MARIA NELLA MUSICA:
UN'OPERA QUARESIMALE

In pochi melodrammi il Nome di Maria è tanto ripetuto e la sua grazia tanto invocata come in Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi. Si tratta della settima opera del Maestro, il quale, dopo i trionfi di Nabucco (1842), Lombardi (1843), Ernani (1844) e I due Foscari (1844), viene richiamato alla Scala per un’opera da rappresentare nella Quaresima del 1845. Il librettista, incaricato dalla grande azienda musicale milanese, è Temistocle Solera (1815-1878), esperto organizzatore di quelle non di rado convulse rime che prendono il nome di libretti d’opera. Solera ha già preparato per Verdi tre libretti, il secondo dei quali è stato il trionfale Nabucco, che ha subito conquistato l’Europa; poi i Lombardi alla prima crociata, concessione di Verdi ad un tentativo di replica della formula narrativa ed orchestrale del re babilonese, riuscito solo in parte (ma il Maestro non cadrà più in un tranello tanto palese).

Ora, attingendo temerariamente dall’alta matrice di Federico Schiller (tragedia “La pulzella d’Orléans”), Solera realizza un libretto più che accettabile, che, se non può definirsi come opera letteraria, costituisce un ottimo esempio del genere poetico del primo Ottocento, della sua abilità di verseggiatore e della validità di questi testi come piattaforma per il librarsi della melodia.
Giovanna d’Arco va dunque in scena alla Scala il 15 febbraio 1845, e il successo è immediato, unanime e clamoroso. Da Milano passò ai principali teatri europei, subendo nel titolo alcune strane metamorfosi a seconda delle suscettibilità religiose dei luoghi, trattandosi della vicenda di un’eretica non ancora canonizzata.

Infatti l’opera narra l’avventura dell’eroina francese Jeanne d’Arc (1412-1431), che, durante la guerra dei Cent’anni, fece riportare alla sua patria eccezionali quanto effimere vittorie. La Beata Vergine le indicò la strada della vittoria, ed ella riuscì a liberare alcune importanti città dall’oppressione inglese e a consentire al Delfino di Francia di essere incoronato re a Reims con il nome di Carlo VII (1429). Jeanne tentò poi di riconquistare Parigi, ma venne catturata dagli avversari francesi di Carlo VII che la consegnarono agli inglesi. Giudicata da un tribunale ecclesiastico a Rouen, fu riconosciuta colpevole di stregoneria e condannata al rogo, senza che Carlo VII, inetto e pauroso, muovesse un dito per salvarla. Riabilitata nel 1450, Giovanna venne poi canonizzata nel 1920 e onorata come eccezionale esempio di pietà, di giustizia e di amor patrio. Questa, in breve, la storia. La letteratura vi aggiunse la leggenda, e Giovanna divenne più promessa a Carlo VII e meno guerriera, a seconda delle occasioni teatrali.

Temistocle Solera ne fa una semplice fanciulla devota e coraggiosa, che riceve l’alta missione di liberare la Francia e solo per un momento cede alle suadenti istanze di un re Carlo innamorato e romantico, come da necessità narrativa. Responsabile della cattura di Giovanna da parte inglese è suo padre Giacomo, che fin dall’inizio crede la figlia una strega perdutamente innamorata del re. Quando egli finalmente comprende l’enormità del suo errore, Giovanna riprende la battaglia e ancora una volta salva la vita al re, che ancor più la ama; ferita a morte, la giovane muore tra la devozione generale, il trionfo degli spiriti celesti e lo scorno degli spiriti malvagi.

L’opera, in un prologo e tre atti, è di grande fascino musicale e interpretativo. Veloce e incalzante, tiene avvinto l’ascoltatore sul ritmo di una battaglia che si conduce molto più contro gli avversari armati di spada che non contro il proprio cuore, perché l’animo di Giovanna è decisamente orientato al bene. Il re, giovane e amato dal popolo, appare ormai sfiduciato, e la sua cavatina d’entrata risulta come una preghiera alla Vergine che gli è apparsa in sogno e lo ha invitato a deporre elmo e spada ai piedi della sua immagine:

sotto una quercia parvemi
posar la fronte mesta;
splendea dipinta Vergine
in mezzo alla foresta...

poi, con entusiasmo, dalla grave tonalità del re bemolle maggiore, il canto si tramuta in un’ardente preghiera alla Madonna affinché liberi il “franco suolo”:

le tue parole, o Vergine,
Carlo umilmente adora;
ti fregerò l’immagine
di mia corona ancora...
Ma il sangue si deterga
ond’è la patria in duol;
ma la straniera verga
sia mite al franco suol.

