L’INCORONAZIONE DEL QUADRO
DI MARIA AUSILIATRICE a TORINO-VALDOCCO

Il 17 maggio ricorre il primo Centenario dell’Incoronazione del quadro di Maria Ausiliatrice del nostro Santuario. La squillante sintesi di Don Eugenio Ceria, grande storico di Don Bosco ci fa pregustare il solenne evento.
L’idea dell’Incoronazione venne da Don Secondo Marchisio, Rettore del Santuario. Egli era stato formato a Valdocco da Don Bosco ed era devotissimo di Maria Ausiliatrice.


Giubileo papale

Il 20 febbraio 1902, il Papa Leone XIII era entrato nel suo venticinquesimo anno di Pontificato. La straordinarietà del fatto spinse il mondo cattolico a festeggiare solennemente quel giubileo papale, trattandosi di un Papa universalmente ammirato e venerato.
Il Bollettino Salesiano, lanciò la proposta di raccogliere in tutti gli Oratori, istituti e collegi sia salesiani sia delle Figlie di Maria Ausiliatrice, una grande sottoscrizione per formare un Album da presentare a Leone XIII insieme all’obolo di San Pietro. Ogni giovane era invitato ad offrire almeno dieci centesimi.
Si raccolsero circa 70.000 firme in un Album in due volumi e le offerte raggiunsero la somma di 12.400 lire.
Don Rua pensò di recarsi personalmente dal Papa, per presentargli l’Album con l’obolo e la supplica per ottenere l’Incoronazione della Madonna. Così andò a Roma accompagnato da quattro sacerdoti salesiani e quattro giovani dell’Oratorio – due studenti e due artigiani – eletti con votazione segreta dai loro compagni. A Roma vi si aggiunse il Procuratore dei Salesiani, Don Marengo, con due giovani, che rappresentassero l’Ospizio del S. Cuore.
L’udienza speciale fu concessa il 5 gennaio 1903.
Il Papa accolse molto benevolmente la delegazione dei Salesiani e dei giovani. Espresse la sua profonda ammirazione per la Congregazione Salesiana e per la Pia Unione dei Cooperatori e Cooperatrici, così benemerita per la “conservazione della fede in molti Paesi” e per “la diffusione della devozione all’Ausiliatrice”, perciò concesse assai volentieri l’Incoronazione del quadro dell’Ausiliatrice.
Con Bolla pontificia, giunta a Torino il 17 febbraio, il Papa dava al Card. Agostino Richelmy “l’incarico d’incoronare l’immagine” della Madonna.

Fervore di preparativi

Don Rua ne diede immediata comunicazione ai Salesiani e ai Cooperatori. Ai Salesiani additava nell’atto del Pontefice un “prezioso documento dell’affetto che Leone XIII nutriva per i Salesiani”; ricordava pure come la nostra “Società doveva tutto a Maria Ausiliatrice”.
Appena si diffuse la notizia in Torino, circolò questa parola d’ordine: tocca alle donne mettersi alla testa del movimento per preparare degni festeggiamenti.
Gentildonne e nobili signore della città si riunirono, sotto la presidenza di Mons. Luigi Spandre, Vescovo Ausiliare di Torino e già allievo di Don Bosco all’Oratorio. Il Barone Antonio Manno spiegò la natura dell’onore che s’intendeva rendere a Maria Ausiliatrice, il significato dell’atto pontificio e la necessità che le signore si facessero propagatrici per raccogliere fondi, perché l’avvenimento risultasse di una solennità senza pari.
Il Comitato delle signore torinesi lanciò un appello mondiale alle Cooperatrici salesiane, invitate a rivendicare a sé l’onore di offrire le corone.

