MARIA NELLA MUSICA:
LA PAZIENZA DEI POVERI

Pochi anni prima di Gioconda era apparso alla Scala un lungo ed estenuante melodramma di Arrigo Boito, successivo librettista dell’opera di Ponchielli: Mefistofele, tratto dalla tragedia Faust di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) Boito, il maggiore e più rappresentativo esponente della corrente letteraria detta degli scapigliati, anzi forse della letteratura in generale dell’ultimo trentennio circa del secolo XIX, tenta di dare alla sua opera un colore più religioso che filosofico.
Parzialmente vi riesce, mescolando il linguaggio onirico scapigliato con il senso sia pure vago della religione, sentita come delitto, rimorso, punizione.
Ricorrente è l’invocazione alla maestà divina, al sacro, all’intervento salvifico di Dio. Specialmente nel prologo dell’opera, che Boito, sulla traccia di Goethe, chiama Prologo in cielo, si avverte un forte respiro di fede, attraverso la preghiera a Maria elevata dalle penitenti, le quali, dalla terra, invocano l’intercessione della Madre di Dio. Sembra qui che il linguaggio fantastico tipico di Boito conosca una pausa di riflessione:

Salve, Regina!
s’innalzi un’eco
dal mondo cieco
alla divina reggia del ciel.
Col nostro canto
col nostro pianto
domiam
l’intenso fuoco del senso,
col nostro canto mite e fedel.
Odi la pia prece serena
Ave Maria, gratia plena.

Il coro prosegue praticamente per tutto il prologo con l’invocazione a Dio e alla Madre, a parte l’apparizione di Mefistofele che scommette con Dio sulla forza dell’anima di Faust, che, a suo avviso, nonostante l’immenso sapere, non resisterà alla tentazione.

L’illusione della scienza

Faust di Goethe, il maggiore poeta romantico tedesco, è uno dei drammi più potenti, geniali e popolari della letteratura mondiale. Se oggi il mito di Faust non è ricordato letterariamente, non si può dire che non lo sia in concreto. La vicenda, famosissima, narra di un vecchio e sapiente studioso che non avendo trovato la pace nei libri stipula un patto con il diavolo per riavere giovinezza, successo, piaceri. L’avventura di Faust, comunemente, sta tutta qui. Ma quando, tra lo stupore doloroso e il raccapriccio, si assiste ad episodi comprovanti l’esistenza e la forza del negativo, che provoca la rovina di chi l’ha assecondata e di chi l’ha subìta, l’antica lezione di Faust non risulta così fuori del tempo. L’uomo da sempre, purtroppo, ha voluto fare affidamento su se stesso e sulle proprie invincibili capacità.
A cominciare dal folle volo di Ulisse (Inferno, XXVI, 125), e fino ai più recenti e spaventosi disastri causati dalla superbia e dalla prepotenza, la storia chiaramente insegna la stolidità della cieca fiducia in se stessi, fonte di rovina e di annientamento. E non è da considerare con sufficienza l’affermazione che l’unica vera forza a disposizione dell’umanità è l’umiltà di Maria, la quale sa che il Signore spiega la potenza del suo braccio e rovescia i potenti ed innalza gli umili. La storia di Faust è il prototipo dell’uomo che, fidando nelle capacità della ragione, sfida il divino. L’opposto, quindi, della fiducia di Maria. Maria è l’obbedienza che porta a compimento la salvezza di Dio, Faust è l’idolatria della forza umana. Maria è l’opera di Dio nella creatura e quindi nella vita, Faust è la disgregazione della persona attraverso la persona. In Maria l’antico conflitto tra il bene e il male si risolve nella sua umile prontezza alla Parola, che dà origine in lei alla salvezza; in Faust lo stesso conflitto si risolve nel ripiegamento sulla propria persona, e sulla certezza catastrofica che quest’ultima prevarrà.
Goethe, come tutti i romantici, non inventa nulla: si rifà ad una leggenda diffusa nella sua terra fin da due secoli prima. Faust, alchimista tedesco realmente vissuto tra il XV e il XVI secolo, scomparve in circostanze misteriose, e la fantasia popolare ne fece la figura inquietante del dotto insoddisfatto che vende la propria anima al diavolo. Più che in cambio dei piaceri (era troppo dotto, per fermarsi a queste cose), in cambio della felicità: quel dolce pomo che per tanti rami / cercando va la cura dei mortali (Purgatorio, XXVII, 115 - 116).
Ogni persona, appunto perché dotata di ragione, cerca la felicità. Sfortunatamente, molte volte non sa, come Faust, che la felicità è ben più vicina di quanto s’immagini: essa è nella fede, come dice Elisabetta: “Beata te, che hai creduto”. Non beata te perché sei colta, bella, regina! “Perché hai creduto”. Gesù stesso, quando una donna gridò “Beato il seno che ti ha portato” replicò: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la vivono. Costoro sono mio fratello, sorella e madre”. Così Egli eliminò ogni culto che passasse al di fuori di questa cruna d’ago attraverso cui anche noi, oggi, sempre, dobbiamo passare. Qual è questa cruna d’ago? È quella che Gesù espresse quando disse: “non la mia, ma la tua volontà sia fatta”. Il Getsemani è la cruna d’ago di Gesù. E quale quella di Maria? Quella della sua obbedienza alla Parola: “Sia fatto di me secondo la tua parola”.

