MARIA NELLA MUSICA:
IL CANTO DEL NUOVO MONDO

Il patrimonio musicale è talmente vasto da contendere il primato della quantità e della ricchezza ad ogni altra espressione artistica. D’altra parte la parola, e quindi il suono, è il mezzo principe della comunicazione; l’Eterno si è manifestato attraverso la Parola, e continua a parlare alla ragione umana, infondendo il senso della verità e della giustizia; la Divina Potestate (Inferno, III, 5), con una parola, ha donato la vita, per puro atto d’amore (Genesi 1,3). Il credente non può sentirsi estraneo a questo infinito atto d’amore, che si ripete, ogni giorno, con il miracolo del sole che sempre a guisa di fanciullo scherza (Purgatorio, XV, 3), con il miracolo della nascita di un bambino, con il miracolo dell’amicizia, con il miracolo della gioia del lavoro quotidiano, con il miracolo dell’ingresso nella gran luce senza tramonto. In ognuno di questi momenti, il Padre parla, ridonando senza sosta quella luce di cui fiabescamente – ma più solennemente di qualsiasi sinfonia – narra la Genesi: sia la luce.

Molto efficacemente Gaetano Donizetti (1797-1848), il maggiore musicista romantico italiano se non europeo, traduce in musica l’immensità della parola della Genesi, colorando di suono una modestissima strofa di Salvatore Cammarano (1801-1852), per l’opera Maria di Rudenz (1838):

Laude all’eterno Amor primiero fonte di luce, somma virtù,
che disse appena in suo pensiero: il mondo sia; e il mondo fu.

Con quella parola iniziò o cambiò tutto. Forse, chissà, lo Spirito di Dio destò la scintilla che sprigionò la vita (ciò che la scienza umana, da sempre, come ben sintetizzato dalla vicenda di Faust, nel numero scorso, tenta invano di razionalizzare), oppure ispirò ad un essere vivente un gesto che ne cambiò la monotona esistenza; insomma, da quell’atto di Dio, da quella sua parola, prese inizio il lungo cammino che condusse all’odierna “terra drammatica e magnifica”, per usare l’espressione di un gigante dello spirito del secolo scorso, Paolo VI, morto ventisei anni fa. Dalla parola, dal suono della voce, derivarono il suono degli strumenti, di cui con abbondanza ed entusiasmo parla la Bibbia, e i suoni della voce umana, i più belli e i più veri dei suoni.
Dall’amore di Dio nacque e nasce quindi ogni cosa. Anche questa espressione così affascinante, così densa di portata spirituale che è la musica lirica. Ogni Paese e ogni cultura ha una sua pagina, più o meno ampia, di musica lirica, e attraverso di essa celebra i suoi misteri più intimi e sacri. La lirica occidentale non può fare a meno di celebrare, con intensità ed amore, la bellezza e la santità della Madre di Dio.

Antonio Carlos Gomes

Quello del Gomes è un nome oggi noto soltanto agli appassionati autentici di musica lirica. Chi si accontenta di una gelida manina o di un Pavarotti qualsiasi non immagina che quella terra immensa, travagliata e benedetta che è il Brasile ha donato al mondo un elemento di alto valore culturale e spirituale, ammirato e celebrato da tutti i musicisti contemporanei.
Antonio Carlos Gomes nacque a Campinas, presso San Paolo, da modesta famiglia, nel 1836. Avviato agli studi musicali dal padre, dimostrò subito eccezionale talento nella composizione di musica sia leggera che seria. Allievo del conservatorio di Rio de Janeiro, esordì con alcune opere in lingua portoghese, il cui successo gli valse, nel 1864, una borsa di studio per perfezionarsi a Milano. Qui, dopo essersi dato alla composizione di canzoni e musiche per riviste, poté rappresentare alla Scala l’opera che gli meritò fama internazionale, il Guarany, che ebbe enorme successo il 19 marzo 1870.
Al meritato successo contribuì tuttavia non poco la stima di Verdi per il giovane compositore brasiliano: “ho assistito con grande e viva soddisfazione all’opera del collega maestro Gomes, di squisita fattura, e rivelatrice di un’anima ardente”. Verdi, non solito ad elogiare con tanta prodigalità i musicisti, ravvisò il valore della partitura e pensò al Gomes come ad un suo probabile successore.

