MARIA NELLA MUSICA:
LA MADRE DEGLI INFELICI

Non è facile dire cosa sia l’infelicità, come non lo è definire il suo contrario, la felicità. Molte sono le componenti che possono, forse illusoriamente, rendere felice una persona: la salute, il benessere, le amicizie. La malattia, le difficoltà economiche, il disprezzo formano invece l’infelicità.

Questo almeno da quanto appare ai sensi. Andando oltre a questi, va riconosciuto che l’essere felici o infelici dipende dalla pace che si è raggiunta con se stessi e con gli altri. Se poi la persona è credente, la prima entità (se così può chiamarsi) con la quale, per essere felici, occorre riconciliarsi, è il Signore.

Chi accoglie e vive la volontà del Signore, nella quale, e soltanto in essa, sta la vera pace, può dirsi veramente e pienamente felice. Non è questo un discorso di usuale moralismo. È il discorso che la riflessione onesta e libera sulla vita umana insegna, tanto attraverso le menti più semplici ed umili (vedi fra’ Galdino nei Promessi sposi, cap. XVIII) quanto mediante le più profonde e faticose ricerche della scienza.

Il dottor Faust, dopo lunghi anni laboriosi e altrettanto lunghe notti insonni, scopre che gli mancano la felicità e la gioia della vita. Fra’ Galdino, invece, con la sua risposta pacata all’insistenza di Agnese (“perché così ha voluto il padre provinciale”) dimostra di non intendere il linguaggio convulso delle passioni per vivere nella perfetta pace dell’anima e della mente. Non altrettanto sa fare il protagonista di un’opera di un valido musicista del Novecento, un povero fabbro travolto da un’insana passione che lo conduce all’infelicità e alla morte.

Ermanno Wolf-Ferrari

Veneziano di nascita (1876) ma tedesco per parte di padre e per formazione musicale e culturale, Ermanno Wolf-Ferrari diede il meglio di sé nella produzione musicale del primo Novecento. Il suo nome, oggi, non è consueto neppure tra gli appassionati di lirica.

Uomo di cultura vasta e profonda, esperto e coraggioso talento teatrale, non riuscì ad inserirsi, e ben più a permanere, nell’area musicale per due essenziali motivi: il debito, o meglio il condizionamento musicale nei confronti di grandi autori e il radicarsi in un proprio mondo espressivo, rinchiuso nella sola esperienza personale. Forse, in qualche modo, eredità di un immutabile – ormai tramontato – pensiero proveniente dall’impero austro-ungarico.

Caratteristico, in tal senso, è il suo attaccamento alla diletta Venezia. Dal punto di vista artistico, però, la prima lezione che Wolf-Ferrari accoglie è quella del Falstaff verdiano. Le sue prime commedie musicali risentono fortemente del capolavoro suddetto. Poi vi è un altro grande al quale Wolf-Ferrari guarda con estrema meraviglia e attenzione: Mozart. Assai più tardi egli scrisse che Mozart aveva realizzato lo Zeitlose, parola intraducibile che significa letteralmente “assenza di tempo”. Egli perseguì quindi la ricerca di un assoluto, fuori del tempo e dello spazio. E ritenne che l’uomo lo avesse raggiunto, almeno una volta, con la vetta dell’arte di Mozart. Egli cercò allora di adeguare la propria identità sul sentiero mozartiano. Non fu ovviamente un’imitazione pedissequa, ma un vero e proprio cercare Mozart, restando nell’area culturale del suo tempo. L’arte che emerge è la stessa, con risonanze assai diverse, di quella dei compositori della Giovane Scuola.

Lo spirito mozartiano sembra dunque essersi incarnato in un italiano del XX secolo. La fonte letteraria principale da cui Wolf-Ferrari attinge è Carlo Goldoni, il grande commediografo della sua diletta Venezia. Tuttavia solo cinque delle quattordici opere del Maestro sono tratte dalle commedie di Goldoni: tra queste, la più nota è I quattro rusteghi (Monaco, 1906). Per il pubblico che lo ricorda, Wolf-Ferrari resta il musicista veneziano e goldoniano, che sa rievocare, con delicatezza, le grazie e le maniere del ’700 veneziano.

Per i cultori del melodramma, resta il musicista sensibile e raffinato che, nella sua “assenza di tempo”, rimane estraneo sia alle suggestioni del verismo sia alla problematica delle avanguardie europee. Di queste, il massimo esponente è l’austriaco Alban Berg (1885-1935), con il suo eccezionale espressionismo e la sua geniale e totalmente innovativa modalità di composizione. Wozzeck (1925) e Lulu (1937) sono i due grandi capolavori che, attraverso una straordinaria sintesi, coagulano le angosce e le rivolte che la società borghese alimentava dentro di sè in quel drammatico momento storico.

Il musicista veneziano, al contrario, propone un mondo bonario e sonnacchioso proprio come la società veneta del XVIII secolo. Anzi, il garbo e la delicatezza della vuotaggine di fondo della società dei lumi, impensabile per la società moderna, viene trasformata dal musicista in un ideale estetico di un mondo lontano in cui rifugiarsi.

Un ingresso inatteso nell’area verista si ebbe con l’opera I gioielli della Madonna (Berlino, Kurfursten Oper, 23-12-1911). Fu il librettista napoletano Enrico Golisciani, scrittore di una certa vena, ad accendere nell’intellettuale Wolf-Ferrari l’interesse per una fosca vicenda intrisa di violenza primitiva e di superstizione religiosa in una Napoli cenciosa e festante, amorale e bigotta. È questo, in pratica, l’unico tentativo riuscito da parte del Maestro di fare del Verismo; ed è un’opera della piena maturità, nella quale cioè egli è padrone assoluto dei suoi notevoli mezzi.

