FEDE E MUSICA:
     
DAL TEATRO RELIGIOSO
  
AL TEATRO PROFANO 
Il titolo di questa puntata potrebbe, ai lettori più pietosi, insinuare un senso di rammarico e di nostalgia.
Come accadde, oltre quaranta anni fa, allorché la liturgia abbandonò il latino e le celebrazioni iniziarono ad essere più partecipate e inserite nel cuore e nella mente dei fedeli. Oggi pare che il latino stia tornando, in qualche maniera, di moda.

Ma ben oltre la moda, è la consapevolezza da parte della Chiesa che il livello culturale non è più quello di allora, e il latino, bene o male, non è più così lontano dalla ordinaria quotidianità. Gli strafalcioni abbondano, osserveranno gli insegnanti, ma la conoscenza generale è maggiore. A parte ciò, l’abbandono della liturgia in latino causò in molti una certa sofferenza. Allo stesso modo, se si considera che la rappresentazione sacra venne soppiantata a poco a poco da quella profana, l’animo pietoso del «pio israelita» non può non soffrirne.

Musica come nostalgia

Va detto, però, che il sensus fidei resta vivo e illuminante in ogni espressione dell’arte, ma specialmente nella musica e nel canto, per cui qualsiasi rappresentazione in cui la voce umana, accompagnata da uno strumento, lanci un messaggio di bontà e di pace, diventa veicolo o canale che fa scorrere l’acqua viva dell’amore di Dio.

Così quelle pagine superiori che sono il Requiem di Mozart e la Messa da Requiem di Verdi, pur essendo composizioni indiscutibilmente teatrali, come possono non suscitare nella mente dell’ascoltatore una autentica nostalgia di Dio? O per lo meno un sincero anelito per una vita più libera da ombre e più illuminata dalla pace? Per contro va anche detto, e soprattutto ne vanno ammoniti i giovani, che la musica può anche rivelarsi come subdolo e terribile inganno del demonio.

Ci vuole coraggio ad usare questo termine: demonio. Eppure esso esiste, e talvolta si maschera da «angelo di luce», (2 Corinzi 11,14) pur di trarre l’anima in inganno con la menzogna. E poi si precipita in quegli orrendi misfatti partendo da una canzone strana, o da un atto imprudente, in definitiva dal disprezzo della vita. La musica è celebrazione e amore per la vita, è pace, è luce, è benessere. È linguaggio universale che parla oltre la diversità stessa delle lingue e oltre le barriere dell’incomprensione e dell’odio.

Nelle puntate scorse si era visto come, nei secoli dal XIII al XV, in particolare in Francia e poi in Italia, dalle laudi si passasse alle sacre rappresentazioni, allestimenti teatrali di un mistero della fede, in forma drammatica. Un teatro particolarmente vivace si ebbe nell’Abruzzo, dove la Confraternita di San Tommaso dell’Aquila espresse in un interessante laudario (compilato nella seconda metà del XV secolo) nuove tendenze sceniche, metriche e musicali, in parte derivate da una tradizione epica e drammatica locale preesistente. Assunse consistenza l’abitudine di ripartire la rappresentazione in più giornate, già tipica delle celebrazioni della Settimana Santa, e venne estesa al tema agiografico, quale la «Legenna de Sancto Tomascio». In questa rappresentazione vari elementi realistici e scenicamente validi venivano a spogliare il dramma della sua austera veste rituale, per dargliene una più festosa e leggiadra.

Il teatro fiorentino

Lo stesso accadde in molte altre regioni, dal Piemonte all’Umbria, e l’arricchimento di temi e l’evoluzione stilistica prepararono la via e sfociarono nella doviziosa fioritura delle sacre rappresentazioni fiorentine dell’età medicea. Ben noti sono i caratteri del teatro fiorentino: la sua vasta tematica, abbracciante leggende edificanti ma profane, la sua grazia e freschezza poetica, la partecipazione letteraria di famosi poeti fiorentini, quali Feo Belcari e lo stesso Lorenzo de’ Medici, si univano ad una componente musicale di tutto rispetto. Così i componimenti musicali di Heinrich Isaac (il musicista fiammingo che insegnava la musica ai figli di Lorenzo il Magnifico), così le «arie» di Cosimo Bottegari, altro affermato musicista di Firenze; infine una interessante testimonianza del letterato Vincenzo Borghini, che elogia l’uso di rappresentare in musica episodi biblici o di fonte religiosa.

Nel frattempo le sacre rappresentazioni avevano cessato di eleggere a loro esclusiva sede le chiese e gli oratori, per uscire sempre più spesso all’aperto dei piazzali e dei prati; questo ovviamente dava, per così dire, il colpo di grazia alla serietà rituale della devozione.