Bellezza delle corone

Durante il terzo Congresso dei Cooperatori Salesiani, le corone di Gesù Bambino e di Maria Ausiliatrice stavano già esposte nelle vetrine del gioielliere Antonio Carmagnola, che vi aveva messo tutta la sua non comune abilità, associando alla ricchezza e allo splendore la severità e la grazia.
Erano in stile classico del Rinascimento, completamente in oro fino, giallo opaco, ottenuto con la fusione d’anelli, orecchini, catenelle e simili ornamenti, inviati da persone devote di Maria Ausiliatrice. Particolare interessante era la stella posta sopra la corona della Vergine. Tale stella voleva essere il simbolo di Maria che salutiamo nelle litanie Lauretane quale Stella mattutina, richiamando così alla mente dei devoti la celebre esortazione di S. Bernardo: Respice stellam, voca Mariam: volgiti alla stella, invoca Maria.
La decorazione della Basilica era imponente. Un damasco rosso nuovo, ricamato a fiori d’argento, girava tutto intorno alla vasta navata. Quattordici splendidi lampadari con centinaia di lampadine elettriche avrebbero inondato di luce il Santuario.
Non mancò l’omaggio floreale. La periodica Esposizione dei Fiori a Torino, nel 1903 fu favorita dal bel tempo e gli espositori, in riconoscenza a Maria Ausiliatrice, dimostrarono tutta la loro benevolenza riversando copiosamente il Santuario di innumerevoli e profumatissimi fiori.