I gioielli della Madonna

I tre lunghi atti di quest’opera narrano la tormentata passione di un fabbro, Gennaro, che arde di amore per l’avvenente Maliella, orfana, allevata dalla madre di Gennaro stesso. La giovane, irrequieta e procace, comprende che Gennaro la ama ben più di quanto possa fare un “fratello”; d’altra parte è invaghita di un giovinastro camorrista, Rafaele, privo di scrupoli e cinico. Si svolge una solenne processione in onore della Madonna: Rafaele è pronto a rubare i gioielli che adornano la statua di Maria, pur di ornarne Maliella.

Costei è come stregata da questa sacrilega spacconata (religione e superstizione si intrecciano), e ripete a Gennaro che amerà solo chi sarà capace di tanto. Inorridito, il giovane vorrebbe dimenticare il suo amore che lo conduce alla follia; poi ruba i gioielli della statua, li getta ai piedi della donna e questa li indossa. Ma la sensualità rozza di Rafaele la domina sempre, e quando si presenta a lui ornata dei gioielli non ottiene che il disprezzo del camorrista il quale crede che ella si sia concessa ad un altro che è stato più veloce a mettere in atto l’indegno gesto. Maliella è da tutti additata come sgualdrina e fugge disperata; Rafaele fugge per timore e disgusto e il povero fabbro, invocando pietà da Maria, si uccide affondandosi un coltello nel cuore.

Gli ingredienti per un dramma verista ci sono tutti, e anche qualcosa in più. Non sembra davvero un lavoro del gentile veneziano. Invece l’opera è tutta coerentemente verista, e i personaggi si esprimono come Turiddu, Alfio, Santuzza. La guida ideale dell’appropriazione del Verismo da parte di Wolf-Ferrari è proprio Mascagni: suo è l’incedere stornellante della melodia, suoi i procedimenti armonici, i momenti di alta fattura musicale e, ovviamente, le urla strozzate. La scelta della guida del più plateale tra i musicisti della Giovane Scuola testimonia la sincerità dell’approccio al Verismo di Wolf-Ferrari e il suo desiderio non tanto di successo (siamo nel 1911 e Mascagni ha ormai abbandonato il Verismo) quanto di dialogo con il pubblico.

Questo però non è avvenuto. Il Maestro, nonostante il successo (moderato) ottenuto, si accorse di aver forzato al limite la propria personalità.
L’esperienza de I Gioielli della Madonna non è passata, comunque, senza lasciare traccia. Oggi qualcuno la ricorda, per qualche aria, per la ferocia plebea dei personaggi, per qualche altro passo musicale di indubbia validità. Ma non è certo proponibile, oggi, per un teatro, mettere in scena questa specie di “cartolina illustrata” di un Verismo oltre misura.
Il Maestro morì nella sua Venezia nel 1948.
Nei Gioielli la figura che colpisce è quella di Gennaro, l’infelice giovane che ama alla follia la donna sensuale fino all’assurdo. Molto bella è l’aria con la quale il fabbro invoca Maria, offrendole un candelabro, per essere liberato dal funesto ardore che lo porterà alla rovina:

Madonna, con sospiri,
in lunghe veglie ardenti,
feci quest’opra umile,
solo pensando a te:
ora con ansia trepida
te la depongo ai piè.
E tu, Madonna, tu che vedi e sai
nel tuo divin dolore,
vedi in che pena io vivo:
salvami tu
da questo tristo amore.

L’infelicità irrecuperabile di Gennaro è espressa ancora “con passione mistica, con eroica follia”, come dice lo spartito, nella sua invocazione di perdono a Maria, alla cui statua egli ha appena sottratto i gioielli per superare il suo rivale:

No! la Madonna sa
che non l’offesi!
Prostrato nella polvere,
là, nella chiesa oscura,
Maria con tutta l’anima
pregai senza paura:
chiesi a Maria perdono
di questo folle amor.
Madre sei tu, dolcissima,
Madre d’amore, o pia;
misericorde giudica,
Madre, la colpa mia!
E perdonò Maria
al mio tremendo error!

In tutta l’opera la presenza di Maria è costante, ed è proprio la stella che illumina e discolpa questi infelici che fremono, piangono, inveiscono e maledicono. L’infelicità, sembra dire quest’opera dai versi sgangherati e dalla melodia tenue e discontinua, è il risultato del peccato. Quando allora contempliamo in Maria la creatura esente dal peccato, noi ci specchiamo nel sole dell’innocenza, in cui sono riflesse tutte le nostre speranze. Possa questo nuovo anno ricuperare ad ognuno di noi quelle virtù – fede, speranza, amore – delle quali Maria è stata ed è conferma attuale e perenne, capace di liberare ogni infelicità.
                                                                         
Franco Careglio OFM


IMMAGINI:
1  
Il Maestro Ermanno Wolf-Ferrari compose l’opera I gioielli della Madonna a soli 34 anni.
 Madonna con Bambino, Duccio di Buoninsegna (1295), Museo Arte Sacra, Val d’Arbia / Nella sua opera, Ermanno Wolf-Ferrari presenta Maria come stella che illumina e discolpa gli infelici.
3  La tenerezza di Maria avvolge l’istinto di Gennaro, il fabbro, impietosamente travolto da una follia d’amore.
 Con «I gioielli della Madonna», Wolf-Ferrari tenta di portare sul palcoscenico le miserie della vita, cercando così d’imitare la corrente del verismo letterario.
 Giotto / Nozze di Cana
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2006-1
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