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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2017

Oltre la morte di Dio. La fede alla prova del dubbio

Oltre la morte di Dio. La fede alla prova del dubbio

Cerco Dio

Non avete sentito parlare di quell'uomo folle che nel chiaro mattino accese una lanterna, corse al mercato e si mise a gridare senza posa: "Cerco Dio! Cerco Dio!"? Poiché proprio lì si trovavano radunati molti di quelli che non credevano in Dio, la sua apparizione suscitò grandi risate. "Qualcuno l'ha forse perduto?", disse uno. "Si è smarrito come un bambino?", disse l'altro. "O se ne sta nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato sulla nave? È emigrato?" - così gridavano e ridevano fra loro (1) . Così inizia il famoso aforisma 125, noto come "aforisma dell'uomo folle", della Gaia scienza di Nietzsche, uno dei suoi testi più famosi e che costituisce, per così dire, il suo manifesto narrativo della morte di Dio. Attraverso il folle, Nietzsche invita l'uomo a rendersi conto della propria grandezza che gli ha permesso di uccidere Dio stesso. Il folle invita gli ignari assassini di Dio a capacitarsi di questo fatto capitale. Per lui, se l'uomo ha ucciso Dio, deve farsi dio egli stesso, deve farsi superuomo (Übermensch). Chiaro: camminiamo, con queste riflessioni, per andare oltre la morte di Dio. Cito la parabola dell'uomo folle per mettere in luce la gravità con la quale questi pone la questione della sparizione di Dio dall'orizzonte dell'uomo. Nel tipico stile pluristratificato del pensiero di Nietzsche, troviamo in questo testo - forse contro l'intento esplicito del suo autore - un invito a non prendere alla leggera l'idea della morte di Dio, del far a meno di Dio. A prescindere dalle sue conclusioni, l'uomo folle ci interpella a non passare oltre questa notizia capitale come uno dei tanti titoli di notiziario che ci interessano per quell'attimo fuggente, attimo che cerchiamo di riempire con curiosità frivole per distrarci dalle domande fondamentali dell'esistere umano e per fuggire da noi stessi.

Dobbiamo diventare all'altezza della nostra esistenza

Come con i suoi superficiali contemporanei, anche oggi l'uomo folle piomba in mezzo a noi, ci trapassa con lo sguardo e ci interroga: "Dov'è andato Dio?". Ci interpella e ci obbliga a interrogarci sottolineando il vuoto che ha lasciato l'eclissi indotta di Dio nella nostra terra che abbiamo sciolto dalla catena del suo sole. Ci pone dinanzi al gesto tremendo che abbiamo effettuato con prosaica noncuranza, cancellando con la spugna l'orizzonte. Come abbiamo fatto? - risuonano accusatrici le parole dell'uomo folle - Come abbiamo potuto bere il mare? Chi ci ha dato la spugna per cancellare tutto l'orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando abbiamo sciolto questa terra dalla catena del suo sole? In che direzione essa si muove adesso? In che direzione ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non precipitiamo continuamente? E all'indietro, ai lati, in avanti, da tutte le parti? C'è ancora un sopra e un sotto? Non vaghiamo come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non viene continuamente la notte e più notte? Non bisogna accendere lanterne di mattina? (2). Le sue domande sono pungenti e ci risvegliano al peso della responsabilità dalle proporzioni enormi che abbiamo nei confronti degli interrogativi radicali dell'esistenza: da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? Esiste Dio? Esiste l'anima? Ecc.. Il folle di Nietzsche ci stuzzica ad essere all'altezza della nostra esistenza perché una vita senza ricerca non è degna dell'uomo, non è degna di essere vissuta (3) . "Dove ti trovi, lì scava in profondo! Là sotto sta la sorgente" (4) . È sempre Nietzsche che ci interpella, ci spinge a cercare, a non affondare nel banale, bensì ad andare fino in fondo non accontentandoci di surrogati di risposta. Norberto Bobbio, un altro filosofo ateo, affermava: "La differenza rilevante per me non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti; ovvero tra coloro che riflettono sui veri perché e gli indifferenti che non riflettono" (5).