Giorno di Paradiso

Il 17 maggio fu una splendida giornata di sole. La Basilica venne aperta alle due e mezzo del mattino e subito si riempì. Ad ogni altare le Messe si succedevano senza interruzioni; dalla balaustra si distribuivano ininterrottamente le Comunioni.
Sulla piazza, dietro i cancelli, si celebravano di continuo Messe sopra un altare, sul quale troneggiava una statua dorata di Maria Ausiliatrice.
Di qua e di là della porta maggiore, sopra gl’ingressi laterali, campeggiavano gli stemmi del Papa e del Cardinale Delegato.
Il suono delle campane a gloria annunciò l’avanzarsi del corteo, che si mosse dalla chiesa di S. Francesco, attraverso il cortile dell’Oratorio verso l’esterno. Sfilarono i chierici di Valsalice, il piccolo clero, rappresentanze di circa settanta Associazioni cattoliche con i loro labari fino all’ingresso della Basilica; qui si erano già radunati ventisei Vescovi con i loro corteggi e da ultimo incedeva il Cardinale seguito dal Capitolo Superiore della Società Salesiana e dai rappresentanti di numerosi Istituti e Congregazioni religiose.
All’apparire del Cardinale i cantori intonarono l’Ecce Sacerdos magnus del Maestro Giovanni Pagella. Entrato il corteo si tentò di ammettere il popolo, ma si dovette chiudere subito i cancelli per evitare incidenti.
I testimoni del tempo ci dicono: il Cardinal Richelmy ordina la lettura della Bolla pontificia. Dopo di che, gli vengono presentate le corone in un piatto d’oro. Don Rua si presenta e giura di custodirle accuratamente. Sua Eminenza procede poi alla rituale benedizione delle corone.
Mons. Cagliero celebra la Messa pontificale. Il coro di 250 voci fa echeggiare nella Basilica le sovrumane melodie della Messa di Papa Marcello del Palestrina, sotto la direzione del Maestro Dogliani.
Al Vangelo, il Cardinale sale sul pergamo, indossando la cappa di porpora, e legge l’omelia di fronte ad un uditorio davvero imponente. Invita gli uditori a ringraziare la divina Provvidenza per aver suscitato Don Bosco, che aveva eretto e dedicato il tempio all’Ausiliatrice, sebbene le autorità civili del tempo fossero contrarie a tale titolo.
L’ufficio di compiere il rito era toccato alla sua umile persona, che si considerava figlio e padre della Congregazione Salesiana. Come Cooperatore ne era figlio e come Arcivescovo ne era padre. Altro motivo di ringraziamento era la concessione di una nuova indulgenza plenaria elargita dal Papa non solo per il giorno dell’Incoronazione, ma in ogni anniversario di essa.
Terminata la Messa, il Cardinale intona il Regina cœli, lætare, alleluia; i cantori proseguono il melodioso canto gregoriano.
Il Delegato pontificio si avvicina alla scala che lo porterà all’altezza del quadro; Don Marchisio, allora Rettore del Santuario, lo precede con le auree corone. Ovunque regna un arcano silenzio. Tutti gli sguardi sono rivolti alla sua persona. Molti occhi sono imperlati di lacrime di commozione, compresi quelli del Porporato e di Don Rua.
Il Cardinale, commosso, pronuncia la formula di rito: «Sicut per manus nostras coronaris in terris, ita a Te gloria et honore coronari mereamur in cœlis»: come per mano nostra sei coronato in terra, così noi possiamo da Te essere coronati di gloria e d’onore in cielo. Pone la corona sulla fronte del Bambino Gesù.
Subito dopo, prende la seconda corona, pronuncia con voce ancor più forte e più vibrante la formula e la pone sulla fronte di Maria Ausiliatrice.
In tutta la Basilica prorompe un formidabile applauso, che si propaga sulla piazza. Immediatamente dalla cupola dodici trombe d’argento danno all’esterno l’annuncio dell’avvenuta incoronazione.
Le campane del Santuario suonano a festa e tutte quelle della città si associano al loro suono. Singhiozzi di gioia e grida di «Viva Maria Ausiliatrice!» si confondono con l’inno trionfale delle trombe e il gioioso squillare delle campane.
Nel medesimo istante, dodici colombi viaggiatori, dalla cupola, spiccano il volo verso Roma per portare in Vaticano la notizia del fausto avvenimento.
Il Cardinale, raggiante di gioia, si dirige verso la porta maggiore della Basilica. Dalla piazza, dal corso, dalle vie, dai balconi, dalle finestre, dai tetti si agitano festosi migliaia di fazzoletti fra un grido immenso di giubilo.
Per accontentare i fedeli raccolti sulla piazza, si provvide ad una seconda incoronazione da farsi, per autorità dell’Arcivescovo, alla statua della Madonna, posta sul sacrato.
Preceduto dai Vescovi, il Cardinale sale sul palco, sul quale si trovava la statua. Quando egli prende in mano la prima corona, quella marea di gente piomba in un sacro silenzio, ma appena vede entrambe le corone brillare sul Capo di Gesù Bambino e della Madonna, prorompe in un irrefrenabile applauso al grido di «Viva Maria Ausiliatrice!».
Il corteo rientra in Basilica, al ripetuto squillo delle trombe. Cento cantori, nascosti dietro i drappi che pendevano dalla ringhiera del cornicione attorno alla cupola, intonano l’antifona Corona aurea super caput Eius: la corona d’oro sul Suo capo.
Al loro canto si uniscono centinaia di voci dalla cantoria e poi centinaia d’altre voci in mezzo al popolo. La Basilica si riempie di una melodia, dolce, solenne, grandiosa. Autentica atmosfera di Paradiso!
Terminata l’antifona, il Cardinale intona il Te Deum, proseguito poi da tutto il popolo: un coro poderoso, che dall’altare maggiore si estendeva fino a Corso Regina Margherita. Il Cardinale Delegato impartisce la benedizione papale. Il momento è solenne: tutti s’inginocchiano pieni di fede.
Usciti i Vescovi dalla Basilica, si spalancano i cancelli e i fedeli invadono ogni angolo del Santuario.

