L’Enciclica “Redemptoris Mater”/2

Se il nostro esistere biologico si basa unicamente sui sensi, e se la nostra speranza in Cristo è contenuta solo nei limiti temporali, noi “saremmo da compiangere più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,19). San Paolo pone alla coscienza umana il terribile interrogativo: il mio credere è consapevolezza della presenza – inafferrabile – di un Padre, il cui amore sfugge ad ogni classificazione, oppure è solo un desiderare una specie di protezione, che mi metta al sicuro dalle difficoltà?

Vivere per adorare

In altre parole, se Dio c’è, ci guadagno; se non c’è, che perdo? Non perdo nulla, ma il credente non può aderire a questo linguaggio da totocalcio. Il credente è colui che, in modo serio e incontrovertibile, ripete ogni giorno la frase dell’umile ragazza di Nazaret: avvenga di me quello che hai detto (Lc 1,38). Maria non spera in Dio perché le ha assicurato la copertura da ogni rischio, neppure si limita a fidarsi di Dio alla stregua del pur giusto Giobbe, che riteneva la sua giustizia un infrangibile baluardo contro ogni avversità. Giobbe alla fine ammette di avere conosciuto Dio solo “per sentito dire” (Giob 42,5) e di avere affrontato senza discernimento cose troppo superiori a sé.
Maria, fin dall’inizio della sua vicenda, non conta sulla propria forza, non misura le sue riserve di sopportazione, non innalza neppure sacrifici o preghiere propiziatorie. Come Giobbe, vede morire il proprio figlio; come Giobbe, si ritrova ad avere diritto alla “protesta”, eppure sta lì, senza parlare, senza respiro e voce, come semplicemente traduce la versione dello Stabat Mater, consapevole dell’immensità di Colui che ha parlato. Bella è la frase che un grande letterato piemontese, non certo sospetto di bigottismo,
Vittorio Alfieri, fa dire ad Adamo, dinnanzi all’inesplicabile vicenda del figlio che uccide l’altro figlio: “Il pianger lice, non il dolersi. Iddio parlò: si adori” (Abele, atto V). Una frase che costringe a pensare. Maria ha fatto proprio come Alfieri fa dire al suo personaggio: Iddio ha parlato. Non vale chiedersi il perché o il rammaricarsene, vale adorare, cioè accogliere la parola divina e amare.
Avvenga di me quello che hai detto: è difficile pensare a lezioni di teologia o filosofia maggiori di questa. È difficile pensare ad una esistenza cristiana che non abbia come guida e sentiero, anche solo come riferimento, la vicenda di Maria, il suo silenzio, la sua fiducia, il suo sacrificio. In quel piccolo tesoro che è la Redemptoris Mater Giovanni Paolo II, in modo mirabile, lo mette in evidenza.

Maria prototipo del credente

In questa enciclica si legge, in qualche modo, la storia d’ogni onesto credente, che ha vissuto, sofferto e amato. Infatti, quella di Maria non è una vicenda legata ad un tempo, ad un paese, ad una cultura: è la vicenda oltre la storia, nella quale può rispecchiarsi la vita d’ogni persona. Quanto più gli anni si accumulano con il loro fardello di gioie e di sofferenze, tanto più, chi crede, non può non sentirsi confortato dalla presenza di Maria, donna come tante altre, che però ha avuto il coraggio di mantenere sempre la fiducia in quel Dio che prima le disse ‘rallegrati’ e poi le chiese l’offerta inaudita del sacrificio del figlio. Sacrificio che non fu, a lieto fine, come quello di Abramo che non immolò il figlio, ma fu tragico, nella sofferenza più atroce, nel buio della disperazione.
Per questo, il Santo Padre, nella seconda parte dell’enciclica, parla della Madre di Dio al centro della Chiesa in cammino: si tratta di un percorso lungo, faticoso, nel quale le tenebre, tante e tante volte, sembrano giustificare la disperazione. Di fronte a tanta violenza e indifferenza, di fronte alle aberrazioni contrabbandate non di rado come forme culturali, di fronte ai non pochi disinganni di cui si resta vittime, come non sentire il dramma atroce del Calvario? Si procede tra la prevaricazione, la violenza e il disprezzo della vita umana sperimentati in ogni maniera. Il cammino è dunque snervante, ha tutti i requisiti per esaurire ogni pazienza. E più gli anni passano, più la subdola tentazione della disperazione, ognora serpeggiante, si avverte con pericolosa insistenza. “Lo sciame dei pensieri” come scrive un altro grande pensatore più vicino a questi anni,
Eugenio Montale, “sosta irrequieto, e altro tempo frastorna la memoria, e il filo s’addipana” (La casa dei doganieri). Per chi crede nei sensi, in quello che il linguaggio biblico chiama “carne e sangue”, quel “filo” che si srotola conduce verso il disfacimento, verso il nulla; per chi crede nella Verità della Parola, come Maria, quel “filo” conduce verso la pienezza della fede, verso il compimento, verso la Risurrezione. Questo, in sintesi, l’insegnamento del Santo Padre nell’enciclica del 1987.