Mefistofele

La fonte della misteriosa vicenda di Faust non poteva non essere oggetto di interesse per i romantici. Già l’illuminista E. Lessing (1729-1781) ne accolse la figura come interpretazione delle relazioni con il divino, ma chi ne fece un monumento letterario, destinato a sfidare i secoli, fu appunto Goethe. Alla stesura della tragedia egli attese dal 1773 praticamente fino alla morte. Ne risultò un’opera enorme, oltremodo densa di personaggi e situazioni. Al Faust si ispirarono numerosi altri scrittori (A. S. Puskin, P. Valéry, T. Mann) e una vera e propria schiera di musicisti (R. Schumann, R. Wagner, H. Berlioz, F. Liszt, C. Gounod, A. Boito, F. Busoni).
Mefistofele è il primo lavoro musicale di Arrigo Boito, almeno come vastità di impegno. La prima stesura dell’opera, realizzata in due anni, portò all’insuccesso clamoroso alla Scala il 5 marzo 1868. L’inconsueta lunghezza (quasi sei ore!), costituita da due prologhi, otto quadri e cinque atti, non è che il dato quantitativo di una velleità: quella di aderire alla totalità della tragedia goethiana, non privilegiandone la trama amorosa (come aveva intuitivamente fatto Charles Gounod con il Faust di Parigi nel 1859) ma dando spazio ai profondi significati morali e filosofici. Il famosissimo attimo bello, cui Faust deve il riscatto dal patto con Mefistofele, assume un valore civile e politico di grande interesse letterario ma per nulla teatrale. Questa vasta ambizione del giovane Boito poggiava anche sull’uso che egli dichiarava di voler fare dell’orchestra: un uso illustrativo e integrativo delle situazioni sceniche, per sé valido, ma non applicabile nei termini previsti dal musicista.
Soltanto alcuni anni dopo, a Bologna, l’opera conobbe il successo meritato. Boito ne aveva eliminato praticamente un quarto. Oggi è abbastanza rappresentata, anche se, in realtà, l’impianto complessivo è tale da scricchiolare in diversi punti. Restano le belle arie, quali dai campi, dai prati, e giunto sul passo estremo di Faust; son lo spirito che nega ed ecco il mondo di Mefistofele. Il personaggio femminile, Margherita, la giovane sedotta da Faust, assurge a personaggio soltanto nel III atto, con la famosissima aria l’altra notte in fondo al mare. La sventurata è in prigione, in attesa di giudizio, per aver involontariamente avvelenato la madre come da suggerimento di Faust. Anche il fanciullo, avuto da lui, è morto, ed ella invoca la misericordia celeste e muore prima di cedere ancora alla tentazione.
Ancora, alla morte di Margherita, ritorna la melodia dell’invocazione a Maria, ascoltata durante il Prologo in cielo: l’Ave risuona gioioso quasi inno di vittoria per i poveri e gli infelici, per tutti coloro che soffrono, per coloro che sono stati, come Margherita, ingannati. In questa Ave si nasconde il segreto del futuro del mondo. L’Ave risuona semplice e umile, come espressione della pazienza che i poveri hanno custodito in se stessi, non confidando nella “carne e nel sangue”, cioè nelle forze mortali, come Faust, ma vivendo solo con l’ostinata e feconda preghiera, come la povera fanciulla vittima dell’inganno e salvata dalla misericordia.

                                                                                            Franco Careglio


IMMAGINE:
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In moltissime composizioni liriche, Maria viene vista come la soccorritrice, l’aiuto della povera gente che a lei ricorre con fiducia filiale.
2 Arrigo Boito (1842-1918).
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-8
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