Cerco l'uomo

Possiamo forse - almeno apparentemente - sottacere la domanda su Dio, ma un'altra domanda rimane insita nella nostra essenza umana, la domanda, appunto, sull'uomo. Questa domanda grida in noi. Questa domanda è noi. Questa domanda ci trasforma in grido! L'uomo folle di Nietzsche rievoca spontaneamente il filosofo cinico Diogene. Anche questi, tra la folla distratta del mercato, con il lanternino in mano, cercava. Il folle di Nietzsche cercava Dio. Diogene, invece, gridava: "Cerco l'uomo". E non è forse questa domanda un'eco, seppure lontano, di quella domanda che Dio rivolge all'umano: "Dove sei?" (6). Una domanda rivolta all'uomo di tutti i tempi per risvegliarlo al senso di se stesso e di colui che l'ha fatto. A ben vedere, i due "ricercati" sono strettamente collegati. Quando si perde di vista l'uomo si perde Dio. Quando si perde il senso di Dio, il senso dell'infinito, si perde il senso dell'esistenza umana, perché "come un albero sradicato dal terreno, come un fiume allontanato dalla propria sorgente, l'anima umana deperisce se viene recisa da ciò che è più grande di lei" (7) . Da un lato, la domanda su Dio diventa o troppo astratta o troppo crudele (si veda il fondamentalismo religioso e il terrorismo di matrice religiosa) se perde di vista l'uomo, se non implica umanizzazione, se non interpella più l'umano e non lo eleva all'altezza della sua vocazione. Dall'altro lato, l'uomo si comprende solo sullo sfondo dell'eterno, dell'infinito, dell'oltre. Motivo per cui, nella morsa stretta del finito e dell'effimero l'uomo soffoca, soffre di denutrizione esistenziale, perde il terreno da sotto i propri piedi. L'uomo senza orizzonte è esposto - che ne abbia coscienza o meno - all'angoscia claustrofobica della fine senza finalità, dell'interruzione d'orizzonte, dell'aborto esistenziale indeprecabile, è esposto all'angoscia della morte che interrompe tutti i suoi sentieri e vanifica ogni suo sentire. Dinanzi all'orizzonte della morte, l'uomo è simile a un corridore in un gioco perverso dove si trova a dover correre a piena velocità al buio sapendo che, nella sua corsa e da un momento all'altro, troverà un muro di filo spinato su cui si schianterà ridicolmente, ma fatalmente. Le due ricerche - quella di Dio e quella dell'uomo - si sorreggono a vicenda. Esse sono come due ali che mantengono il planare dello spirito umano a un'altezza degna del proprio volo. In entrambi gli episodi, la lanterna è usata in pieno giorno per denunciare un'illusione: quella del sapere scontato delle cose. Ci illudiamo di sapere cosa sia l'uomo come ci illudiamo di sapere chi sia Dio, e proprio a causa di questo riduzionismo non conosciamo né Dio né l'uomo. C'è addirittura chi nega Dio, chi è a-teo, senza nemmeno essersi fatto un'idea, un'affermazione, sul Dio che nega. Le lanterne in pieno giorno ricordano che non tutto ciò su cui cade la luce del sole è necessariamente illuminato. Anzi, ciò che è noto, sovente non è conosciuto (8) . Ciò che abbiamo sempre davanti agli occhi è spesso ciò che più ci sfugge. Nel caso specifico dell'aforisma dell'uomo folle, la lanterna sta a indicare che la terra, il mondo della creatura umana, si è sganciata dal sole, abbracciando il suo buio, il suo eterno precipitare, il suo abisso del nulla (9) . Dopo l'uccisione di Dio nella coscienza dell'uomo, l'uomo non si scopre forse come una "passione inutile"? (10). O come una quantité négligeable, come poca cosa per essere preso sul serio? Con l'eclissi dell'orizzonte infinito sappiamo cosa fa l'uomo, ma non sappiamo cosa sia, cosa significhi. Chi è l'uomo? Dov'è l'uomo? Il folle di Nietzsche sembra suggerirci che stiamo sprofondando in un infinito nulla. Recidendo sé da Dio, suo Creatore, l'uomo ha imitato il boscaiolo che si siede sul ramo che vuole tagliare. Questo accade, poiché lì egli si trova più comodo per poterlo segare nel suo punto d'innesto col tronco. Ma se chi taglia non si ferma in tempo, cade anch'egli insieme al ramo. Tanto meglio se è nell'acqua, come un contadino di mia conoscenza.

Forti correlazioni tra morte di Dio e fine dell'uomo

La liberazione profetizzata a partire dal XIX secolo ha assunto il carattere di una caduta libera. Michel Foucault analizza in questo modo tale concatenarsi di cose: "Ai nostri giorni, non è tanto la morte di Dio che si è affermata, quanto invece la fine dell'uomo. [...] La morte di Dio e la fine dell'uomo hanno forti correlazioni. [...] Secondo Nietzsche, è l'ultimo uomo che annuncia di aver ucciso Dio. Ma, dal momento che lo ha ucciso, è lui stesso che deve rendere ragione della sua finitezza. [...]. Più che la morte di Dio, o piuttosto sulla sua scia e secondo una profonda correlazione con essa, ciò che il pensiero di Nietzsche annuncia, è la fine del suo omicida" (11). (continua) / Robert Cheaib

note:

1 F.W. NIETZSCHE, La gaia scienza, in ID., Opere filosofiche, vol. I, Utet, Torino 202, 206-207.
2 Ibid., 207.
3 Cf. PLATONE, Apologia di Socrate 38A.
4 F.W. NIETZSCHE, La gaia scienza, 93.
5 L'espressione, probabilmente orale, è citata sovente da Carlo Maria Martini. Si veda C.M. MARTINI, Le cattedre dei non credenti, Bompiani, Milano 2015, 195.
6 Gen 3,9.
7 A.J. HESCHEL, L'uomo alla ricerca di Dio, Qiqajon, Magnano (VC) 1995, 18.
8 Cf. G.W.F. HEGEL, La fenomenologia dello spirito, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1984, 25.
9 Cf. J. WERBICK, Essere responsabili della fede. Una teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 2002, 40.
10 J.-P. SARTRE, L'Etre et le Néant. Essai d'ontologie phénoménologique, Gallimard, Poitiers 1966, 708.
11 Cf. R. LAURENTIN, Dio esiste. Ecco le prove, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1997, 11-12


Robert CHEAIB / redazione.rivista@ausiliatrice.net

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