Da Torino a Roma

I colombi viaggiatori, intanto, proseguirono il loro volo. L’indomani mattina un telegramma comunicava che alle ore undici i primi quattro erano arrivati. Il loro messaggio era questo:
«Viva Maria Ausiliatrice! Viva Leone XIII! Viva Don Bosco! Oggi, domenica 17 maggio, alle ore 12 l’Em.mo Card. Agostino Richelmy, Arcivescovo di Torino circondato da gran numero d’Arcivescovi e Vescovi, da Don Rua, dalle rappresentanze salesiane di tutto il mondo e da immenso popolo, per delegazione pontificia, ha incoronato solennemente l’immagine di Maria Ausiliatrice. Andate, o candidi colombi, e recate al bianco Vegliardo del Vaticano, la lieta novella».
La storica giornata terminò con la processione e l’illuminazione, una per la pietà e l’altra per la gioia popolare.
La processione – pittoresca e devota – attirò la cittadinanza su tutto il lungo percorso; vi assistette con segni di religiosi sentimenti, o almeno di civile rispetto. In certi momenti l’entusiasmo della folla era incontenibile, eppure si era in tempi burrascosi di propaganda antireligiosa.
Al calare della notte, il Santuario era immerso in un mare di luce. Festoni di fiammelle multicolori ardevano tutt’intorno; mille e duecento lampadine elettriche disegnavano e mettevano in risalto la facciata della Basilica. Un manto di luci avvolgeva la cupola, sulla quale splendeva la statua della Madonna con la corona di luci sul capo.
La Basilica rimase aperta fino alle ore ventiquattro, sempre affollata di fedeli in preghiera. Il placido scintillio di luci continuò l’omaggio alla Regina del cielo fino al sorgere dell’aurora.
Una nota caratteristica dei festeggiamenti furono i pellegrinaggi: i giornali ne contarono oltre 170.
Le solennità si prolungarono fino al 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice. Durante tutto l’ottavario continuò l’afflusso dei pellegrini. Ogni giorno le case salesiane si alternarono per recare il loro omaggio alla Madonna con diverse esecuzioni musicali.
È facile immaginare la gioia di Don Bosco e della Madonna in Paradiso. La Santa Vergine avrà ripetuto al suo Giovannino le fatidiche parole: «A suo tempo tutto comprenderai...».
                                                                    
  Severino Gallo SDB

(Cf Sac. Eugenio Ceria, Annali della Società Salesiana, Vol. III, Parte II, Officine grafiche S.E.I. - Torino, 1946, pp. 340-360).


FINESTRA 1 : Perché la corona?

Ai cristiani è rivolta la promessa dell’eredità del regno di Dio (1 Cor 6,9; 15,50; Gal 5,21; Ef 5,15), poiché sono stati invitati al convito escatologico (Lc 22,30; Mt 19,28; 20,23). Tale traguardo è considerato dalla Scrittura come «intronizzazione» e «incoronazione» (Ap 22,5; Ef 2,6). Anche Maria, ormai introdotta definitivamente nel regno di Dio ha conseguito la «corona di gloria» (1 Pt 5,4), la «corona incorruttibile» (1 Cor 9,25), la «corona della vita» (Gc 1,12; Ap 2,10).
L’immagine della corona che compare 18 volte nel Nuovo Testamento, esprime sempre (eccetto nei quattro passi riguardanti l’incoronazione di spine di Gesù) il dono escatologico di Dio ai credenti: essa è premio dell’amore di Dio (Gc 1,12), conclusione della fedeltà a Cristo (2 Tm 4,7-8) ed è segno di vittoria e di luce che, come un’aureola, brilla luminosa intorno al capo dell’uomo.

FINESTRA 2: Il pittore


Tommaso Andrea Lorenzone, nacque a Pancalieri (Torino) il 13 febbraio 1824. A 14 anni si iscrisse alla scuola di Pittura del Biscarra, una delle massime personalità artistiche del momento. Ricevette una robusta formazione neoclassica che, unita alla sua moralità, gli aprì le porte dell’arte sacra. Nel 1844 dipinse S. Michele che fulmina i demoni e proseguì quasi ogni anno a dipingere soggetti sacri, allontanandosi dalla corrente più celebrativa del Risorgimento italiano. Nel 1853 dovette affrontare una severa critica per la sua Madonna con Bambino e tre santi perché non conforme ai desideri di una pittura più laica. Le sue opere più famose sono la tela della Trinità (1876) nella cappella delle suore di Sant’Anna a Torino; la Pala di San Giuseppe (1872-4) nella Basilica dell’Ausiliatrice; Sacra Famiglia nella chiesa di Pancalieri; il ritratto di Maria Adelaide Regina di Sardegna, al castello di Racconigi e il ritratto della contessa Laura Covone Vicino alla Galleria Civica d’Arte Moderna. La sua opera più apprezzata è la Pala del Beato Sebastiano Valfré (1870) eseguita per la chiesa di San Filippo Neri in Torino, caratterizzata da un certo piacevole realismo narrativo. Oltre, naturalmente, all’Ausiliatrice, in cui, si dice, il Lorenzone avrebbe eseguito il suo autoritratto nella figura di Sant’Andrea.