Recatosi nella foresta vista in sogno, Carlo si inginocchia ai piedi della Vergine; mentre è assorto in preghiera, una fanciulla si avvicina ed eleva una dolcissima quanto potente invocazione alla Madonna perché le faccia dono di spada e cimiero. È Giovanna, che ha votato la sua vita alla causa della patria e si è consacrata alla sua protettrice. La cavatina del soprano è di rara bellezza ed esprime coraggio e ancor più fiducia nella benignità di Maria:

sempre all’alba ed alla sera
quivi innalzo a te preghiera;
qui la notte mi riposo
e te sogna il mio pensier.
Sempre a me che indegna sono
apri allora il cuor pietoso:
oh! se un dì m’avessi il dono
d’una spada e d’un cimier!

Questo delicato momento melodico è uno dei due “a solo” di Giovanna, e ne mette bene in rilievo la generosità e la devozione. Il padre, che la spia, crede di trovare conferma ai suoi timori quando Giovanna raccoglie la spada depositata dal re. Bellissimo è il terzetto che segue, detto “a cappella”, in quanto condotto dalle sole voci senza orchestra. L’avvio è di Giovanna, che ancora, prima di partire per la battaglia, si affida alla sua Madre celeste:

a te, pietosa Vergine,
fido il tugurio umìle,
del padre la canizie
e l’innocente ovile,
fin ch’io non torni a sciogliere
inni di laude a te.

L’assurda figura del padre ostinato che non capisce un bel nulla è servita a Solera per modellare il necessario antagonista. Non riveste tuttavia un ruolo di particolare ferocia, anche se non esita a far condannare la figlia al rogo; è solo convinto che la figlia sia follemente innamorata del re e che le sue vittorie militari altro non siano che il compenso del maligno. Giovanna al contrario è la fedeltà in persona, e Maria rappresenta sempre il suo punto di riferimento. Quando, per un momento, cede alle ripetute richieste del re di diventare sua sposa, riconosce immediatamente il suo errore:

ah! pietade! io più non sono
l’inviata di Maria;
solo usbergo al dolce suono
degli affetti è debil sen.

Nei suoi versi, un pò strampalati ma innalzati da Verdi al cielo dell’arte, Solera dice una grande verità: se, in luogo di fidarsi di Maria, ci si fida soltanto delle proprie forze, del proprio debil sen, la rovina è certa. Giovanna, accusata dal padre, non si discolpa ed è consegnata agli inglesi, nonostante la difesa del re. Nel carcere, perennemente spiata dal padre, prega e si rivolge a Dio. Dopo ben tre atti di caparbietà, il padre apre gli occhi e libera la figlia innocente. La bellissima preghiera di Giovanna morente chiude l’opera, riconoscendo l’intervento miracoloso e continuo della Vergine nella vicenda umana:

s’apre il cielo: discende la Pia,
che parlar mi solea dalla balza...
mi sorride, m’addita una via,
pare accenni che seco mi vuol.

Non vi è bisogno di insistere sulla modestia di questi versi. È utile riflettere sulla presenza di Maria nella nostra vita, sull’insegnamento e sul sostegno che Ella può donarci. Sostenne, parecchi secoli fa, Santa Giovanna d’Arco, in una vicenda che oggi può apparire fuori luogo. Ma il posto della Vergine è profondamente innestato nella storia, come acqua in una roccia arida, che al momento opportuno dona vita e speranza. Ma per avere quest’acqua dobbiamo meditare e appropriarci della sua lunga passione di creatura obbediente, che ha condotto la sua esistenza sotto il segno della fedeltà e del sacrificio. Se non facciamo questo, sbagliamo. Non ci accada di utilizzare la luce della sua gloria e della sua devozione per dispensarci dal nostro personale contributo di sofferenza e di dedizione, come nel suo tempo fece Giovanna d’Arco. Solo assumendo generosamente la nostra croce potremo divenire un giorno, come insegna San Pietro, consorti della natura divina (2 Pietro 1,4).
Di Giovanna d’Arco si ha una stupenda edizione discografica, del 1970, che ha per protagonista Montserrat Caballé, una delle maggiori interpreti verdiane del secolo scorso.
                                                                           
 Franco Careglio ofm


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-3
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