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RIVISTA MARIA AUSILIATRICE   |  RMA Archivio 2016

GIUBILEO 2016   | MISERICORDIA E CONVERSIONE: QUALE IMMAGINE DI DIO?


Prosegue il cammino di approfondimento sulla misericordia proposto dal biblista torinese Carlo Miglietta. Dalla parabola del Padre misericordioso un invito a ripensare al nostro rapporto con Dio e con il peccato.

Non giudice vendicativo, ma padre "esagerato".

Al capitolo quindici del suo Vangelo, Luca, con le tre "parabole della misericordia" (la pecora perduta, la moneta smarrita, il Padre misericordioso), ci offre il cuore della Buona Notizia: il Vangelo nel Vangelo.

Un Dio gioioso e festante

Le tre parabole sottolineano la gioia di Dio per la conversione del peccatore: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti" (Lc 15,7); "C'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte" (Lc 15,10); "Facciamo festa, perché questo mio figlio era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,23-24.32). Il tema della gioia percorre tutto il capitolo 15 di Luca, ricorrendo ben otto volte. Il discorso quindi non è morale ma teologico: l'attenzione delle parabole non è sul pentimento dell'uomo, ma sulla gioia di Dio. Non viene più presentato un Dio severo e accigliato che attende di punire i cattivi, ma un Dio allegro e festante che vuole riabbracciare i suoi figli perduti.

Un Amore fuori di ogni logica

La parabola del "figliol prodigo", o meglio, del "Padre misericordioso", è stata definita "la perla delle parabole". Al suo centro c'è la teologia di Paolo, di cui Luca era collaboratore e medico, sulla giustificazione per la sola grazia di Dio e non per le opere, e la difficoltà da parte della prima Chiesa di accettare che fosse annunciata ai pagani una salvezza che non passava più dall'osservanza della Legge ma solo dall'adesione a Gesù. Fu un processo non certo indolore convertirsi da una religiosità fatta di osservanze a una Fede in un Dio Misericordia che gratuitamente salva tutti, ebrei e pagani, buoni e cattivi, giusti e peccatori.
Analizziamone la splendida dinamica. Sconcertante è l'atteggiamento del padre, "che rifiuta persino di indagare sui progetti, sulle intenzioni del secondogenito. Il suo comportamento rischia di essere tacciato di debolezza: è invece solo frutto di un grande (cieco) amore" (O. da Spinetoli). Ma il figlio prodigo, giunto al fondo del suo percorso di abiezione, perché decide di tornare? Per interesse: "Io qui muoio di fame!" (Lc 15,17). "Bisogna subito sfatare una mitologia che vede in questo "ritorno / rientro in sé" il principio di una conversione, al punto di presentare il "figliol prodigo" come modello del convertito. Non è così! Il figlio non è pentito di ciò che ha fatto. Egli, di fronte a tutte le porte chiuse, intravede una sola possibilità: sfruttare ancora una volta il padre" (P. Farinella).
"Il padre commosso gli corse incontro" (Lc 15,20): per la cultura orientale un padre, o chiunque eserciti l'autorità, che si metta a correre perde la sua onorabilità (Sir 19,27; Pr 19,2). Inoltre "il figlio è un guardiano dei porci, è impuro. Il padre gli si getta al collo lo stesso: accetta di prendersi la lordura, l'impurità del figlio, pur di trasmettergli la vita" (A. Maggi).
Il figlio comincia a recitare la formula di pentimento che aveva elaborato, ma "il padre non lo lascia finire, impazzito di gioia: "Questo mio figlio era morto ed è risuscitato! Era perduto ed è stato ritrovato! Mio figlio! Mio figlio!"" (R. Reviglio). "I Vangeli fanno capire che la cosa più inutile è chiedere perdono a Dio: mai Gesù invita i peccatori a chiedere perdono a Dio, perché Dio mai perdona, perché mai si sente offeso. Dio è amore e concede il suo amore a tutti, indipendentemente dalla loro condotta. Se è vero che mai Gesù invita a chiedere perdono a Dio, insistentemente invita gli uomini a chiedere perdono agli altri" (A. Maggi).
Le azioni poi che il Padre compie ci lasciano davvero stupefatti. Il figlio dissoluto è subito reintegrato in tutti i diritti di prima, con un vero rito di investitura, attraverso tre simboli: la veste, segno di dignità, l'anello al dito, cioè il sigillo, con cui il figlio poteva compiere tutti gli atti giuridici e amministrativi (era la firma sul conto bancario, la carta di credito a valenza illimitata, il libretto degli assegni), e i calzari, segno di adozione filiale (Dt 25,7-10). Il figliol prodigo è ora ufficialmente proclamato Signore, Padrone, e colui che darà una discendenza al padre.
È ben comprensibile la reazione del figlio maggiore, il quale vede il restante capitale ora ridiviso in due, e che a lui, sempre ligio all'obbedienza nella casa paterna, toccherà ormai solo un quarto dei beni che il padre aveva all'inizio. Il figlio maggiore si sente profondamente leso nei suoi diritti: se facesse ricorso a qualunque tribunale contro questa abnorme ripartizione ereditaria, vincerebbe certamente la causa. Ma la logica del Padre non è quella della giustizia umana: è quella dell'amore, del perdono incondizionato, della grazia assoluta. Il Padre è modello di Amore anche verso il figlio perbenista e giustizialista. Fa lui il primo passo, uscendogli incontro; inoltre egli, che non aveva fatto nessun discorso al figlio minore quando questi se ne voleva andare, ora supplica, scongiura (Lc 15,28) il primogenito a recedere dal suo irrigidimento.

Un finale aperto

Luca non ci suggerisce nessun epilogo della storia. Forse perché vuole ricordare a tutti i suoi ascoltatori che ciascuno di noi può essere sia il figlio dissoluto e peccatore che il fratello giustizialista che non lascia spazio alla misericordia del Padre. Forse in ciascuno di noi ci sono tutte e due queste dimensioni. "Il primo passo di ogni conversione è proprio il rivedere l'idea che ci facciamo di Dio: non è un controllore esoso e vendicativo, ma una casa accogliente dove si fa festa con musica e danze" (D. Pezzini). "Di "prodigo", esagerato, qui c'è solo il Padre" (P. Curtaz).


Carlo MIGLIETTA: redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2016 - 4

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