L’Ausiliatrice a Palazzo

Quando Don Bosco tenne la prima seduta col pittore Lorenzone, fece meravigliare coloro che erano presenti per la grandiosità delle sue idee. Espresse il suo pensiero così: «In alto, Maria Santissima tra i Cori degli Angeli; intorno a lei, più vicini gli Apostoli, poi i cori dei Martiri, dei Profeti, delle Vergini, dei Confessori. In terra, gli emblemi delle grandi vittorie di Maria e i popoli delle varie parti del mondo in atto di alzar le mani verso di lei chiedendo aiuto». Parlava come d’uno spettacolo che avesse già visto. Lorenzone lo ascoltava senza trar fiato e come Don Bosco ebbe finito: «E questo quadro dove metterlo?».
«Nella nuova chiesa!».
«E crede lei che ci starà?».
«E perché no?».
«E dove troverà la sala per dipingerlo?».
«Ciò sarà pensiero del pittore!».
«E dove vuole che io trovi uno spazio adatto a questo suo quadro? Ci vorrebbe piazza Castello. A meno che non voglia una miniatura da guardarsi col microscopio». Tutti risero. Il pittore colle misure della mano, colle regole della proporzione, dimostrò il suo assunto. Don Bosco fu un po’ spiacente, ma dovette convenire che il pittore aveva ragione. Quindi fu deciso che il dipinto avrebbe compreso solo la Madonna, gli Apostoli, gli Evangelisti e qualche angelo. A piedi del quadro, sotto la gloria della Madonna, si porrebbe la casa dell’Oratorio.
Preso in affitto un altissimo salone del Palazzo Madama, il pittore si mise all’opera: il lavoro doveva durare circa tre anni.
«Un giorno, racconta un prete dell’Oratorio, io entravo nel suo studio per vedere il quadro. Era la prima volta che m’incontravo con Lorenzone. Egli stava sulla scaletta dando le ultime pennellate al volto della sacra immagine. Non si volse al rumore che io feci entrando, continuò il suo lavoro, di lì a poco scese e si mise ad osservare come fossero riusciti quei suoi ultimi tocchi. Ad un tratto si accorse della mia presenza, mi afferrò per un braccio e mi condusse in un punto della luce del quadro e: – Osservi, mi disse, com’è bella! Non è opera mia, no; non sono io che dipingo; c’è un’altra mano che guida la mia. Ella a quel che mi pare appartiene all’Oratorio. Dica dunque a Don Bosco che il quadro riuscirà come desidera –. Era entusiasmato oltre ogni dire. Quindi si rimise al lavoro».
Quando il quadro fu portato in chiesa e sollevato al suo posto, Lorenzone cadde in ginocchio, prorompendo in un dirotto pianto (Memorie Biografiche, IV, 4-5).