Nel Cinquecento continuò però, in Italia, l’usanza dei drammi sacri i quali si fecero spesso, da celebrazioni abituali delle confraternite e dei conventi, destinati a festeggiare le più importanti ricorrenze religiose e civili nonché nozze e visite principesche: in quest’ultimo caso poteva avvenire che le musiche venissero commissionate a musicisti famosi, come accadde a Firenze per l’Annunciazione, con parole di Feo Belcari e musiche di Francesco Corteccia, compositore molto in voga all’epoca (rappresentata nel 1565 a Firenze in occasione delle nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria) o per l’Esaltazione della Croce, con parole di Giovanni M. Cecchi e musiche di tal Luca Bati, per le nozze di Ferdinando I de’ Medici con Cristina di Lorena (1589).

Ricchissime in tali occasioni erano anche le scenografie, che trasformavano la chiesa in vero e proprio teatro (nulla di nuovo sotto il sole!): già nel 1539 il Vescovo russo Abraham Suzdal in visita a Firenze ebbe a stupire della grandiosità di un’Annunciazione e di una Ascensione, eseguite nella chiesa del Carmine con scene e meccanismi teatrali ideati nientemeno che dal Brunelleschi. Simili spettacoli si tenevano a volte anche nei palazzi e nei cortili principeschi, dove si allestivano all’occorrenza splendidi finti paradisi dorati. Altro genere di spettacolo religioso era quello per salutare il passaggio di solenni processioni o cortei nobiliari: nell’uno e nell’altro caso le figurazioni erano accompagnate da musiche, eseguite dai cantori delle cappelle sacre, vestiti per l’occasione da angeli.

Questo tipo di rappresentazione fu molto frequente in Italia, nei secoli XIV e XV; fuori d’Italia poi esso fu in voga fino a Cinquecento inoltrato.
Nel frattempo non si era spento del tutto l’uso di cantare le laudi, sia in seno alle confraternite laiche che nei conventi. Le laudi, assunta ormai la veste polifonica tipica della musica rinascimentale, ebbero ancora un periodo di notevole diffusione fino al primo Cinquecento, fors’anche per il fervore penitenziale suscitato dalla predicazione del Savonarola; ma un’affermazione massiccia di tale genere si ebbe a partire dal 1563 quando, dietro la spinta del Concilio di Trento e di numerosi movimenti del rinnovamento religioso condotto dai Filippini, dai Domenicani, dai Gesuiti, cominciarono a vedere la luce parecchi repertori di laude, destinate alle riunioni devote dei penitenti.

Assunsero la forma di vere e proprie recite con la Rappresentazione di Anima et di Corpo, di Emilio de’ Cavalieri, affermato musicista fiorentino, nell’oratorio della Vallicella, in Roma (febbraio 1600). Librettista fu il religioso filippino padre Agostino Manni, degno figlio di San Filippo Neri per l’austerità, la gioia, l’ottimismo.

Da questo momento termina definitivamente il tempo della sacra rappresentazione, e la pace della musica si trasferisce in un ambiente meno austero ma non meno gioioso, quello del melodramma. E il melodramma continuerà ad allietare l’esistenza umana, e a indurre alla riflessione sia sulla bellezza che sulla caducità della vita. Questo aspetto verrà sintetizzato nelle parole di Jacopo Fiesco, nel
Simon Boccanegra di Verdi (1881):

Ogni letizia in terra
è menzognero incanto:
d’interminato pianto
fonte è l’umano cor

Il credente è qui a dire che se è pur vero l’irriducibile pessimismo che grava su tutto il dipanarsi della vicenda, ricamata in note di filigrana dorata, del doge genovese, è altrettanto vero – e più forte – l’ottimismo cristiano. La fede farà sgorgare la pace agognata, nonostante i gravami della storia, e si giungerà alla nuova terra promessa da Dio ai suoi servi fedeli e pazienti.

                                                                        
Franco Careglio ofm


     IMMAGINI:
1  
Cristo Crocifisso, Cimabue (1240-1302), Arezzo. / Nel Medioevo, il teatro religioso serviva per presentare gli aspetti più popolari dell’umanità di Cristo..
2  Nel Rinascimento, Firenze fu il centro di un’intensa attività teatrale sia religiosa che profana.
3  Ascensione di Cristo, Giotto (1267-1337), Chiesa Superiore, Assisi. / L’Ascensione di Cristo fu una delle rappresentazioni teatrali più grandiose che la Firenze rinascimentale vide. Speciali meccanismi e scenografie furono preparate dallo stesso Brunelleschi.
4  Annunciazione, Philippe de Champaigne (1644), Met Museum, New York. / La rappresentazione dell’Annunciazione a Maria fu una delle opere più impressionanti che stupirono, nel 1539, il Vescovo russo Abraham Suzdal.


      RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2006 - 11
     
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