POESIA, ARTE DEL SUONO
Come abbia vissuto la Vergine l’annuncio della nascita di Gesù e il suo avverarsi e, insieme, l’annuncio e il compimento della sua verginale maternità, si può forse percepire dal canto del suo Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva»; dove è soprattutto il senso della sua povertà e umiltà che si avverte, cui fa seguito, nel canto, la certezza della esaltazione che ne verrà: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata».
Altro non dice la Vergine e tace, soprattutto, ogni riferimento al “fatto nuovo”, all’esperienza di essere madre, all’attesa trepidante e adorante di dare alla luce un figlio, il Figlio di Dio. Indagare sullo stato d’animo di una madre è consentito solo all’ardire di un poeta, alla sua capacità di “svelare”, con la parola, quanto è più intimo nel cuore di una madre e, segnatamente, di questa Madre.

l Lo ha fatto GIOVANNI TESTORI, che in un immaginario drammatico appuntamento con la Vergine, che egli titola Interrogatorio a Maria, fa dire al coro questo invocante saluto:

...
vieni, Madre nostra amata
...
Noi Ti chiamiamo.
Di Te sete, fame,
bisogno abbiamo.
Vieni,
porta disserrata
speranza disarmata,
cima altissima e innevata!

È tutto un canto, una musica dolcissima. La poesia è sempre «una fusione di parole e musica» (J. M. Lotman), ma Testori riesce a darcene una prova singolare. Non allinea parole ma suoni o, meglio, le parole gli “germinano” via via per sonoro richiamo, che consente accostamenti impensati e inattesi, come la sequenza di rime, che muove da madre ... amata per proseguire con porta disserrata, speranza disarmata, cima altissima e innevata...
In una sorta di metapoesia, o di discorso sul suo modo di fare poesia, lo stesso Testori, per spiegare le sue “libere scelte” nella Traduzione della prima lettera ai Corinti, afferma che a richiederle era stata «la struttura», ossia «la lingua, il ritmo, persino ... la rima, che poggia tutta sulla tà di Carità». Ma «la libertà più vistosa – a detta ancora del poeta – è quella di aver sciolto il “Cristo-primizia di chi s’è addormentato” in “Cristo-primula di chi s’è addormentato”», che – precisa - «pel vero, m’era venuto di colpo». Si sente che qui prevale il suono sul significato o, piuttosto, l’allitterazione del suono /pri-/ produce l’effetto di una «sinonimia secondaria» (J. M. Lotman) fra primizia e primula, che fa pensare ad una certa contiguità di significato fra “il fiore che fiorisce precoce” e Cristo, “il primo dei risorti”.
La Madre, il Figlio, i figli
Ma torniamo all’Interrogatorio a Maria per riprodurre un momento delle risposte della Vergine quando, sollecitata dal coro, coinvolge tutti i figli nella sua misteriosa “avventura”:

Fu mio, sì,
ma anche di chi
prima del mio passo era venuto
e di chi venne dopo
e di chi verrà dopo di voi
quanti qui siete.
Mio Figlio la tua carne,
tua, guardami, proprio tua,
come la carne d’ogni tuo fratello
apparso nel giro di secoli,
ha in sé assunto.
Fu me;
fu te;
fu ognuno.
Non una carne incerta,
non delle incerte ossa;
ma queste che, se t’abbraccio
e così stringo,
ecco, con le mie dita tocco;
le vostre; anzi, le nostre;
di chi era prima,
di chi era in quel momento,
di chi sarebbe stato poi.
Come ti chiami, tu?
E il coro fa eco con “la dolcezza del controcanto”:
Madre cara
...
Ti sei così spiegata,
forse ti sei negata.

Dove ricorre ancora, nell’identità di suono, il motivo di madre... amata, che pervade l’ampia composizione di Testori, quasi come “sigla” degli interventi del coro.
Sì, Maria si nega, per dare spazio al Figlio e ai figli. Ad un limitato numero, infatti, di occorrenze riferite a sé – Fu mio, Mio Figlio, Fu me – fa riscontro una più ampia frequenza di riferimenti ai figli: la tua carne, tua... proprio tua, tuo fratello, fu te, che culmina nel più diretto coinvolgimento degli interlocutori espresso nell’affettuoso guardami e, più ancora, nel Come ti chiami, tu?, che interpella emotivamente anche il lettore, quasi ad indurlo a dichiarare il proprio nome, così come accade ai personaggi del dramma di Testori.
Maria si nega: il Fu mio è subito abbandonato per dire che il Figlio è di chi... era venuto | e di chi venne dopo | e di chi verrà; come Fu me cede immediatamente a fu te; | fu ognuno. E non già per una generica appartenenza o somiglianza, ma nel senso proprio di una concreta identità: Mio Figlio la tua carne, | ...ha in sé assunto. | ... Non una carne incerta, | non delle incerte ossa, ma una carne e delle ossa, che – dice la Vergine – con le mie dita tocco.
Maria si nega: il Figlio non è solo carne della sua carne, ma è anche carne della nostra carne...
Andare oltre in questa lettura potrebbe forse contravvenire a un severo monito di H. Hesse, che invitava i “maestri” a non presumere mai di dire in assoluto qual è il significato di un testo artistico: «Abbi rispetto – scriveva – del significato, ma non credere che lo si possa insegnare». Se ci limitiamo tuttavia a cercare non il significato unico e giusto del testo, ma uno dei significati, dei «tanti... quanti sono i recettori» (S. J. Schmidt), percepibili sempre per il tramite “della lingua, del ritmo e anche della rima”, allora si può dire che lo “spartito” della composizione di Testori, in cui risuonano le parole della Vergine, ci propone un’immagine del Figlio che “si incarna” negli uomini di tutti i tempi, di ogni luogo, età e identità, compreso lo stesso nome personale, che la Madre ci va chiedendo (Come ti chiami, tu?), per ritrovare in ciascuno, dietro il nome, il volto del Figlio:

E Giacomo Lui fu.
...
Fu anche Andrea
...
e Ambrogio, e Carmine,
Paola, Agata, Lucia.

                                                                              Germano Proverbio


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-11
VISITA Nr.