La Pala
di San Zeno del Mantegna
Gli estremi della vita di Andrea
Mantegna sono affidati ad alcuni registri parrocchiali: nacque
a Isola di Cartura (Padova) nel 1431 e morì a Mantova
nel 1506. Fu subito pittore. Giovanissimo era già a bottega
dallo Squarcione, il talent scout padovano che raccolse
nella sua variopinta officina un gruppo di giovani promesse che,
visti i risultati, furono definiti desperados. Mantegna,
Tura, Crivelli, Schiavone, Marco Zoppo portarono nella pittura
del Nord Italia un vento che squassò la tenera sensibilità
tardo gotica. E di questa pittura, Andrea fu il monarca assoluto.
Uno sguardo allautoritratto che presidia la sua tomba nella
basilica di SantAndrea a Mantova dice tutto: i capelli
a boccoli, numerati ad uno ad uno come nella statuaria classica,
incorniciano il viso di un uomo straordinariamente consapevole
della caducità del tutto. Non amarezza, ma consapevolezza:
ecco la pittura del Mantegna!
Figure vibranti
e vive
Andrea dipinse la grandiosa
pala (si tratta di un trittico) per la basilica veronese di San
Zeno, tra il 1456 e il 1460 (per inciso, la chiesa è uno
dei capolavori del romanico in Italia e il San Zeno, ottavo Vescovo
di Verona, è morto nel 380). Mantegna diede seguito alla
commissione stando a Padova. In questa città aveva al
suo attivo gli affreschi della cappella Ovetari nella chiesa
degli Eremitani e il polittico di
San
Luca per la chiesa di Santa Giustina.
La parte centrale del dipinto a San Zeno è occupata da
una tenerissima Madonna con Bambino, circondata da angeli, mentre
le fanno da sfondo elementi architettonici di classica bellezza.
Sovrasta la figura una ghirlanda di frutti (sembra quasi il biglietto
da visita degli squarcioneschi), simbolo della fecondità
di Maria e della Chiesa. I due scomparti laterali sono affollati
da Santi: a sinistra, Zeno, Giovanni, Paolo e Pietro; a destra,
Benedetto, Lorenzo, Ambrogio e Giovanni Battista. I tre scomparti
sono unificati dallarchitettura, interrotta, quasi accidentalmente,
dalle colonne che dividono la tavola. Le figure, vibranti e vive,
sanno di statuaria antica.
I richiami
allantichità
Il Mantegna aveva sotto mano
i migliori modelli allora sul mercato: Giotto agli Scrovegni
e, soprattutto, Donatello nella basilica del Santo. Ma allottimismo
fiorentino Mantegna oppone una consapevolezza (poi chiamata tristezza,
durezza) tutta sua, quella stessa che lo mette in linea con Piero
della Francesca e, dopo, con Lorenzo Lotto e altri.
Mantegna ama la pietra: la
pietra grezza, dura e tagliente, che fa da sfondo a tanti suoi
dipinti, ma anche quella lavorata delle lapidi e dei frammenti
classici. La sua passione per lantichità classica
si può far risalire agli anni dellapprendistato
padovano: questo amore per le anticaglie lo condusse
sul lago di Garda, nel 1464, con alcuni amici umanisti alla ricerca
di antichità.
La pala è tuttora conservata
nella chiesa di San Zeno a Verona. La cornice del trittico è
quella originale, architettata, con probabilità, dallo
stesso Mantegna influenzato dalla cornice marmorea che raccoglieva
le sculture di Donatello sullaltare della basilica del
Santo. Le tre tavolette della predella sono copie. Gli originali
furono portati in Francia al tempo delloccupazione napoleonica
e non tornarono più.
Natale
Maffioli
maffioli.rivista@ausiliatrice.net