Pellegrini con Maria

La seconda parte, avente per titolo La Madre di Dio al centro della Chiesa in cammino, ha proprio questo respiro, singolo e universale, di stimolo al coraggio della fiducia, quale fu nella vita di Maria. Il tracciato pedagogico si snoda in tre sottotitoli, che sottintendono chiaramente questo senso del tempo orientato alla vittoria finale e illuminato dalla discreta e assidua presenza di “Colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45):

1. la Chiesa, popolo di Dio radicato in tutte le nazioni della terra.
2. Il cammino della Chiesa e l’unità di tutti i cristiani.
3. Il “Magnificat” della Chiesa in cammino.

Un brano, colto dallo svolgimento del primo sottotitolo, aiuta con estrema incisività a comprendere come la luce di Maria illumini, con una differenziazione particolare e insostituibile, il nostro comune viaggio di popolo di Dio verso l’adempimento:
Nella Chiesa di allora e di sempre Maria è stata ed è Colei che seguiva passo passo Gesù nel suo materno cammino di fede. Lo seguiva lungo gli anni della sua vita nascosta a Nazaret, lo seguiva anche nel periodo del distacco esterno, quando Egli cominciò a fare ed insegnare (Atti 1,1) in mezzo a Israele, lo seguì soprattutto nella tragicità del Golgota. Perché dunque non guardare a Lei tutti insieme come alla nostra madre comune, che prega per l’unità della famiglia di Dio e che tutti precede alla testa del lungo corteo dei testimoni della fede nell’unico Signore, il Figlio di Dio, concepito nel suo seno verginale per opera dello Spirito Santo?
È forte, dunque, l’invito a guardare a Maria non solo come una devozione da consumare intimisticamente, ma come una madre che desidera ardentemente l’unità dei figli ed è Lei stessa segno e mezzo di riconciliazione e di novità di vita. Ancora, nel paragrafo dedicato
al Magnificat si legge:

La Chiesa, che sin dall’inizio conforma il suo cammino terreno su quello della Madre di Dio, ripete costantemente con Lei le parole del Magnificat. Dalla profondità della fede della Vergine nell’annunciazione e nella visitazione, la Chiesa attinge la verità sul Dio dell’alleanza: sul Dio che è onnipotente e può fare grandi cose all’uomo. Nel Magnificat la Chiesa vede vinto alla radice il peccato posto all’inizio della storia terrena dell’uomo e della donna, il peccato dell’incredulità e della poca fede in Dio.

Tocca a noi, ora, ritrovare in Maria il modello dell’obbedienza e del senso del tempo, affinché non trascorra invano, ma sia sempre orientato al seguire Gesù, proprio come Maria. La sua perfezione, infatti, deriva dalla conformità totale al disegno di Dio: tale conformità l’ha liberata da ogni condizionamento per renderla totalmente strumento vivo del suo disegno di salvezza. Ed Ella, con totale libertà, con totale dignità, è entrata nella storia della salvezza con tutta se stessa, nell’ombra della croce, nell’obbedienza del Figlio dinnanzi al Padre e, finalmente, come noi sappiamo e affermiamo per fede, nella gloria della Risurrezione, attraverso la verità dell’Assunzione.
Per concludere: che vuol dire per noi il mistero di Maria?
Vuol dire che tutte le nostre devozioni, in cui talora – Dio non voglia! – ha più peso la religione naturale che non la luce della fede, devono ricomporsi dentro una verità essenziale,
elementare, attorno alla quale si sviluppa la nostra esistenza di credenti, sia pure secondo varie misure e culture: e questa verità è che il senso della nostra vita è nell’obbedienza alla Parola di Dio.
                                                               
    Franco Careglio OFM


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-10
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