Leggiamo il quadro

La fama di Tommaso Andrea Lorenzone (1824-1902) è legata soprattutto al quadro dell’Ausiliatrice, dominato dalla figura della Madonna che tiene in braccio il bambino.
Maria è mostrata in piedi e non seduta, come sovente la si vede rappresentata nei quadri quale Madre-Regina che porge il Bambino all’adorazione. Il Lorenzone, infatti, fa un’altra scelta: Maria è in piedi, in posizione verticale. Questa «dominante della verticalità», secondo il De Fiores, è un simbolo mariano relativo agli elementi messianici e celesti, riferibili all’Immacolata e alla Madre di Dio: luna, stella, aurora, trono, luogo alto e santo, torre di Davide. La verticalità esprime così l’ascensione verso la sfera divina, in cui la creatura è consacrata a Dio. Non per nulla, il capo di Maria viene esaltato con la corona. Solo che nel nostro quadro abbiamo una doppia incoronazione: la corona di stelle e il diadema regale. Le stelle indicano la vicinanza alla divinità, ed erano già usate nelle civiltà antiche, in Egitto e in Mesopotamia, proprio per il fascino misterioso che scaturisce da esse e per la grandiosa testimonianza che danno al loro Creatore, per la bellezza e per l’insondabile armonia dell’universo, inoltre, stanno anche ad indicare la saggezza e la perfezione (Dn 12,3).
Ma il riferimento più celebre alle stelle poste sopra il capo di una donna, lo troviamo nel libro dell’Apocalisse. «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle» (Ap 12,1). Queste dodici stelle hanno alcune possibili interpretazioni. Possono indicare le dodici tribù d’Israele o anche i dodici Apostoli, col significato della totalità dei redenti che fanno corona alla donna; oppure i dodici segni dello zodiaco, simbolo della perfezione del cosmo che ruota attorno alla donna.
Nel nostro quadro le stelle hanno sei punte. Questo è un attributo mariano, tratto dai sarcofagi dei primi secoli cristiani. La stella a sei punte, già simbolo della casa di Davide da cui discende il Messia, ci riporta al mistero dell’Incarnazione anche perché costruita con due triangoli intersecati l’uno nell’altro: nell’antichità fu attribuita come simbolo a Maria, luogo d’incontro tra il Cielo e la Terra.
Anche se poco visibili, nell’immagine voluta da Don Bosco, le dodici stelle sono un particolare da non dimenticare, perché è quanto vi rimane dell’iconografia dell’Immacolata; in questo simbolo, il santo volle raccogliere probabilmente la spiritualità legata al dogma appena emanato che, oltre ad essere tipica del tempo, gli apparteneva profondamente. Egli propose sempre sia la spiritualità dell’Ausiliatrice che quella dell’Immacolata, anche sovrapponendole.
La corona e lo scettro
Altri segni presenti nel quadro sono la corona d’oro e lo scettro che indicano la sovranità. Questi due simboli avevano una pregnanza molto forte in un sistema sociale monarchico, ed erano di immediata comprensione. La corona ha acquisito nei secoli un potenziale simbolico intenso, diventando, come attributo del sovrano, immagine del popolo intero e quindi tesoro per eccellenza. C’erano diversi tipi di corone, tutte segno di dignità e prestigio. La corona d’oro ornata di preziosi è propria della divinità, porta in sé il significato del sole e della pienezza del potere. Nella Bibbia equivale alla dignità del re e alla prosperità della Nazione, infatti, la caduta della corona dal capo del sovrano assume il significato di rovina o maledizione per tutto il regno (Sal 21,4; Ger 13,18). La corona, quindi, è segno di reciproca appartenenza, l’oggetto che suggella il patto tra il popolo e il re. In questo senso è di grande suggestione anche il diadema posto sulla fronte del primo sacerdote, Aronne: una lamina d’oro puro con inciso il motto «sacro al Signore» con cui egli assumeva il suo ruolo presso il popolo (Es 28,36).
Per quanto riguarda il gesto di incoronare Maria, pur trovando un suo archetipo biblico nell’incoronazione della regina Ester (Est 2,16-18), è soprattutto una tradizione cristiana dei primi secoli, legata al dogma di Maria Madre di Dio, dichiarato dal Concilio di Efeso del 431. Nell’iconografia cristiana, dietro l’influenza dei segni pagani, corona e ghirlanda di foglie si sovrappongono e si possono trovare entrambe, anche se il senso più propriamente regale resta legato alla corona d’oro, mentre la corona di foglie è usata nella celebrazione della gloria di eroi o martiri, secondo l’uso romano.
Corona e scettro appartenevano al tipo mariano della «Basilissa», l’imperatrice d’Oriente, che fu rappresentata, però, dagli occidentali. Maria è indicata come una regina adorna dei simboli del potere: è vestita sontuosamente, incoronata, scettrata, del tutto simile nell’abbigliamento e nei gioielli ad una sovrana del mondo. A Roma, in Santa Maria Antiqua, nel 550, troviamo già un affresco dove gli arcangeli Michele e Gabriele porgono scettro e corona alla Madonna.
Non fu quindi nuova l’idea espressa dalle statue dei pinnacoli della Basilica di Valdocco, dove Gabriele, dalla guglia destra, porge alla Madonna della cupola una corona di alloro, mentre Michele, a sinistra, innalza verso di lei l’asta di cui sventola la bandiera della vittoria.
Sia la corona di Maria che quella del Bambino sono sormontate al centro da una stella. Maria è la Stella Maris, la stella del mare che orienta i naviganti, in tal senso Maria è colei che guida al porto sicuro. Riferita a Cristo, la stella significa divinità e compimento della salvezza perché Gesù è la «stella del mattino», l’astro che sorge da oriente portando la speranza di un giorno nuovo (Ap 22,16; 2 Pt 1,19).
Anche il bastone prezioso, lo scettro, è insegna regale di potere e di governo. La simbologia del bastone legata al giudizio e all’investitura dei sovrani è vastissima e trasversale a diverse epoche e culture, ma si riferisce sempre ad un agire effettivo. È lo strumento attraverso il quale ciò che viene deciso diventa operativo (Es 4,17-20). Questo senso attivo del segno, simbolo di chi compie un’opera, ha particolare significato nell’iconografia dell’Ausiliatrice, la quale si manifesta regina che opera concretamente per il suo popolo. Nel quadro, dunque, non compare una Madonna estatica e fissa, ma piena di potenza, come Colei che sta per agire, e questo rientra perfettamente nella spiritualità di Don Bosco e nella sua percezione della Vergine come di madre che guida, protegge, addirittura combatte per i figli, accanto ai quali è presente in modo costante.
                                                                      