Lotta e preghiera

L’opera è costituita da quattro lunghi atti scritti da Carlo D’Ormeville (1840-1924) e da Antonio Scalvini (1835-1881), librettisti ed impresari teatrali italiani, e sicuramente avrebbe potuto restare definitivamente nel repertorio operistico, ma ebbe a nuocerle l’eccessiva lunghezza e la quantità dei personaggi. Il tema è comunque avvincente e sempre di attualità.
L’epoca è intorno al 1560, la scena presso Rio. Avventurieri spagnoli e portoghesi si contendono l’oro e le ricchezze delle Americhe. Pery, giovane condottiero del popolo dei Guarany, è l’eroe dallo spiccato senso di giustizia, più amico degli europei che degli Aimoré, feroce tribù rivale alla sua. Il giovane si innamora, ricambiato, di Cecilia, giovane figlia del nobile Don Antonio De Mariz, governatore portoghese. Gli Aimoré scendono in guerra e si uniscono ai congiurati spagnoli, uno dei quali è innamorato di Cecilia; la situazione volge in peggio per i portoghesi e Don Antonio, piuttosto di consegnarsi agli Aimoré e ai congiurati spagnoli, fa saltare il castello dando fuoco alle polveri; prima di morire, però, benedice l’amore di Cecilia e di Pery, che nel frattempo si è convertito al cristianesimo.
Il soggetto si presta perfettamente al melodramma romantico, e certo Verdi lo avrebbe ridimensionato e consegnato all’arte immortale. Il Gomes ne fa un interminabile mosaico di sezioni di diverso obiettivo, di varia fonte culturale e di discontinua validità musicale e drammatica.
La più bella delle tessere di questo mosaico è la
stupenda Ave Maria per soli e coro del I atto, intonata solennemente da Don Antonio (basso) e proseguita da Cecilia (soprano) e dal gruppo dei soldati e avventurieri portoghesi e spagnoli, che ancora non hanno complottato per abbattere il governatore e appropriarsi dell’oro. La formula di questa Ave Maria non è sicuramente esente dall’influsso della Vergine degli angeli della Forza del destino verdiana: un po’ come il Padre Guardiano in Verdi, Don Antonio invita tutti a pregare la Vergine:

Salve, o possente Vergine
Madre dell’Uomo Santo!
Tu ne proteggi provvida
se il dì verrà del pianto;
e forte al par che pia
ne assisti: Ave Maria!

Fa’ che vediamo estinguersi
la rabbia dei nemici,
né più di sangue tingano
l’ire le spade ultrici;
e forte al par che pia,
ne assisti: Ave Maria!

Poi se verrà che il turbine
un lieto dì rischiari,
verrem prostrati a sciogliere
il voto sugli altari;
perchè Tu fosti pia
e forte: Ave Maria!

Gli altri tasselli che formano l’opera sono un truce coro guerriero, un esilarante coro degli avventurieri che brindano all’oro, una romanza di Cecilia, un brano di musica selvaggia che presenta i crudeli Aimoré, alcuni ottimi duetti d’amore tra tenore e soprano e nell’ultimo atto l’esplosione che distrugge la fortezza; al diradarsi del fumo, si vedono in lontananza Cecilia e Pery, indissolubilmente uniti.

Spettacolarità ed estetica

Il musicista segue pedissequamente tutte queste diversioni e l’insieme riesce ovviamente alquanto disorganico. Causa ne è appunto l’acritica adesione all’estetica della varietà, con tutti i pericoli della spettacolarità fine a se stessa. Certamente il Guarany può dirsi un’occasione mancata: un musicista più attento avrebbe tenuto conto della possibilità di rappresentare un incrocio di razze con tutte le problematiche derivanti. Ad ogni modo, il Gomes riesce a fondere il dinamismo drammatico di stampo verdiano con una esuberanza melodica non immemore del folclore brasiliano.
La stessa sinfonia, assurta a secondo inno nazionale brasiliano, introduce con il suo piglio energico il carattere epico dell’opera; il finale, che vede Pery e Cecilia approdare in un luogo paradisiaco, esalta simbolicamente il moderno Brasile, luogo d’incontro di tutte le razze; l’unione dei due amanti, una europea e l’altro brasiliano, sintetizza idealmente la vittoria del bene.
Il Gomes compose in seguito parecchi altri melodrammi, senza però riuscire ad imporsi nell’universo musicale. Morì nella sua patria, nel 1896, e della sua produzione resta oggi in repertorio soltanto il Guarany e alcune arie delle altre opere. L’unico suo personaggio che si imprime indelebile nella memoria dello spettatore è appunto Pery, leale ed eroico. La sua conversione al cristianesimo è, sì, frutto dell’amore per Cecilia, ma non meno, va riconosciuto, dell’intercessione silenziosa di Maria. Quest’opera può essere sentita proprio come un’invocazione alla Vergine da parte dei popoli oppressi dall’odio, dalle divisioni, dall’intolleranza. La solenne preghiera del I atto è come la via luminosa per ottenere dal Padre il dono di cui Maria è regina: la pace. Il linguaggio universale della musica possa essere, con il canto di Maria, un efficace elemento di concreta comprensione tra i popoli della terra.

                                                                               Franco Careglio OFM


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-9
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