anche sapere quante coorti romane devono stare qui, quante tasse ci faranno pagare… E finisce che gli amici e gli amici degli amici pagano niente, e noi invece…". Non è una novità. Così, oltre alla tassa per il Tempio, avremo nuovi tributi da dare a Cesare. Aggiunge: "Non basta. Siccome io sono della famiglia di Davide, dovremo farci registrare a Betlemme". Lo guardo stralunata. Sino in Giudea? Ma io sono incinta! Questione di giorni e nasce il bambino, anzi il Bambino. Come posso fare il viaggio in queste condizioni? Dove dormiremo? Come mangeremo? Non meravigliatevi di queste mie domande. So che la potenza dell'Altissimo è su di noi, ma un po' di concretezza (femminile) non penso disturbi. Lui allarga le braccia: "Prepariamoci". Mi guardo attorno. Poche cose: una tunica e uno scialle di ricambio, le fasce da neonato, un otre per l'acqua durante il viaggio, un po' di fieno per il nostro asino… Accostiamo la porta di casa. E via. Senza parole.

Una grotta per riposarsi

Non vi racconto il viaggio. Da Nazareth a Betlemme sono grosso modo i vostri 150 chilometri. Tutti su mulattiere, sassose e tortuose proprio perché collegano villaggi e campi. Eppure scelte perché lontane dalla più rischiosa strada litoranea o da quelle montuose della Samaria. Certo, in due-tre villaggi qualche donna mi ha offerto un pezzo di pane azzimo e da bere, ma il viaggio è da dimenticare. E il bello, si fa per dire, deve ancora arrivare.
Quando finalmente entriamo a Betlemme, troviamo il caos. E l'albergo, anzi il caravanserraglio? Ai lati poche stanze già tutte occupate, un porticato per riparasi dal freddo della notte, e le bestie mescolate nel cortile in mezzo. Gente che mangia, che canta, che parla di soldi e dei romani. Sudiciume. Odori di ogni tipo. Giuseppe si guarda attorno, amareggiato. Non se l'aspettava così la "sua" Betlemme. "Andiamo via", dice. Di nuovo sull'asino. Anche la nostra bestia sognava un po' di riposo e invece… Poco fuori dal villaggio un uomo ci indica una grotta. Ci sistemiamo come possiamo. C'è anche un bue. Ci riscaldiamo al suo calore. Per fortuna non c'è la confusione di prima.

Proprio adesso l'incredibile

Giuseppe e io tiriamo un sospiro di sollievo: sinora tutto è andato bene. Proprio mentre stiamo per addormentarci, ecco le doglie. Proprio adesso, mi vien da dire. E pochi minuti dopo, eccomi con il mio, scusate, con il nostro Gesù tra le braccia: un fagottino che strilla, da fasciare subito. Sono spossata. Lo sistemo nella mangiatoia: il bue e il nostro asinello lo riscaldano con il loro calore. Non mi sembra vero: questo "mio" bimbo, nato in queste condizioni, "sarà chiamato Figlio dell'Altissimo e il suo regno non avrà fine". Com'è possibile? Anche Giuseppe è attonito: intuisce che è accaduto qualcosa di straordinario.

Il pastorello con il Regalo

Mentre tutti e due siamo ancora indaffarati, arrivano alcuni pastori. Un altro imprevisto, penso. Non vorrei ci mandassero via. Si avvicinano, e mi preoccupo: noi ebrei li consideriamo impuri per il loro lavoro. Invece ci raccontano di angeli e di luci, e capiamo - sì, capiamo, ma con quanta fatica! - che stiamo vivendo qualcosa di incredibile. Loro, gli impuri, sono i primi a vedere Gesù: dunque, basta differenze tra gli uomini.
Un pastorello all'ingresso della grotta ci guarda cercando di non farsi notare. Gli faccio segno di avvicinarsi. "Non ho niente da darvi - sussurra dispiaciuto - Sono l'unico a mani vuote!". Allora, gli dico, mentre io preparo le fasce per cambiare Gesù, tu tieni il Bambino tra le braccia. Un sorriso gli esplode in viso e piange di gioia: lui, senza doni, è il primo a ricevere il Regalo dell'Altissimo. Un altro segno. Forse anche per questo, adesso anch'io sento gli angeli cantare "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Giuseppe mi guarda. La sua mano destra stringe forte la mia. Piangiamo. Sì, piangiamo di gioia anche noi.
E dopo?, mi chiederà qualche lettore. Una maternità mica facile la mia. Tutti e tre scappiamo subito in Egitto, a causa di Erode. Poi, torniamo a Nazareth e lì rimedito a tutte queste cose. Quello che è successo dopo, ve lo racconterò un'altra volta. Per adesso, buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie.

P.S. - Cari amici, se questo racconto vi è piaciuto, leggetelo insieme ai vostri figli e nipotini. Alla fine, fate loro una carezza e dite a ciascuno: "Maria, la mamma di Gesù, è Ausiliatrice: vuole bene a Lui come a te. Sì, proprio come a te".


Da un'idea di Lorenzo BORTOLIN / redazione.rivista@ausiliatrice.net

Rivista Maria Ausiliatrice 2017 - 6

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