CHI E' MIA MADRE?


Nota introduttiva

Le pagine del Vangelo non sono un notiziario scritto per catturare attenzioni fuggiasche.
I fatti narrati esprimono piuttosto la Parola di Dio la quale è continuamente tesa a comunicare l’Eterno e il Salvifico.
Questa sottolineatura è importante per comprendere, ad esempio, perché ben tre evangelisti riportano un episodio ove il rapporto Gesù-Maria è parso a qualcuno più immagine di una distanza relazionale, che non esempio di reale filialità.
Al riguardo giova rivedere l’intera dinamica.

La visita di Maria

Nel testo di Matteo (12,46-50. Cf anche: Marco 3,31-35; Luca 8,19-21) viene riportato un fatto interessante.
Maria, insieme ad alcuni parenti (chiamati secondo l’usanza “fratelli”), raggiunge Gesù mentre questi è già attivo nel Suo apostolato.
Il Figlio ha intorno diverse persone che lo ascoltano. Così la Madre – e qualcuno degli accompagnatori – sceglie la soluzione più pratica. Non interrompere la riunione, ma far avvisare il Cristo del loro arrivo.


La risposta di Gesù e la sua collocazione storica

L’informazione arriva a Gesù. Ma questi, a sua volta, replica in modo particolare: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi indica con la mano i Suoi discepoli. E dice: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”. Tenendo presente questa risposta occorre, intanto, estrapolare alcuni dati evangelici.
Il primo elemento che colpisce è la collocazione storica della risposta.
Maria è descritta come Colei che non sta chiusa dentro casa, ma che piuttosto percorre i sentieri dell’apostolato del Figlio al fine di condividere la Sua condizione missionaria.
Ciò significa che la visita della Madre non segna il tentativo di catturare egoisticamente una intimità cancellata dalla specifica vocazione di Gesù, ma rappresenta il desiderio di comunione dentro la storia. All’interno cioè di un comune cammino. Di un faticoso esodo. In tale contesto la risposta del Figlio, il quale ben conosce i passi materni (cf ad es. Giovanni 2,1-5; e 2,12), appare visibilmente dettata da una logica pedagogica rivolta al gruppo degli ascoltatori, e non diretta a Maria.

La collocazione pastorale della risposta


Occorre, quindi, approfondire la collocazione pastorale della risposta.
Gesù va sviluppando, attraverso tanti diversi incontri, un insegnamento che ha alla base una conclusione non equivoca: chi sceglie il Regno deve accettare una totalità di adesione al Padre che è nei cieli.
Questa affermazione ha una funzione essenziale nella preparazione dei discepoli.
Il Cristo, infatti, deve gradualmente far mutare il loro modo di pensare affinché cambi poi lo stesso agire.
Da una visione trionfale del Regno, occorre condurli all’idea che l’esperienza terrena è solo fase di “passaggio verso”. E che questo periodo temporale conoscerà presto la via della Croce.
Gesù, quindi, è necessariamente rigoroso. Il discepolo per testimoniare dovrà conoscere fino in fondo il significato evangelico del chicco di frumento che muore per poi dare frutto. E per raggiungere tale preparazione si innesta tutta una riflessione sulle conseguenze di ogni sì vocazionale.
Da ciò deriva un messaggio chiaro ai presenti (a volte troppo legati a onori, diritti di precedenza, rispetto di formalismi, ecc.) e – contemporaneamente – una risottolineatura del senso della Presenza stessa del Messia.
Torna così a focalizzarsi la logica dell’Incarnazione. E dentro questa logica il ruolo della Madre non struttura una insistenza al figlio di pretendere pubblici riconoscimenti, ma semplicemente è trasmissione di un affetto che è tale proprio perché sa stare “fuori in disparte” (Mt 12, 46).
La Madre, cioè, non è Colei che domina. Ma è Colei che sta accanto. E in certe ore della Salvezza anche un breve messaggio di presenza può comunicare segretamente la carezza del cuore.

La collocazione della risposta nella filialità

A questo punto, allora, la comprensione del brano di Matteo acquista una dimensione di verità che è insegnamento per tutti.
La Madre trasmette una totalità di condivisione. Iniziata con un’Annunciazione e portata avanti fino a una Chiesa in cammino.
Il Cristo risponde con una filialità che è autentica proprio perché segna l’autonomia.
Ogni nascita sancisce un distacco. Ma non un allontanamento, uno spezzar d’affetti. Anzi, al contrario, è nella crescita del soggetto che si esprime la decisionalità dell’amore nella libertà del volere. E questo avviene anche nel rapporto filiale che Gesù realizza con Maria.
La missione del Figlio rappresenta nel concreto l’espressione più evidente del distacco. Ma, unitamente a ciò, è portatrice anche di profonda comunione.
Perché il primo rapporto comunionale non nasce da una dichiarazione di sentimenti, ma dal serrare “dentro” il cuore le realtà più care. Quelle che non si raccontano. Quelle che talvolta possono anche non essere rivelate. Perché certe intese non rispettano le apparenze d’obbligo. Ma si inoltrano, prima di tutto, nella fecondità dell’unione spirituale.
Maria è nella Vita. Maria sa che la compagnia del Figlio esiste sempre. Per questo, un giorno, non avrà bisogno di andare al sepolcro per accertarsi sull’autenticità o meno di certe Parole del Figlio (cf ad es. Giovanni 20,1 ss.).
Annotazioni di sintesi
Il passo dell’evangelista, qui ricordato, si conclude con la chiave di lettura dell’intera dinamica: il fare la volontà del Padre è l’elemento aggregante di ogni esperienza cristiana, e quindi di quella grande famiglia di Gesù che sarà la Chiesa.
È un messaggio non personalistico che riconduce, ancora una volta, alle caratteristiche della Buona Novella: “tutto” viene scritto in funzione di un beneficio comune.
“Tutto” viene trasmesso perché resti chiara la missione universale e salvifica del Cristo.

                                                                                Pier Luigi Guiducci


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-7
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