POESIA, ARTE DELLA PAROLA / 2
Maria: un percorso fra testi poetici

La poesia è eminentemente l’arte della forma o della parola, cui è riconosciuto il potere di “inventare” nuovi possibili mondi, alternativi a quelli reali; o di esaltare realtà, o momenti di esse, preesistenti al fatto estetico.
Quest’ultima interpretazione spetta soprattutto alla poesia religiosa, in quanto le tecniche formali non sono in grado di produrre nulla che abbia attinenza con i misteri da essa evocati, mentre possono svelarne aspetti che sfuggirebbero in una trattazione che non fosse poetica.
Movendo da questa premessa seguiremo ora, nell’ambito della poesia celebrativa dei misteri in cui è coinvolta Maria Vergine e Madre, un percorso che ne contempli i momenti più alti, avendo già dedicato una precedente lettura al mistero della verginale maternità, celebrato da San Bernardo nella Preghiera alla Vergine (Dante, Paradiso XXXIII).
E il primo momento è quello dell’Annuncio, rievocato dai poeti nelle forme più diverse. Ad esse attingeremo, prelevandone brevi campioni, in cui gli effetti formali ci hanno maggiormente colpiti.
Né si intende pervenire, per questa via, a valutazioni sulla religiosità degli autori convocati a questa rassegna, convinti che la poesia non possa essere usata come “documento” (se non dagli storici, dai biografi e, fors’anche, dagli psicologi...), ma piuttosto come “monumento”, come memoria di parole, delle connotazioni da esse assunte nel corso della “tradizione letteraria” in una determinata cultura, e rianimate via via in sempre nuovi “orditi verbali”.

L’Annuncio

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te»... «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù...».
Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo».
Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio...».
Allora Maria disse:«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». (Luca, 1, 28-38)

 Gabriele D’Annunzio, che si professava «operaio della parola», facendo appello al suo nome (forse dovuto a un errore anagrafico), sembra identificarsi nell’angelo Gabriele, non per ripeterne il divino messaggio:

... Bene ti sia;
il Signore sia teco; ave, Maria.

Ma per dire alla Vergine una preghiera tutta sua:

... come quando
ne la serena puerizia orava
io dolcemente
– Ave, sorella – dico
.

L’Ave, Maria dell’angelo diventa Ave, sorella del poeta, tanto più efficace in quanto il suo saluto figura libero da vincoli di versificazione (ritmo, rima...): nella stessa posizione di verso potrebbero stare, infatti, le parola dell’angelo Ave, Maria.
L’assoluta libertà di scelta conferisce all’Ave, sorella il tratto proprio di un espediente artistico, che è l’inatteso, l’imprevisto: Maria si fa improvvisamente e dolcemente sorella, per ritornare ancora come invocazione nel terzo componimento dell’intero testo dannunziano:

O sorella, felice sposa ... (v. 1)
O mia sorella,
o mia sorella buona (v. 6)

Dove si può cogliere un’allusione, almeno formale, al motivo ricorrente del Cantico dei Cantici («Sorella mia, sposa»: 5,9 e 5,1), quasi a dire che la Donna , «nel [cui] ventre... si raccese l’amore» (Dante, Paradiso XXXIII, 7), è madre, sorella e sposa.

D’altro tenore l’annuncio celebrato da Clemente Maria Rebora, l’“ammalato di assoluto”, come si esprimeva il medico che lo soccorse in un ospedale da campo nella guerra del ’15-’18. Ecco il frammento della sua Annunciazione:

«Ave...». L’Angelo è lì.
Forse l’atroce
Che sedusse Eva?
«Non temer, darai
Alla luce Gesù».
«Come? Non so quaggiù».
«Tutto può Dio: di Spirito avrai
Il Suo Figlio».
«Ecco. Sì». Fulge la Croce.

Il racconto evangelico è ripreso dal poeta nella più contenuta essenzialità ed è tragicamente rivissuto: in una sequenza di contrasti l’angelo dell’annuncio evoca al poeta l’altro angelo che sedusse Eva (con l’opposizione voluta fra l’Ave ed Eva!); e al Sì di Maria irrompe una premonizione di morte per il Figlio e di passione per la Madre: Fulge la Croce.
Il gioco delle rime accosta inoltre termini per sé remoti, producendo effetti di altri significati: l’atroce, detto dell’angelo seduttore, si accompagna a Croce (“l’atroce Croce”); quaggiù, pronunciato dalla Vergine profondamente confusa, ritorna a Gesù, nominato dall’angelo, e conferma il prodigio del Dio che può tutto, perfino coprire la distanza che separa il cielo e la terra: il Figlio di Dio verrà sulla terra (Gesù – quaggiù).
E ancora, Gesù e la Croce, che assumono una particolare rilevanza per essere collocati in chiusura delle brevissime strofe, richiamano il conflitto drammatico fra Vita e Morte, fra l’Amore che nasce e l’Amore che muore. Ma a vincere è l’Amore, dal momento stesso del Sì di Maria, del suo consenso al concepimento verginale (Gesù amore in me fu gravidanza, canta altrove lo stesso Rebora): l’Amore del Figlio e per il Figlio, l’Amore per tutti i figli che verranno. A vincere è l’amore anche sulla Croce, che sconfitta si farà luminosa: Fulge la Croce, in assonanza con luce Gesù (dove abbiamo isolato liberamente luce dal suo contesto frasale).

Una gravidanza verginale, che anche Pier Paolo Pasolini ha voluto celebrare in una sua Annunciazione:

L’ANGELO
Non senti i figli?
O lodoletta
canta in un’alba
di eterno amore...
MARIA
Angelo, il grembo
sarà candore.
Pei figli vergini
io sarò vergine.

Il mistero della Vergine Madre è presente nelle parole dell’angelo e nelle parole di Maria; mentre tuttavia la Maternità è evocata dalla presenza di figli, che ricorre sia nel testo attribuito al messaggero del saluto (Non senti i figli?) sia nel testo attribuito alla Madre (Pei figli vergini), la Verginità è celebrata solo da Maria (io sarò vergine) ed è invocata anche per i figli che chiama vergini, grazie a quell’unico figlio vergine che da lei nascerà.
Può forse colpire una sorta di contrasto fra il dichiararsi madre nell’esplicito riferimento ai figli e insieme una certa “difesa” della propria verginità. All’invito dell’angelo a cantare in un’alba di eterno amore, per la gioia di essere madre, Maria risponde, infatti: il grembo sarà candore... io sarò vergine. Ma il contrasto si scioglie nella rima che accosta l’eterno amore e il candore del grembo: un “amore eterno” può essere accolto solo in “un grembo candido”. Così, Maternità e Verginità trovano la più alta sublimazione nelle parole di Maria.
                                                                  
Germano Proverbio SDB


IMMAGINE:
L'Annunciazione di CAFFARO RORE

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-9
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