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VANGELO / Gesù ci conosce, ci guida e ci ama uno per uno


Gesù ci conosce, ci guida e ci ama uno per uno
"Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio". (Gv 10,11-18)


Nelle domeniche successive alla Pasqua la liturgia propone i brani di Giovanni in cui la "spiegazione" che Gesù offre della risurrezione da morte acquista il proprio senso completo: Gesù Cristo, e solo lui, è "mediatore" fra la vita degli uomini e il progetto di Dio sull'universo. La sua passione, morte e risurrezione appaiono come i tasselli di un unico mosaico, le pietre miliari di un cammino che ha una direzione, e un senso: si tratta di portare nella vita del mondo la "conoscenza della salvezza", come è detto nella preghiera del "Benedictus" (Lc 1,67).
Solamente nel nome di Gesù la Chiesa ha senso, la sua presenza diventa salvezza per gli uomini di ogni generazione: è questo il senso principale della prima lettura, in cui Pietro dichiara e spiega agli Ebrei che il miracolo è avvenuto proprio nel nome di quel Gesù "che voi avete crocifisso" (At 4, 10); quel Gesù che è come la pietra scartata dai costruttori divenuta testata d'angolo, fondamento della costruzione del nuovo "tempio" che è il Cristo stesso, il suo corpo mistico (Gv. 2,19).
Un'osservazione su Pietro. Egli parla ai capi del popolo "pieno di Spirito Santo" (At 4,8). È lo stesso Pietro che non ha voluto riconoscersi discepolo del Signore nella notte del processo; lo stesso Pietro che ha seguito Gesù senza capire fino in fondo il senso di quella chiamata. Sul monte della Trasfigurazione Pietro appare come un fanciullo che ha finalmente scoperto il Paradiso, vorrebbe fermarsi lì per sempre, perché si sta bene… Solo dopo la risurrezione Pietro ha "aperto gli occhi", ha capito. E ancora, tuttavia, è lo Spirito Santo a parlare in lui, a illuminare il senso del messaggio di Gesù. Tante volte, allo stesso modo di Pietro, la nostra fede si mantiene "cieca", incapace di compiere quei piccoli passi che dopo appaiono ovvi. Forse accade perché siamo troppo abituati a considerare la fede come qualcosa che riguarda soltanto noi stessi, senza invece avere sempre la coscienza che Dio è presente in ogni momento al nostro fianco; e che la nostra stessa fede - come la vita - è dono gratuito del Signore, ben più che "conquista" delle nostre forze.

Pecore. Chi? Noi?

Non siamo per niente abituati a considerarci "pecore". Ci dà fastidio pensarci intruppati in qualunque massa, perché sentiamo così forte la nostra individualità: e spesso confondiamo il nostro essere unici (perché siamo unici e irripetibili) con l'individualismo. Ecco perché è tanto faticoso stare nella Chiesa, vivere la fede dentro la Chiesa; ecco perché incontrano tanto successo le religioni "fai-da-te", in cui il è il fascino dell'emergere dalla massa a determinare la coscienza religiosa.
Pecora e pastore sono parole passate di moda, quasi imbarazzanti. Un poco dipende dai cambiamenti nella vita: una volta il mondo era fatto di campagne, e il linguaggio si fondava sulle immagini che tutti avevano sotto gli occhi. Gesù diceva "campo", "pastore", "guardiano", e tutti capivano che cosa intendeva. Oggi si portano i bambini delle scuole negli "agriturismi", perché vedano almeno una volta com'è fatta la natura, chi sono le galline e le mucche…

Comunque bisognosi di una guida

Il linguaggio e il progresso ci allontanano dall'immediatezza dell'immagine del pastore, ma non dalla sua sostanza: la fede continua ad essere, oggi come duemila anni fa (e prima ancora, fin da Abramo) il riconoscersi "bisognosi di Dio", di una guida che sia lì non solo perché è pagata per farlo, come il "mercenario" (v.12), ma perché ama profondamente le "pecore" che gli sono affidate. Gesù ripropone esattamente questa realtà di interdipendenza: il pastore a servizio delle pecore, e le pecore che lo "conoscono" come pastore (v.14), sanno di aver bisogno di lui. La Chiesa fedele al Signore contina ad essere, anche oggi, essenzialmente questo: i figli di Dio riuniti intorno al pastore.
Ed è in questo contesto che il Vangelo di Giovanni configura la missione universale del Cristo (e della Chiesa) nella storia: il raggiungere quelle "altre pecore che non sono di quest'ovile" (v. 16), affinché diventino un solo gregge e un solo pastore.


Marco BONATTI / redazione.rivista@ausiliatrice.net

Rivista Maria Ausiliatrice 2018 - 2

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