MARIA NELLA MUSICA:
LA PREGHIERA DI LUCIA

Il nome di Amilcare Ponchielli (Paderno Fasolaro, Cremona, 1834 - Milano 1886) è indissolubilmente legato all’opera La Gioconda. Con questo tenebroso dramma proveniente da Victor Hugo, Ponchielli acquistò fama internazionale, e la sua opera è oggi regolarmente rappresentata in tutto il mondo. In essa si trova una stupenda preghiera alla Madonna, avvolta da una melodia vivace ed accorata, nonché la celebre preghiera del Rosario, delicata e commovente, che ritorna molte volte come filo conduttore nel corso della cupa vicenda. Stando a quello che ha scritto, non è improbabile che Ponchielli avesse una filiale devozione per Maria.
Nato da modesta famiglia, persona di grande semplicità ed affabilità, dotato di un notevole senso religioso, arrivò al pieno successo soltanto dieci anni prima della fine della sua breve vita. Si sposò con Teresa Brambilla, celebre interprete verdiana, e svolse attività professionale come organista e come insegnante al conservatorio musicale di Milano, dove ebbe come allievo, tra gli altri, Puccini.

Scrisse numerose e valide composizioni liturgiche e compose una decina di opere, delle quali soltanto Gioconda è rimasta in repertorio. La sua vena musicale attinge al modello verdiano: armonia delicata e forte, drammaticità potente, empito melodico che non rifugge dagli effetti e, purtroppo, dagli effettacci. Stimato da Verdi e dai compositori contemporanei, mantenne sempre, anche nei brevi anni del successo, uno stile di vita sobrio e improntato sull’umiltà. Morì quasi improvvisamente, quando ancora avrebbe potuto tracciare nuovi e propositivi orizzonti musicali.

I promessi sposi

Coniugare il maggiore romanzo italiano con il melodramma apparve sempre, a tutti i musicisti, impresa disperata o meglio impossibile. A parte l’enorme successo ottenuto dalla storia milanese scoperta e rifatta..., a parte l’eccessiva vicinanza culturale e geografica (Manzoni, vertice del romanticismo italiano, non era certo uno Schiller o un Byron), la difficoltà insormontabile era data dalla complessità della vicenda e dalla grande quantità di personaggi, ciascuno con una propria e difficilmente superabile funzione. Il compositore palermitano Errico Petrella (1813 - 1877), oggi dimenticato, aveva tuttavia affrontato l’impresa nel 1869, producendo un lavoro pressoché accettabile alla cui rappresentazione il Manzoni stesso non aveva sdegnato di presenziare.

Tre anni dopo, il 4 dicembre 1872, al Teatro Dal Verme di Milano andava in scena l’opera in 4 atti I promessi sposi, di un certo Ponchielli, bravo musicista cremonese. Questi aveva accettato la scommessa riprendendo un vecchio libretto per lui scritto molti anni prima da Antonio Ghislanzoni (che nel 1871 sarebbe divenuto il librettista di Aida) e ora rivisto da Emilio Praga. Praga era l’esponente più accreditato, insieme ad Arrigo Boito, di quel movimento letterario detto scapigliatura (1860-1870), che rifiutava le esperienze tardo-romantiche e accoglieva elementi divagatori e fantastici, utilizzando un linguaggio decisamente aulico ed espressionista. Leggendo però il libretto de I promessi sposi non si trova nulla di quel taglio onirico e favoloso che caratterizza il linguaggio degli scapigliati. È anzi un libretto che rispetta il solco del melodramma romantico e attraverso la formula collaudata della drastica riduzione dei personaggi riesce a proporre un adattamento teatrale che passa per accettabile. Ponchielli rivisitò lo spartito e realizzò una partitura convincente, che inabissò inappellabilmente quella del Petrella.

I personaggi sono ridotti a Renzo, Lucia, Don Rodrigo e Padre Cristoforo. La traduzione melodrammatica funziona per i primi tre (consueto conflitto tra il baritono e i due amanti, soprano e tenore) ma riesce del tutto improbabile per Padre Cristoforo, il quale diviene il vecchio solenne e saggio che parla pontificando. Il brano musicale più efficace è il duetto tra Don Rodrigo e il frate, unico momento veramente melodrammatico del romanzo, che chiude egregiamente il primo atto. Il Cardinale Borromeo e l’Innominato fanno una breve comparsa alla fine del terzo atto, con un Padre Cristoforo che sembra essere il segretario del primo e il confessore del secondo; l’atto si chiude con un buon pezzo d’insieme, alla Verdi, con Lucia liberata ma smarrita, il Cardinale e il frate benedicenti, l’Innominato pentito e il popolo osannante.