  Paola Farioli


FINESTRA 3:   Maria, la regina

L’angelo Gabriele annuncia a Maria il regno messianico che non avrà fine. Regno nel quale il dominio di Gesù è assoluto ed è su tutte le realtà della storia e del cosmo. Maria rende possibile la realizzazione di questo regno con un consenso che apre la via alla sovranità di Cristo tra gli uomini. Tuttavia, Maria non solo coopera all’esistenza del regno del Figlio, ma le viene chiesta una partecipazione più intima ad esso, in quanto lei è la regina-madre, la ghebirâh, come ci ricorda il mondo orientale della Bibbia. Ora, il ruolo di tale regina è molto prestigioso, come appare dai libri dei Re che indicano il grande cambiamento che si opera quando la sposa del re diventa madre di un re. Infatti, Betsabea si prostra davanti a Davide suo sposo (cf 1 Re 1,16), ma dinanzi a Betsabea si prostra Salomone suo figlio (cf 1Re 2,19). La ghebirâh non solo gode di massimo prestigio di fronte al re, ma può intercedere a favore dei sudditi (1 Re 2,19) e svolge un ruolo di primo piano nelle nozze regali, incoronando il proprio figlio: «Uscite, figlie di Sion, guardate il re Salomone con la corona che gli pose sua madre nel giorno delle sue nozze» (Ct 3,11). Precisamente questi compiti regali l’angelo prospetta alla Vergine, invitandola a diventare madre del re messianico. Maria è pertanto la ghebirâh del Nuovo Testamento, la regina madre che rende possibili le nozze del Verbo con l’umanità (simboleggiate dalle nozze di Cana) e gode della massima attenzione quando intercede a favore degli uomini.
                                                                                                    
 Stefano De Fiores


IMMAGINI:
Quadro di Maria ausiliatrice nella Basilica di Torino-Valdocco
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-5
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