Il quarto atto mostra, con una modesta efficacia teatrale, la morte di Don Rodrigo, più funesta e lunga che nel romanzo, e il matrimonio dei due promessi, celebrato da Padre Cristoforo nel lazzaretto. Un’opera minore, insomma, ma di un certo interesse, sia per la musica, sia per la curiosità letteraria che desta. In una lettera di Manzoni è rimasta una fugace considerazione elogiativa dell’opera, che per altro egli conobbe solo per sentito dire, perché morì l’anno appresso. In questo caso l’opera non ha svolto la sua funzione storica di divulgazione del romanzo, che non ne aveva certo bisogno, ma senza dubbio ha contribuito a diffondere il concetto fondamentale della fede cattolica: la funzione della Provvidenza, l’amore infinito del Dio che atterra e suscita, / che affanna e che consola, la presenza silenziosa ma costante di Maria.


Una supplica vibrante

La pagina certo più bella dell’opera, infatti, è quella della preghiera di Lucia alla Madonna. È stata rapita con la complicità della Monaca di Monza (qui, per ragioni di censura, prudentemente chiamata Signora). A questo personaggio, che non si innalza al di sopra del comprimario, l’autore riserva un’aria, bella ma di scoraggiante ovvietà, in cui la sventurata esprime il suo dolore per il suo destino ineluttabile e per il nuovo delitto di cui si è macchiata, consegnando Lucia ai bravi; l’effetto teatrale è però ben lontano dalla plausibilità. E tanto è convenzionale l’aria della Signora quanto delicata e struggente è quella di Lucia. Prigioniera nel castello, la giovane invoca la sua protettrice, facendo scorrere la sua corona, con una preghiera di notevole rilievo musicale e spirituale:

O santa Vergine del ciel regina
pietà ti prenda di me meschina;
ti degna infondermi vigor, consiglio,
in questo estremo, fiero periglio!
Quant’è in un’anima delizia e vita
io t’offro in dono, ma dammi aita!
Su questa immagine, io lo prometto,
da vano affetto fia puro il cor;
mai Renzo al talamo m’avrà,
lo giuro,
se per te puro serbo l’onor.

Non è difficile avvertire in questa pagina, così densa di fervore e di slancio emotivo, la lezione verdiana. Vi sono anche altri brani sicuramente belli, ma questo, anche a detta dei pochi critici che hanno esaminato quest’opera, è senza dubbio il migliore. Quando si prega con fiducia e abbandono la Madre di Dio, si compone sempre una melodia. Forse non artisticamente elevate come quelle di Verdi, o questa più tenue di Ponchielli. Ma si compone il canto infinito dell’anima, che, libera e pura, confida in Colei che è l’aiuto dei cristiani, l’“Ausiliatrice”.
Al banchetto della vita
Non vi sono oggi motivi che possano giustificare la rappresentazione de I promessi sposi. Si tratta di un debole lavoro che ha il solo merito di rammentare il mistero insondabile della sofferenza. Un antico maestro cristiano, Origene, diceva che fino a quando al banchetto degli uomini vi sarà uno che non partecipa, neppure Gesù parteciperà. Solo quando questa infelice umanità sarà unita, quando i Don Rodrigo comprenderanno l’immane sciagura partorita dalle loro azioni, allora Gesù parteciperà, con la Madre, al nostro banchetto. Il che significa, dunque, vedere la Passione del Signore non nelle terracotte della “Via Crucis”, ma nella carne viva del Redentore, come ben ha mostrato il recente film del regista americano. Allo stesso modo la Passione va vista nella carne altrettanto viva della gente che ancora oggi soffre e muore per la guerra, la malattia e la fame, e per la quale la Madre di Dio non cessa di invocare il Figlio con la preghiera colma di pietà: non hanno più vino, cioè non hanno più il senso della vita e della gioia.

                                                                                            Franco Careglio OFM


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-6
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